“Dal lavoro sociale alla sindrome del Burnout:…”.


Cari lettori vi voglio sottoporre questo bellissimo articolo giratomi dal gruppo facebook”Educatori Educatoricontroitagli”vi invito a leggerlo è molto interessante.

“Dal lavoro sociale alla sindrome del Burnout: l’infelicità lunga una vita.”
Premessa
Da quando mi sono laureata in Scienze della Formazione ,intorno al 1994, con una tesi sul fenomeno del burnout nel privato sociale, mi sono resa conto che era importante per me lavorare sul mio benessere sia psichico che fisico. Da allora ogni mia formazione ha avuto a che fare con questo grande e profondo obiettivo: scongiurare il burnout. Devo dire che non so se ci sono riuscita ma sono 30 anni che faccio questo mestiere e sono ancora qui.
Credo che noi, professionisti/e della relazione d’aiuto, ci troviamo oggi a condurre se non a subire una sottile lotta fra il bene e il male giorno dopo giorno per una vita senza accorgercene se non quando è troppo tardi. Una forma di violenza sottile, impercettibile ed altamente ambigua che si insinua nei meandri dell’anima e la corrompe. Una lotta fra noi stessi/e ed il mondo del lavoro che cambia fatalmente e che comprende utenti, committenti e noi tutti.
Una lotta che nasce dagli anni Settanta.
“ E’ in quegli anni” dice la Monoukian nel suo libro Stato dei Servizi (1988) “che si fanno avanti quei principi di diffusione del Welfare come la programmazione decentrata, la partecipazione alla gestione, l’integrazione dei servizi e la prevenzione poi più o meno ripresi dalla legislazione” dove tutti partecipavano di “ un più ampio progetto di rinnovamento della società italiana”. Una dimensione civile e politica per noi oggi inimmaginabile. Dopo un decennio circa veniva invece rilevato da studiosi come Gianni del Rio in Stress e lavoro nei Servizi (1993) del “senso di inefficacia e impotenza direttamente proporzionale alla complessità e gravità percepite dei problemi del meccanismo di cui si è parte……” e che gli operatori e le operatrici dei Servizi cominciavano a vivere.
Assistiamo alla “logica del prisma” ( G.Del Rio) che rinforza la tendenza all’isolamento rendendo povera e fragile l’identificazione individuale e collettiva e la carenza di senso nella lettura che ciascuno di noi fa della complessità che rispetto a quegli anni oggi è aumentata all’ennesima potenza.
Due eminenti psicologi americani e studiosi dell’argomento, Maslach e Leiter, confermano il ragionamento precedente dicendo che la priorità delle organizzazioni post-moderne si è spostata dalla qualità dei processi produttivi ( empowerment organizzativo) verso i meri bisogni di budget che possiamo identificare come meccanismi propri delle Aziende pubbliche, per la nostra realtà cittadina di Bologna e provincia possiamo parlare di Ascinsieme, Asp, Aziende Consortili, Comune e Associazionismo vario oltrechè Cooperative del privato sociale.
Si osserva, sostengono gli studiosi, l’arretramento del senso di appartenenza all’organizzazione per cui si lavora il cui obiettivo non è più il lavoro di equipe che in moltissimi territori è ormai solo un ricordo, bensì l’utilizzo ( o sottoutilizzo diciamo noi) del lavoratore e della lavoratrice per soli obiettivi di budget sventrando così la valorizzazione umana e professionale. Svalutazione della figura professionale che corrisponde esattamente alla svalorizzazione del lavoro divenuto flessibile e spezzato o trasformato in gettone di presenza, vaucher ( fino a quando c’erano), volontariato.
E’ in questo quadro che nasce, cresce e cova la cosiddetta “sindrome del Burnout”, è qui che la psicologia del lavoro comincia ad interessarsi non solo allo stress-lavoro-correlato ma anche al carico emotivo importante che scaturisce dal lavoro con gente disagiata e/o ammalata e che pesa sul professionista fragile e senza più strumenti seri di lavoro, giorno dopo giorno.
Informazione legislativa
Oggi la Sindrome del Burnout è una sindrome riconosciuta, insieme allo stress, al mobbing e similari, dal Ddl 81/2008 in materia di salute e sicurezza sul lavoro, in particolare nell’art.28 viene richiamata la necessità di valutare tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori compresi quelli legati allo stress-lavoro-correlato secondo i contenuti dell’accordo Europeo dell’8 ottobre 2004. Secondo l’Accordo Europeo
“affrontare la questione dello stress-lavoro-correlato può condurre ad una maggiore efficienza ed a un miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori,con conseguenti benefici economici e sociali per le imprese,lavoratori e la società nel suo complesso.”
Questo è sinteticamente quanto dice la legge e quanto riportano siti di settore e articoli sull’argomento ma cosa davvero facciano in Italia le aziende pubbliche e private per i loro lavoratori e lavoratrici non è dato saperlo con chiarezza se non dai lavoratori stessi. Non di poco conto è notare come sia silente lo Stato Italiano su queste tematiche.Certo è che alcune organizzazioni lavorative non fanno nulla in merito senza particolari conseguenze legali, altre rispondono con una minima circolazione di informazione nei corsi obbligatori per legge rivolti ai dipendenti. Qualche cooperativa piu’ volenterosa e che tiene all’immagine, mette anche a disposizione una figura psicologica interna che però non può entrare nel dettaglio delle carenze e contraddizioni organizzative demandando ad un altrove indefinito e legittimando invece una lettura che corre il rischio di essere strumentale e manipolatoria della situazione psicologica del lavoratore. Il rischio è che si “ospedalizzi” il lavoratore che è in burnout a dispetto degli accordi europei, che lo si colpevolizzi, se ne faccia un caso personale poiché altrimenti si dovrebbe mettere in discussione un apparato dirigenziale e amministrativo che oggi vede come unico obiettivo il budget e non la qualità di vita e del lavoro del singolo. A questo punto perché mai un professionista della relazione d’aiuto deve ammettere di essere in burnout?
la sindrome di burnout
Colpisce le persone impegnate nelle professioni d’aiuto laddove vi è un carico emotivo intenso che vede il coinvolgimento del professionista che in una prima fase investe molte energie dal punto di vista “idealistico” motivato dal fatto che può aiutare gli altri, trovare soluzioni cercando di ottenere successo generalizzato e veloce ma poi disilludendosi e mortificandosi quando scopre che la realtà è ben diversa. In questa fase un lavoratore od una lavoratrice giovane può essere funzionale ad una azienda che mira al risparmio poiché usa in surplus le proprie risorse, mezzi e conoscenze passando sopra agli interessi di budget offuscata da motivazioni ideali. Si tratta di lavoratrici laureate e super qualificate, motivate ma pagate molto poco.
Successivamente vi è una seconda fase definita di “stagnazione” dove si reagisce in modo negativo rispetto agli insuccessi. Si arriva cosi al momento della “frustrazione” dove il pensiero dell’operatrice/operatore rasenta la sensazione di inutilità. In questa fase può essere determinante in senso negativo il “mobbing” che alcune aziende fanno subire ai propri dipendenti producendo un tale disagio psicofisico da spingere verso il licenziamento i lavoratori più fragili. In questa fase ci troviamo in piena sindrome di burnout che può essere scambiata per altro. Allora abbiamo fenomeni di fuga nella malattia o nell’assenteismo, atteggiamenti di aggressività verso se stessi e/o verso gli altri come utenti o interlocutori o colleghi. Infine la fase del “disimpegno” dove gradualmente ci si disaffeziona dal proprio lavoro rendendo inutile ogni azione lavorativa. Senza consapevolezza di ciò che sta succedendo, chi ha interesse può strumentalizzare tali situazioni lavorative per denunciare ipocritamente l’inutilità di un Servizio piuttosto che di un operatore/ operatrice specifica giocando sull’ignoranza degli operatori stessi,sul loro timore di perdere il lavoro, sull’ignoranza degli utenti e della pubblica opinione in generale giustificando così dei tagli di budget o licenziamenti.
Le strategie per affrontare il burnout: fra diritti e lotte un approccio multidimesionale
Oggi i medici di base, per legge, dovrebbero conoscere la sindrome del Burnout che provoca o aggrava alcuni disturbi di tipo psicosomatico oltre che ovviamente creare condizioni psicologiche penose, dunque dovrebbero saperla diagnosticare. Usiamo il condizionale perché certio medici di base hanno un atteggiamento critico scambiando alcuni atteggiamenti del lavoratore come “assenteismo” mirato.
quindi è bene chiedere il parere del proprio medico di fiducia se è un medico di cui ci si fida poiché importante è conoscere, prevenire e se non si può più prevenire, curare e prevenire le ricadute. Quanti sanno che si ha il diritto di chiedere la malattia al lavoro per ciò che causa il Burnout ?
In generale comunque esistono diverse strategie per contrastare il Burnout ma noi riteniamo che essendo i fattori di rischio sia personali che organizzativi, l’approccio debba essere multidimensionale. Vediamo alcuni approcci/strumenti per affrontare il burnout.
Autovalutazione con l’M.B.I.
Come sostiene Christina Maslach, docente di psicologia: “Un grammo di prevenzione vale quanto mezzo chilo di cura”.
Allora una prima cosa che è possibile fare è compilare l’M.B.I., strumento che di èer sé può essere autogestito se si è Educatori Professionali laureati, psicologi, medici altrimenti è meglio compilarlo insieme ad un professionista che possa aiutare a comprenderlo. Si può reperire sul web. In sintesi è comunque bene condividere i risultati del test qualora fossero disastrosi, con una psicologa o psicologo.
Il questionario affronta tre diversi campi della professionalità e sono : l’esaurimento emotivo; la depersonalizzazione; la realizzazione personale. Farlo serve unicamente ha “quantificare” emozioni e sensazioni che altrimenti non sempre si riesce a fermare e definire ed a capire dove si è.
Piano personale
Si può scegliere di lavorare sulla propria persona attraverso percorsi di crescita personale. Si tratta di un sovraccarico emotivo, dunque è sul piano emozionale che occorre lavorare. Dalla terapia psicoanalitica alle svariate tecniche di meditazione. Un lavoro di contenimento dello stress per chi se la sente, può essere affrontato da tutte quelle meravigliose tecniche bioenergetiche per il benessere come lo yoga, il reiki, le visualizzazioni meditative, o trattamenti olitici e bioenergetici che influenzano ed agiscono sul piano emozionale e delle energie sottili di cui siamo fatti.
E’ la stessa Maslach che invita – nei suoi testi – a distaccarsi dalle situazioni vissute nell’ambito lavorativo, prima di rientrare in famiglia, attraverso tecniche di rilassamento o forme di decompressione psicologica.
Evidentemente tali attività di decompressione non sono LA soluzione MA aiutano a NON portare a casa propria le tensioni vissute nella giornata lavorativa, a far si che ci sia una sana separazione fra il tempo del lavoro, tempo libero e vita personale. Quanta importanza dà la nostra società al tempo libero?
A proposito del tempo libero
Il filosofo tedesco Theodor Wiesengrund Adorno disse che : “…Il vero tempo libero— se fosse realmente ispirato all’ozio latino e se fosse sul serio messo a disposizione delle classi subalterne — sarebbe rivoluzionario. Sarebbe il tempo della riflessione, dello studio, della comprensione. E sarebbe finalmente a disposizione di tutti. Ma non lo sarà, perché il tempo libero, quello a disposizione della coscienza, è pericoloso. è sedizioso.
È nell’ozio che si coltiva la coscienza, si progettano le rivoluzioni e le trasformazioni dello status quo.”
E’ interessante per noi professionisti/e della relazione d’aiuto riflettere sul concetto di tempo libero ; è importante la distinzione fra tempo lavorativo, flessibile, spezzettato e invece il tempo libero o liberato dentro al quale solo noi col nostro libero arbitrio possiamo decidere cosa abbiamo voglia di fare. Un tempo liberato da stress ed impegni durante il quale rigenerarsi e poter esprimere se stessi nelle attività più piacevoli o confacenti. Quanti di noi sono ancora in grado di vivere così il proprio tempo libero rispetto invece all’organizzazione del proprio orario di lavoro imposto? Ad Esempio chi fa diversi servizi con orari spezzati può solo dividere il tempo lavorativo da un tempo di attesa non pagato e non utilizzato per sé. Il concetto di tempo libero oggi è assai relativo e subalterno al tempo lavorativo flessibile, sempre più imposto e non partecipato quando non diviene tempo vuoto, il tempo della disoccupazione. Ancora possiamo aggiungere che se abbiamo un po’ di tempo libero a volte siamo costretti a passarlo studiando il modo di difenderci dagli “attacchi” del sistema lavorativo o se preferite dal “sistema di potere” mentre i dirigenti lo fanno nel tempo di lavoro retribuito, cosa? Trovare il sistema per sfruttare o/e licenziare i lavoratori/soci che non servono più alla causa.
Ma questo è un altro capitolo.
Piano sindacale e organizzativo-aziendale
Spesso e volentieri fra i motivi che inducono il Burnout ci sono pessime condizioni salariali e di lavoro. Ritmi intensi e orario spezzato, periodi di inattività forzata, insicurezza degli appalti , lavoro in solitudine, mancanza di tempo per la programmazione, scarsa considerazione del ruolo, obiettivi non chiari, ruoli mal definiti, mancanza di comunicazione fra amministrazione del personale e dipendenti,mancanza di supporto all’interno dell’ambito lavorativo, mancanza di condivisione fra colleghi, sovraccarico di responsabilità e lunga esposizione ai problemi degli utenti, situazioni emotive molto complesse che riguardano gli utenti e di fronte alle quali non c’è una risposta organizzata soprattutto in periodo di tagli al welfare. Su questi temi pensiamo che sia ora di ri-utilizzare i Sindacati a fare quello per cui sono nati cioè difendere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
Un intervento efficace è modificare l’organizzazione del lavoro, come la pianificazione degli orari, ottimizzare la divisione delle attività, condividere le responsabilità, migliorare le condizioni contrattuali e dar maggior flessibilità di permessi e congedi come accade già da tempo i altri paesi .Un Sindacato può tenere conto di queste tematiche nelle contrattazioni, nelle vertenze individuali, nella formazione e nelle consulenze legali.
Anche la remunerazione, hainoi, è importante poiché se gli operatori e le operatrici vivono in condizioni economiche precarie potranno fare ben poco per utenti che sono molto simili a loro per condizione.
La relazione d’aiuto
Naturalmente è molto utile la formazione in generale ma pensiamo sia davvero cruciale la formazione che preveda l’apprendimento di tecniche di ascolto nella relazione d’aiuto, di gestione delle emozioni, di problem solving, di mediazione dei conflitti, di conoscenze specifiche sul fenomeno sociale che riguarda gli utenti con i quali si lavora (dall’immigrazione,all’handicap, alla psichiatria,alla tossicodipendenza,al sostegno genitoriale ). Spesso accade che colleghi e colleghe la formazione se la pagano per conto proprio.
In Conclusione
Siamo convinti che il fenomeno del Burnout possa essere affrontato e risolto soltanto se se ne prende coscienza e su più fronti, sappiamo invece che miete vittime inconsapevoli poiché dura anni silente e confuso prima di essere scoperto nella sua virulenza. Molti nostri colleghi e colleghe si “bruciano” in una società che non riesce a mantenere l’aspetto umano che invece noi vogliamo disvelare sempre più. Il suggerimento e la nostra scommessa a dire il vero è di cominciare da noi, dalla nostra realtà lavorativa per arrivare a confrontarci con colleghi e colleghe e trovare insieme soluzioni senza rimanere passivi e immobili; partire sinceramente e in modo pulito, onesto, dal cuore di ciascuno di noi per ricominciare di nuovo, disvelare il meccanismo del “potere” che logora e sostituirlo col potere personale e collettivo compiendo una operazione culturale e politica di ampio raggio, col libero arbitrio sul proprio tempo dove non si viva per lavorare ma si lavori per vivere.
Mariarosa Di Marco
note biografiche
lavora da 30 anni nel privato sociale come Ed.Prof.le, Laureata in Scienze della Formazione a Bologna, Pedagogista; Volontaria dell’Associazione Interculturale “Annassim” ; Counsellor rogersiana, Operatrice olistica, scrittrice di narrativa, sin dagli esordi è nel gruppo “Educatori Uniti Contro i Tagli” e nella redazione radiofonica, inoltre svolge attività sindacale da svariati anni attualmente per il Sindacato Generale di Base.
Si è laureata nel 1995 con una tesi in psicologia sociale: “Lavoro educativo,operatori sociali e Burn-out” Facoltà di Sc.della formazione (Unibo) con la Relatrice Prof.ssa Bruna Zani e da allora cerca e sperimenta qualsiasi cosa prevenga il Burnout.
articoli
Contessa G.,1981“L’operatore sociale cortocircuitato: la “burning-out syndrome” in Italia.
In “Animazione Sociale”, N.42-43- Novembre 1981 – Febbraio 1982
sitografia
http://www.changesrl.it/files/lepore.pdf Accordo Europeo 8 ottobre 2004
https://www.puntosicuro.it/…/prevenzione-dello-stress-obbl…/
https://appsricercascientifica.inail.it/focusstre…/index.asp
– guida elettronica per la gestione dello stress e dei rischi psicosociali https://osha.europa.eu/…/e-guide-managing-stress-and-psycho…
– agenzia europea per la salute e sicurezza sul lavoro: https://osha.europa.eu/it
– rischi psicosociali in Europa : file:///C:/Users/Mariarosa/Downloads/Summary%20Psychosocial%20risks%20in%20Europe-it.pdf
Bibliografia
– Baiocco R., Crea G,. Laghi F., Provenzano L. Il rischio psicosociale nelle professioni di aiuto: la sindrome del burnout negli operatori, medici, infermieri, psicologi e religiosi. Edizioni Erickson, Trento, 2004.
– Cherniss, C.La sindrome del burn-out. Lo stress lavorativo degli operatori dei servizi socio-sanitari. Il Centro Scientifico Torinese, Torino, 1983.
– Maslach, C.La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri.Cittadella Editrice, 1997.
– Maslach, C. e Leiter, M.P.Burnout e organizzazione. Ed Erickson, Trento, 2000.
– Pellegrino F.Oltre lo stress, burn out o logorio professionale. Torino: Centro Scientifico Editore 2006.
– Vittorio Lodolo D’Oria: Pazzi per la scuola. Il burnout degli insegnanti a 360º. Prevenzione e gestione in 125 casi, Alpes Italia, 2010.

DA COSA PASSA IL RICONOSCIMENTO DELLA PROFESSIONALITÀ DELL’OPERATORE SOCIALE?


ReNos

La legge Iori-Binetti 2656 è giunta all’ultimo passaggio della sua approvazione definitiva in parlamento.

Cosa succederà da qui in avanti? Che finalmente la categoria dei lavoratori del sociale assumerà un nuovo riconoscimento all’interno del mercato del lavoro e dei Servizi? Che verrà definito chi sono, cosa fanno, quanto necessari sono? Che ci saranno nuovi investimenti, pubblici e privati, sui Servizi territoriali? Che il nostro contratto nazionale, scaduto ormai dal 2012, verrà preso finalmente in considerazione e si stabilirà un salario dignitoso per una categoria sfruttata e sottopagata? Che finalmente, con la definizione di un curriculum formativo universitario la nostra professione e la nostra categoria di lavoratori possano acquisire la meritata dignità sociale?

Queste sembrano le volontà sottese, eppure siamo molto preoccupati da quello che ci attende, a fronte delle insoddisfacenti risposte sulla reale attuazione e il reale impatto che la legge Iori-Binetti porterà nel lavoro quotidiano.

Più ci guardiamo attorno e più questa proposta di legge ci appare in contraddizione con la realtà dei Servizi alla persona e con le condizioni professionali di chi ci lavora in esso.

Una realtà che vede educatori scolastici che lavorano senza un’equipe e con ore di programmazione tendenti a zero, educatori abbandonati sul territorio a gestire gruppi in solitudine, senza una sede, un luogo fisso in cui poter svolgere le attività, colleghi che per mesi non vengono pagati, che fanno turni di notte “passivi”, non retribuiti, educatori che utilizzano le loro molteplici competenze per poter offrire un lavoro di qualità. Tutto questo in una realtà che continua a seguire la logica delle esternalizzazioni al ribasso e si concretizza in situazioni di grave precarietà lavorativa, rispetto ad un sempre maggior bisogno di risposte sociali ed educative. Non possiamo fare altro che chiederci se non siano proprio queste condizioni, così profonde e incancrenite da non essere più notate come invalidanti, a togliere la dignità non solo alla professione di operatore sociale, ma anche a chi stesso la svolge.

Nella complessità del “Welfare-Wild-West”, fa nascere dubbi e domande l’avvento di una legge che risulta slegata dal contesto in cui lavoriamo e dalla concretezza delle condizioni. Una legge che parla di università, di crediti e di mansioni ulteriori da acquisire, mai di tutele e riconoscimenti per i lavoratori, rischiando altresì di aggiungere ulteriori oneri economici ad una delle categorie in assoluto meno pagate in Italia.

Non riteniamo sia sbagliato puntare sulla formazione e sulla professionalizzazione degli educatori, tutt’altro, ma perché non investire sul diritto di formazione, sugli obblighi formativi annuali e non valorizzare in maniera ufficiale i percorsi di formazione continua? Perché rinforzare e riconoscere solo e soltanto i percorsi universitari come professionalmente formativi, consolidando sempre più gli interessi politici ed economici dell’accademia, anche in relazione alla fallita unificazione dei percorsi formativi in ambito sociale e sanitario, ignorando quindi le direttive europee?

Quest’ultimo punto ci sembra infatti l’elemento più contraddittorio e difficile da accettare della proposta di legge, insieme all’irrispettosa scelta, a cui finora nel concreto ufficialmente mai è stata proposta un’alternativa, di scaricare sulle spalle del singolo lavoratore l’onere economico del corso universitario obbligatorio da 60 crediti, previsto per chi, da norme transitorie, vorrà prendere l’equipollenza.

Il primo riconoscimento che serve alla categoria degli educatori è certo il riconoscimento della professionalità, ma non limitato al percorso accademico precedente allo svolgimento della professione, bensì di pari passo esteso obbligatoriamente ad un adeguato riconoscimento economico, bilanciato anche alla richiesta vincolante di un titolo di laurea e in linea con gli altri paesi europee paragonabili per livello economico e costo della vita al nostro, ed al miglioramento delle condizioni di lavoro e della qualità dei servizi.

Ricentriamo il dibattito su quello che veramente manca, da decenni, nel settore del lavoro sociale: un investimento in termini economici e di pensiero, che possa garantire veramente condizioni di lavoro dignitoso e un servizio di qualità per l’intero tessuto sociale.

L’affermazione forte del nostro bisogno di senso, rispetto, valore e qualità, come educatori, lavoratori e persone, passa già attraverso un dialogo aperto, confronti e dibattiti sui territori, attraverso insomma una linea di discussione che attraversa l’intero paese e costruisce un’unità e una mobilitazione nazionale che si sta preparando ad emergere in maniera prorompente.

Rete Nazionale Operatori Operatrici Sociali.

MOBBING, STRAINING, BOSSING: UNA VITA DIFFICILE


Da Studio Cataldi

http://www.studiocataldi.it

27/12/16

Avvocato Aldo Maturo

 

Anche se è difficile provare il nesso di causalità, la vittima ha a disposizione diverse forme di tutela.

 

Deve essere terribile uscire di casa tutti i giorni per andare al lavoro pensando che le ore trascorreranno in uno stato di conflittualità permanente per i difficili rapporti con colleghi invidiosi, gelosi o prevaricatori. Ancora peggio se un tale rapporto riguarda il superiore gerarchico, capoufficio o caporeparto che sia.

Le giornate lavorative si susseguono in un clima di pressione psicologica che rende la vita impossibile e spinge il lavoratore verso uno stato di depressione sempre più invalidante.

Pare che solo in Italia le vittime del mobbing siano un milione e mezzo con una percentuale del 70% nella pubblica amministrazione.

 

Quello che gli inglesi, in una accezione ormai consolidata, chiamano mobbing, dal verbo “to mob”, aggredire, è un complesso di violenze morali e psicologiche esercitate su un dipendente nell’ambiente di lavoro. I mobbers (aggressori) possono essere i superiori gerarchici, (mobbing verticale), i colleghi di lavoro (mobbing orizzontale), ma anche i dipendenti (mobbing ascendente).

 

La Corte di Cassazione (sentenza n.87 del 10/01/12) ha qualificato come mobbing la condotta del datore di lavoro nei confronti del dipendente caratterizzata da sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del lavoratore, con effetto lesivo del suo equilibrio psico-fisico e della sua personalità.

 

Alcuni esempi di comportamenti ostili, vessatori e discriminatori possono essere ad esempio:

  • atteggiamento palesemente difforme del superiore rispetto agli altri dipendenti;
  • sistematico discredito, calunnia, diffamazione di colleghi verso un altro collega;
  • dequalificazione nel lavoro;
  • diniego immotivato di permessi o ferie;
  • accuse generiche, non supportate da fatti o circostanze;
  • rimproveri alla presenza di colleghi pari grado, inferiori o in pubblico;
  • critiche continue e immotivate, aggressioni verbali;
  • demansionamento e attribuzione di compiti dequalificanti e non adeguati alla propria professionalità (se però le mansioni ritenute dequalificanti possono essere ritenute equivalenti allora questo rientra nel diritto del datore di lavoro di organizzare l’ufficio o l’azienda)
  • desocializzazione con isolamento fisico in uffici decentrati, senza contatti con altri, negando all’interessato le informazioni di lavoro necessarie;
  • richiesta di più controlli medico-fiscali per lo stesso periodo di assenza per malattia, diversamente dalle prassi seguite nei confronti di altri;
  • distacchi illegittimi;
  • minacce continue o immotivate di procedimenti disciplinari.

 

E’ opportuno evidenziare che non vi è mobbing se non è provato il carattere persecutorio dei comportamenti contestati (Sentenza della Corte di Cassazione n. 19180 del 28/09/16) mentre, d’altra parte, è stato riconosciuto il mobbing anche senza l’evento dannoso essendo sufficiente la condotta avente caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione risultante da una connotazione emulativa e pretestuosa (Corte di Appello di Firenze, Sentenza n.1100 del 17/11/11).

 

Forme di tutela contro il mobbing possono essere la denunzia al dirigente gerarchicamente sovraordinato all’autore del mobbing, la tutela sindacale, la segnalazione/denunzia al Ministero o Azienda che hanno l’obbligo di proteggere i loro dipendenti (Sentenza della Corte di Cassazione n. 1471 del 09/04/13) e ne rispondono quanto meno ai sensi dell’articolo 2087 del Codice Civile che impone l’obbligo per il datore di lavoro di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore.

L’estrema soluzione resta quella della tutela davanti al magistrato, sapendo che bisogna provare la presenza di tutti gli elementi costitutivi oggettivi e soggettivi costituenti l’azione mobizzante nonché l’intento persecutorio da parte del mobber. (Sentenza della Corte di Cassazione n. 3875 del 26/12/08). E’ chiaro che non c’è mobbing se lo stato psicofisico del denunziante è attribuibile a mania di persecuzione.

 

Se il ricorso per vie giudiziarie va a buon fine, si può chiedere il risarcimento danni perché è risarcibile ogni danno esistenziale di qualsiasi natura ed entità, purché accertabile (Sentenza della Corte di Cassazione, n.3057 del 2012).

 

Diversamente dal mobbing, nello “straining” manca la continuità nelle azioni vessatorie che sono invece limitate nel numero e distanziate nel tempo. Il soggetto vive sul posto di lavoro una situazione di stress forzato non per i normali ritmi di lavoro, ma perché è destinatario da parte di un superiore di un’azione volutamente ostile, stressante e discriminante che, pur senza continuità, riflette nel tempo gli effetti dell’azione ingiusta (Sentenza della Corte di Cassazione n.3291 del 2016)

 

Si pensi ad esempio al trasferimento immotivato in una sede disagiata, all’affidamento di un carico di lavoro insostenibile nel tempo richiesto, alla collocazione in una stanza disadorna, alla privazione del computer di lavoro per un tempo ingiustificato. Anche in questo caso scade la qualità della vita del soggetto che si sente discriminato ingiustamente e può accusare disturbi psicofisici.

 

Il lavoratore vittima di straining può invocare davanti al giudice la tutela prevista dal D.Lgs. 81/08, perché il Datore di lavoro deve vigilare sul comportamento dei suoi dirigenti e in caso negativo deve risarcire la vittima che abbia prodotto prove sufficienti a dimostrare gli abusi subìti, anche attraverso testimonianze di colleghi, di perizie mediche e di consulenze psicologiche.

 

Con il termine bossing si è soliti identificare invece una particolare forma di vessazione psicologica operata nell’ambito del luogo di lavoro nei confronti di un dipendente da un superiore gerarchico. A differenza del mobbing, dove la vessazione può essere attuata anche dai colleghi, nel caso specifico di bossing è un superiore gerarchico ad indurre la “vittima” in uno stato tale da preferire le dimissioni spontanee piuttosto che la sopportazione delle pressioni imposte.

 

La dottrina più attenta tende a configurare il bossing nel più ampio genus del mobbing, di cui rappresenta una species. Il datore di lavoro, o comunque un superiore gerarchico, nel caso che ci occupa, ha intenzione volgarmente di sbarazzarsi di un suo sottoposto, ma non potendolo licenziare (o non volendo) preferisce che sia questi a presentare le proprie dimissioni e ponendo in essere una condotta vessatoria che può assumere forme molteplici, lo induce a poco a poco a preferire detta soluzione.

Le condotte che configurano il bossing possono essere varie, come ad esempio la negazione di determinati benefits o accessori concessi a dipendenti di pari qualifica e grado, l’assegnazione di funzioni degradanti o, molto più genericamente, la funesta pressione operata con il semplice scopo di procurare nella vittima un intollerabile sentimento di vessazione che la induce a preferire l’interruzione del rapporto di lavoro.

 

Perché viene praticato il bossing?

Più che giuridiche le ragioni che determinano il bossing sono meglio ascrivibili nelle scienze sociologiche.

Il datore di lavoro, secondo alcuni osservatori, talvolta si sente “minacciato” dalla presenza del dipendente, ritenendo che lo stesso sia particolarmente qualificato o meritevole e, come tale, suscettibile di poterlo surclassare, mettere in ombra o rivestire le sue funzioni. Molto più spesso invece, il datore di lavoro o il superiore gerarchico preferiscono questa strada perché non vogliono fare ricorso alle lunghe procedure di licenziamento, accordi sindacali e tutti gli altri strumenti che il diritto del lavoro impone per dirimere questo genere di dispute.

 

Rimproveri, minacce, ritorsioni o azioni di sabotaggio, sono tra le azioni più comuni che chi pone in essere il bossing utilizza per poter generare nella vittima uno stato di ansia e vessazione che la induce a licenziarsi.

 

Cosa dice la legge al riguardo?

I rimedi attuati contro il bossing non sono solo di natura legislativa, ma anche sindacale o associazionistica.

Numerose associazioni, non solo sindacali, si battono per affrontare questa condotta che reca nocumento e disagio nei confronti dei dipendenti.

Il Decreto Legislativo 81/08 all’articolo 28, comma 1 così dispone: “La valutazione di cui all’articolo 17, comma 1, lettera a), anche nella scelta delle attrezzature di lavoro e delle sostanze o dei preparati chimici impiegati, nonché’ nella sistemazione dei luoghi di lavoro, deve riguardare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell’accordo europeo dell’8 ottobre 2004, e quelli riguardanti le lavoratrici in stato di gravidanza, secondo quanto previsto dal Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151, nonché quelli connessi alle differenze di genere, all’età, alla provenienza da altri Paesi”.

Sul punto, di particolare rilievo è finanche l’Accordo europeo dell’8 ottobre 2004 dal quale si apprende che l’individuo ha una maggiore difficoltà a sostenere un’esposizione prolungata a un’intensa pressione, chiarendo inoltre che lo stress non è una malattia, ma un’esposizione prolungata ad esso può ridurre l’efficienza nel lavoro causando finanche delle patologie.

 

Quali possono essere i rimedi al bossing?

Il lavoratore può richiedere in sede giudiziaria un risarcimento danni per essersi licenziato a causa del bossing, ma la prova del danno è a suo esclusivo carico.

Come la Corte di Cassazione ha ammesso in un noto precedente “L’articolo 2087 del Codice Civile non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Ne consegue che incombe sul lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro e, solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze, sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia de dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi” (Sentenza della Corte di Cassazione Civile Sezione Lavoro n. 2038 del 29 gennaio 2013).

 

Per approfondimenti, vai alla guida completa sul mobbing, all’indirizzo:

http://www.studiocataldi.it/guide_legali/il-mobbing

Le problematiche più comuni dell’ AEC


A cura del ComitatosocialeAEC

Problemi principali dell’ Assistente Educativo Culturale (A.E.C.)

Spesso la nostra figura si imbatte sistematicamente in problematiche, durante lo svolgimento del proprio servizio, non dipendenti dalla capacità dell’ operatore ma bensì riconducibili ad una poco chiara collocazione dell’ operatore nel contesto scolastico.

Il fine di questa relazione è quello di aprire una discussione in rete affinchè ognuno di voi possa dire la propria. I punti da noi riscontrati sono i seguenti:

  1. Non poter accedere alla mensa; Il non conferimento del pasto per gli Assistenti Educativi ,porta nei bambini diversamente abili, la perdita di un punto di riferimento riscontrata nell’ adulto che molte volte diventa per il bambino una formula imitativa,questo comporta una formula di educazione speculare ai nostri movimenti nell’ alimentarsi. Vorremmo che venisse portata avanti la proposta di Sel che nell’ottobre del 2013,durante l’Assemblea Capitolina, è stata presentata e approvata come mozione volta al superamento della famigerata circolare che ci proibiva il pasto in mensa. La mozione suggeriva di estendere alle mense scolastiche il diritto all’assistenza garantito al disabile in tante altre circostanze (fruizione dei trasporti, visita dei Musei ecc.), fornendo, per ogni pasto, un secondo ticket, da destinare all’operatore che lo accompagna. E’ triste dover vedere che a fine mensa il cibo in avanzo viene buttato quando invece potrebbe essere utilizzato per alimentare tutto il personale in servizio scolastico .
  2. Sospensione del servizio in caso di assenza dell’ alunno; In caso di assenza non giustificata, le diverse disposizioni municipali sul comportamento da tenere da parte dell’ AEC in caso di assenza non comunicata del bambino variano da scuola a scuola. In alcuni casi si prevedono comportamenti alla quale in assenza del minore, l’operatore si firmi la prima ora di presenza, un’ altra è che se il primo giorno d’assenza non giustificata l’operatore fa presenza rimanendo all’ interno della struttura, firmando la presenza ,il secondo giorno se si ripresenta il problema si eseguono gli stessi criteri ,ma dal terzo giorno viene sospeso il servizio. Vi sono anche situazioni dove all’operatore senza bambino , la scuola richieda di coprire altri casi riconosciuti o non dalla 104 ma che necessitano di aiuto .
  3. Spesse volte non vi è un adeguata collaborazione tra corpo docente , insegnante di sostegno e assistente educativo ; Capita sovente che l’insegnante di sostegno assegnato all’ alunno manchi del tutto a causa delle lungaggini burocratiche della scuola,e nel migliore dei casi può arrivarne uno totalmente o parzialmente incompetente in materia di handicap,in tal modo l’ AEC si ritrova tutto il carico di lavoro sulle proprie spalle con conseguente aumento dello stress psicologico. Per non considerare le richieste inappropriate degli insegnanti ( come tenere le classi , seguire altri bambini, svolgere compiti non inerenti al caso o non presenti nel PEI)
  4. Stress psicologico in caso di alunno violento; L’assegnazione di un alunno violento a causa dei suoi comportamenti violenti e problematici, può essere una motivo di stress psicologico e fisico per l’operatore. A tal proposito sarebbe opportuno che le assegnazioni degli operatori siano fatte con un criterio di rotazione in modo da non gravare tutta la pressione su un unico AEC.
  5. Tariffazione oraria troppo bassa; La retribuzione oraria per il lavoratore deve rispettare i canoni richiesti dal CCNL. La tariffazione che eseguono le cooperative per i loro dipendenti può oscillare da i 5 euro netti ai 7 indipendentemente dalle qualifiche e competenze che si possiedono.
  6. Difficoltà di farsi firmare e timbrare i fogli a causa di orari non combacianti con quelli della segreteria; Talvolta la richiesta di timbro e firma del dirigente scolastico sul foglio firme si rende problematica a causa degli orari non combacianti dell’ AEC con quelli della segreteria scolastica. Il ritardo della consegna del foglio firma, comporta alla cooperativa un ritardo nel pagamento delle fatture e di conseguenza nella paga degli stipendi. I ritardi di fatturazione ,sono anche dovuti ai cavilli e ai ritardi che le varie direzioni scolastiche pongono alla visione e alla riconsegna dei fogli firma per la cooperativa. I tempi per le consegne dei fogli firma sono stati stabiliti di solito entro il terzo giorno di ogni mese. Per ovviare a tale problema si potrebbe concedere la possibilità di inviare i fogli firma per e-mail o fax senza pretendere gli originali in forma cartacei.
  7. Perdita di giorni lavorativi durante i periodi in cui le scuole sono chiuse; Le cause possono essere imputate ad eventi atmosferici (neve ,allagamenti, ecc), chiusure straordinarie ( seggi elettorali ,disinfestazioni, contaminazioni,ecc) sia per le festività che per i mesi estivi; In questi periodi l’operatore si trova a non aver garantita la copertura delle ore prestabilite a causa di questi eventi. Occorrerebbe che le istituzioni o le stesse cooperative garantissero le ore prestabilite fornendo lavori straordinari o lavori socialmente utili a compenso delle ore perse o ancor meglio offrire una specie di indennità di disoccupazione quando il tempo si prolunga .
  8. Cambio continuo di assegnazione di alunni; Le conseguenze possono portare il disorientamento di una figura di riferimento fissa per il minore,e spostamento continuo dell’ AEC in posti sempre diversi; occorre garantire la continuità sui casi da seguire, affinchè i bambini possano trovare nella nostra figura un un punto di riferimento evitando di metterci in cattiva luce o ancor peggio screditando la nostra mansione.
  9. Richieste da parte di personale docente per mansioni cui non siamo tenuti e non siamo responsabili; uno dei compiti che spesso ci viene richiesto è quelli già definito in precedenza di pulire il bambino in caso di bisogni. Chiediamo che venga applicata la sentenza del Tar e la conseguente circolare del MIUR che delega il personale ATA alla pulizia corporea del bambino in caso di bisogni e invece definisce le nostre competenze a tal riguardo ,solo a scopo educativo. Inoltre esula dalle nostre competenze la somministrazione di farmaci salva vita, datosi che deve essere individuata nella scuola l’incaricato di queste mansioni e non l’operatore. Si richiede l’ osservazione della legge 81 sulla sicurezza che prevede in caso di movimentazione difficile del bambino ,l’ausilio di mezzi di supporto (sollevatori, apparecchiature personalizzate , computer personalizzati,ecc.)
  10. I lavoratori devono essere più tutelati ; per ovviare a ciò la scuola deve motivare l’allontanamento e possibilmente sarebbe corretto che vi sia un incontro tra le parti per dar modo all’ operatore di poter controbattere alle richieste fattegli.
  11. Distribuzione equa delle ore assegnate a ciascun operatore;Ci sono spesso operatori cui viene assegnato un monte ore tale da portare una paga relativamente dignitosa a casa, e cosi da poter lavorare ampiamente tutti i giorni della settimana, altri che invece a mala pena riescono ad arrivare a fine mese poiché il monte ore assegnato sfiora le 10/15 ore a settimana e di conseguenza, essendo già la retribuzione assai misera e scarsa di per se, questo problema grava economicamente sullo standard di vita del lavoratore, che spesso è impegnato a cercarsi altre attività al di fuori di questo lavoro con conseguenze psicologiche davvero frustranti ed umilianti. Poiché il nostro operato è importante sotto tutti i punti di vista, è fondamentale renderlo dignitoso anche in questo senso, e cioè nel dare la possibilità a tutti gli operatori di lavorare equamente e dignitosamente senza creare fratture incolmabili.

Osservazioni varie:

Ai non addetti ai lavori può sembrare il nostro un lavoro semplice privo di problematiche, e che non ci vuole poi molto a spingere una carrozzina o a somministrare un pasto a un bambino diversamente abile. Invece no, questo lavoro è fatto da tanti fattori che incidono sulla buona riuscita del caso e su una buona inclusione nel gruppo classe. Questo non è un lavoro che si può svolgere in maniera meccanica,sarebbe troppo semplice,anzi richiede un notevole coinvolgimento psicologico e la capacità di entrare in empatia con il bambino ed inoltre occorre anche sapersi relazionare con il personale docente e la famiglia, affinchè vi si possa ottenere un sano lavoro di collaborazione .

Per chi svolge questo lavoro ,il tempo diventa tiranno ,riversando sulle spalle del lavoratore tutte quelle problematiche assorbite durante l’anno e che poi inevitabilmente si ripercuotono sul nostro benessere psico-fisico accumulato nel tempo. Occorrerebbe che le ASL , la politica o le stesse cooperative prendessero in considerazione più seriamente le nostre problematiche . Di certo molto sta a noi a stabilire il giusto distacco emotivo e una professionalità più marcata ,ma queste sono competenze che si acquisiscono con il tempo o le si apprendono fornendo agli operatori corsi specifici, ed è per questo che si reputa necessario dei corsi riconosciuti dalla regione dove si acquisiscano tali nozioni e che la nostra figura sia regolarizzata. Per ovviare a tali problematiche si ritiene necessario normalizzare la nostra figura ed instaurare un mansionario unico cittadino.

grazie

Rivendicazione AEC


A cura del ComitatosocialeAEC

 

Operatore educativo per l’autonomia e la comunicazione (AEC)

AZIONE CONCRETA!!!

Vogliamo sottolineare a tutti gli effetti il ruolo complesso, importante ma anche delicato e altamente responsabile del nostro lavoro di operatori nel sociale che svolgono mansioni educative e culturali di affiancamento dell’alunno disabile presso le scuole con l’obbiettivo finale, li ove possibile, dell’autonomia dell’alunno disabile. Si pone dunque il problema di una regolarizzazione del personale operatore educativo all’autonomia all’interno del corpo scolastico in quanto deve assicurare collaborazione al personale della scuola. All’interno di questo riconoscimento della figura dell’ ex operatore AEC( attualmente denominato dal nuovo provvedimento regionale 2016 Operatore Educativo all’Autonomia e alla Comunicazione) specificato nella sentenza del Tribunale Amministrativo del Lazio 11 aprile 2007 e della circolare del MIUR n°3390 del 30 novembre 2001, riteniamo sia necessaria una maggiore valorizzazione del nostro ruolo mediante corsi di formazione specifici erogati direttamente dall’ente pubblico ( stato, regione o comune ) perché, al di là della mediazione delle cooperative che ad esso fanno riferimento, questi è da considerare il nostro reale datore di lavoro! Tutto questo al fine di garantire un servizio di assistenza sempre più adeguato alle esigenze delle persone che ne hanno bisogno, affinché la nostra figura di operatore nel sociale venga definita in modo meno aleatorio e in maggior sintonia con l’onere dei compiti che svolge quotidianamente. A tal proposito citerò alcuni punti fondamentali del nostro mansionario e pertanto, ritenuto fondamentale il nostro ruolo di collaborazione all’interno del corpo scolastico ma come dipendenti da un’azienda esterna, chiediamo a tutti gli effetti l ‘importanza del rispetto del Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro. L’operatore educativo per l’autonomia, ex AEC, come specificato nell’articolo 13 comma 3 della legge 104 del 1992 assicura assistenza ai portatori di handicap frequentanti le scuole dell’infanzia e dell’obbligo; garantisce attività di sostegno, di abilitazione e riabilitazione dell’autonomia ed alla integrazione sociale dei minori disabili riassumibili nelle seguenti mansioni :

  • -supporto nell’attività didattico/educativa interna (attività di laboratorio, ludico/motoria, ecc.. )ed esterna (gite scolastiche, visite guidate, ecc..)ove sia necessaria una figura coadiuvante i docenti per la particolarità delle attività medesime in base a un piano stabilito dagli organismi preposti alla gestione della scuola e delle strutture sociali e sanitarie operanti sul territorio;
  • -supporto ai docenti nelle attività sopra elencate;

– L’ex AEC affianca l’alunno in situazione di handicap nelle attività educative finalizzate all’ igiene della propria persona che consentano ,ove possibile,il recupero e/o la conquista dell’ autonomia, e assicura collaborazione al personale ATA solo nel caso che il bambino H sia molto grave.

-attività nei settori educativo/scolastici territoriali, di collaborazione con altri educatori per la organizzazione e lo svolgimento di attività ludico/motorie e sportive sia all’interno che all’esterno delle strutture;

– partecipazioni alle riunioni dei GLH sugli alunni assegnati presso la scuola o strutture di riferimento;

-capacità di favorire l’ integrazione dell’alunno disabile all’interno del gruppo classe e predisporlo al raggiungimento ove possibile di una progressiva autonomia;

-ausilio nella consumazione del pasto nei casi di assistenza di autonomia funzionale dell’alunno portatore di handicap;

– compilazione del foglio firma mensile con orari di prestazione del servizio, consegna alla segreteria scolastica a fine mese per timbro efirma del Dirigente Scolastico e/o del Referente Handicap per le scuole elementari e medie (per le materne è sufficiente quella del Dirigente Didattico);

Poiché una di queste importanti mansioni del nostro operato come educatori è appunto quello di essere d’ausilio durante il momento del pasto agli alunni portatori di handicap, rivendichiamo il nostro diritto ai “buoni-pasto” dopo sei ore consecutive di lavoro, come afferma la legge, non sempre rispettata nelle scuole dove ci troviamo a lavorare, né possiamo esimerci dal porre sul tavolo tale problema dell’assistenza al pasto dei bambini, in quanto per miserevoli politiche di risparmio, viene negata la vera educazione al cibo che ha per fondamento il mangiare insieme (il convivio … per convivere).

Poiché il nostro contratto di lavoro è un contratto ad ore, non possiamo prescindere da una richiesta di almeno 20 ore di lavoro a settimana per avere una paga che ci assicuri un minimo di sopravvivenza (secondo il CCNL per un lavoro part – time il monte ore minimo garantito sono le 18 ore e ci sono operatori che prestano servizio anche solo per 10 ore), in quanto il netto della nostra ora di lavoro è di circa sette euro; inoltre, data la natura di questo contratto, quando la scuola è chiusa noi non percepiamo alcun reddito poiché zero sono le ore lavorate. Siamo al paradosso! Un ”contratto a tempo indeterminato” a tutti gli effetti a “tempo determinato”, che nega la continuità del reddito e impedisce di percepire l’assegno di disoccupazione. Si può uscire da questa condizione immediatamente con una cassa integrazione guadagni come avviene già per altre categorie di lavoratori ma, soprattutto, avviando concorsi pubblici che contemplino la nostra figura per rimettere nel suo alveo naturale di servizio pubblico e sociale il nostro prezioso lavoro.

Documento di Rivendicazione del ComitatosocialeAEC

Se esce uno, usciamo tutti


Repubblica.it

di VIOLA GIANNOLI

Roma, alunni disabili senza assistenza. La protesta solidale dei compagni: “Via da scuola anche noi”

A causa della riduzione delle ore di assistenza gli alunni portatori di handicap devono lasciare le aule prima degli altri. Ma i genitori di sei scuole di Montesacro non ci stanno. E martedì faranno lasciare le classi in anticipo a tutti gli alunni. “Se esce uno, usciamo tutti”

La scuola a Roma non è uguale per tutti. Non è uguale, ad esempio, per gli alunni disabili che, un mese dopo l’inizio delle scuole, vivono ancora il dramma della drastica riduzione delle ore di assistenza in classe (Aec), nonostante la variazione di bilancio della giunta Raggi abbia consentito, il 3 ottobre scorso, di stanziare 3 milioni per i bimbi portatori di handicap.

Di questi, 433.470 mila euro sono andati al III municipio, uno dei territori più difficili: sono 350 gli alunni non autosufficienti e il nuovo bando, pubblicato in ritardo a luglio, è stato oggetto di contestazioni. Per tutto ottobre, dunque, si andrà avanti così: a orario ridotto. Da novembre l’assistenza verrà potenziata ma non si riusciranno comunque a coprire giornate scolastiche intere come lo scorso anno.

Alla Montessori di viale Adriatico, ad esempio, gli studenti disabili devono lasciare la classe due ore prima perché senza Aec non possono essere garantite le condizioni minime per la loro presenza in aula. A Cristiano, un minore che ha bisogno del sostegno, è stato comunicato che non potrà restare a scuola oltre le 14.20. “Un fatto grave che lede il diritto di un bambino a vivere a pieno, come tutti i suoi compagni, la giornata scolastica. Così si costruisce una scuola dell’esclusione” si sfogano i genitori.

Dopo l’indignazione, l’avviso ha scatenato una grande iniziativa spontanea di solidarietà. “Se esce uno, usciamo tutti” recita lo slogan coniato da mamme e papà: martedì prossimo tutti gli alunni della Montessori lasceranno le classi in anticipo, assieme a Cristiano e alla sua famiglia.

La protesta è diventata contagiosa e altre sei scuole del quartiere, tra elementari e medie, si sono accodate: Walt Disney, Bruno Munari, Angelo Mauri, Cecco Angiolieri, Piajet-Maiorana, Piva. In quest’ultima, racconta una mamma, “mio figlio ha cambiato già 5 Aec in un mese e può usufruire solo di 5 ore di assistenza
Tra 20 giorni diventeranno 10, ma l’anno scorso erano 13”.

Tagli drastici e ritardi importanti che hanno mandato su tutte le furie anche le famiglie degli altri bambini: “Gli Aec – spiegano – sono fondamentali non solo per gli studenti con esigenze speciali ma per tutto il gruppo classe perché garantiscono un delicato percorso di crescita collettiva limitando l’isolamento, stimolando la cooperazione tra alunni e coordinando le figure che sono al lavoro nella scuola”.

In discussione, precisano le famiglie riunite in Consiglio di istituto, “non ci sono le scelte sull’integrazione della dirigenza, che anzi accoglie molti alunni disabili, o degli insegnanti, che siamo certi stiano facendo il possibile. Ci sono invece responsabilità politiche e amministrative”.

Spiega la presidente della Consulta municipale sulla disabilità, Maria Romano: “I problemi principali sono a monte e riguardano l’assegnazione del servizio, il calcolo delle ore di assistenza reali necessarie per ogni bambino e le risorse. Alla precedente amministrazione e ai Cinque Stelle abbiamo detto chiaramente che nel 2017 sul sociale si deve cambiare rotta e investire molti più fondi”. Le toppe, per una scuola giusta ed eguale, non bastano più.

(ha collaborato valentina lupia)

scuola
roma municipio III

SE ESCE CRISTIANO USCIAMO ANCHE NOi


Ragazzi Buona domenica a tutti oggi mi ha contattato la mamma di una bambina disabile che fa parte della consulta del xv municipio mi ha informato che martedì alle ore 14 presso la scuola Montessori di viale adriatico 140 ci sarà una manifestazione di solidarietà per un bambino che non avendo avuto tutte le ore di aec ed è costretto ad uscire prima di scuola. Questa mamma mi chiedeva se noi eravamo a conoscenza di qualche altro caso dove hanno diminuito le ore (specialmente nel xv municipio)!Se vogliamo possiamo partecipare ci sarà anche la stampa!
……….
Quest’anno al nostro rientro a Scuola dopo le vacanze abbiamo avuto una brutta sorpresa: le ore degli AEC (Assistenti Educativi Culturali) sono state drasticamente tagliate.
La figura dell’AEC è una figura importante perché in quelle classi dove sono presenti alunni/e con esigenze particolari, legate all’apprendimento scolastico e allo svolgimento normale dell’attività scolastica, garantiscono il delicato lavoro di accompagnare la classe in un percorso di crescita collettiva limitando l’isolamento, stimolando la cooperazione tra alunni/e per superare le difficoltà  e coordinando tutte le figure che sono al lavoro nella scuola per rispondere a queste speciali esigenze. La presenza dell’AEC è quindi importante non solo per l’alunno con speciali esigenze ma per tutto il gruppo classe.
Questi tagli continui al sociale stanno colpendo molto duro e aggravano il lavoro già difficile dei genitori di questi alunni e anche delle insegnanti.
Arriviamo all’ASSURDO quando addirittura viene comunicato a questi genitori che i propri figli devono lasciare la classe due ore prima perché non c’è la presenza dell’AEC e che quindi non possono essere garantite le minime condizioni per la loro permanenza in classe.
Questo fatto è accaduto nella nostra scuola ed è un fatto grave perché lede il diritto di un bambino/a a vivere a pieno come tutti i suoi compagni la giornata scolastica e perché di fatto costruisce una scuola dell’esclusione e poco attenda alle esigenze
Questo è un problema di tutti Noi, genitori e alunni, e insieme lo dobbiamo affrontare.
Per questo Martedì quando Cristiano, l’alunno a cui è stato comunicato di uscire in anticipo alle 14:20, USCIRA’ NOI USCIREMO TUTTI INSIEME CON LUI E LA SUA FAMIGLIA.
Invitiamo tutti i genitori a vederci MARTEDì 11 OTTOBRE ALLE ORE 14  davanti alla nostra scuola per prendere insieme i nostri figli e le nostre figlie scrivendo sul permesso “ASSENZA DELL’ A.E.C”.