Alunni disabili, regolamento 5 Stelle per gli Aec: “Verso uniformità dei servizi” „


Roma today

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La proposta è sul tavolo delle commissioni Scuole e Politiche sociali. Si punta a spostare il servizio sotto il dipartimento Scuola facendolo ricadere nella sola sfera del diritto allo studio. Tutte le novità

Garantire il diritto al sostegno scolastico per gli alunni disabili sull’intero territorio di Roma Capitale. Uguale per tutti. E fornire finalmente una cornice normativa a una figura centrale nell’integrazione degli studenti portatori di handicapp. I Cinque Stelle sono a lavoro per la stesura di un Regolamento che disciplini il lavoro degli Aec – gli operatori che assistono bimbi e adolescenti nelle classi di materne, elementari, medie e superiori, favorendone l’autonomia e l’inserimento nel gruppo sociale – dando così seguito e concretezza alla delibera 47 del 2015 che dettava le prime linee guida.

LE NOVITA’ – A Ostia le ore settimanali a disposizione degli Aec si contano sulle dita di una mano. In zona Laurentina su appena due. A Monte Mario siamo intorno alle 25 ore. Una “discriminazione” territoriale che finirà (questa è la promessa), insieme all’uso improprio di una figura professionale troppo spesso chiamata a sostituire gli insegnanti di sostegno, non appena il nuovo regolamento verrà votato in Assemblea capitolina. Al momento abbiamo una bozza, una proposta di delibera a firma del consigliere Nello Angelucci, pronta alla discussione in Commissione.

“Il primo obiettivo è l’omogeneizzazione del servizio su tutti i municipi. Non è più possibile procedere alla distribuzione delle risorse esclusivamente sulla base della domanda degli anni passati” spiega il Cinque Stelle. A oggi si erogano i fondi basandosi essenzialmente sullo storico del servizio. “Ma i dati sono cambiati, il bacino di utenza dei ragazzi disabili cambia continuamente”. Altro aspetto che sarà disciplinato dal regolamento in fieri: “Definire nel dettaglio le caratteristiche del servizio. Cosa deve fare l’operatore? Verranno richiesti dei precisi requisiti curriculari”. E soprattutto, cosa non deve fare. “Deve essere chiaro che qullo degli Aec è un servizio completare e non sostitutivo del personale Ata e degli insegnanti di sostegno”. Troppo spesso capita che la figura, in assenza di risorse, diventi interscambiabile.

LA STORIA – MENO ORE AEC, INTERVIENE IL TRIBUNALE

Sempre per quanto concerne il monte ore, si punta a non assegnarlo alla scuola, come attualmente in uso, ma al singolo alunno sulla base delle esigenze certificate dalla Asl. Il rischio, evidenziato in commissione congiunta Politiche sociali-Scuola, può essere quello di perdere la flessibilità. Si sottolinea dagli uffici tecnici: “Se il bimbo non è a scuola, oggi l’operatore può essere utilizzato per altre attività di gruppo, laboratoriali, dove sono presenti disabilità e carenza nell’apprendimento”. Un modo per ottimizzare le scarse risorse, aspetto quelli dei fondi esigui con il quale non si può non fare i conti.

“I soldi non bastano mai, ma sono questi che si devono piegare al diritto, non il contrario” commenta Umberto Gialloreti, presidente della Consulta dell’Handicapp, che pur si dice soddisfatto di questo primo passo. “Finalmente si cambia, ora tocca capire come. L’importante è capire che parliamo di diritto allo studio, che rientra nel diritto alla persona. Quindi ad esempio il monte ore pensiamo non possa essere assegnato alla scuola ma debba andare direttamente all’alunno”. Detto ciò, “erano secoli che aspettavamo un giro di vite serio”.

Una buona base da cui partire, “se opportunamente corretta in alcuni punti”, per Stefano Sabato, aec da 15 anni e sindacalista Fp Cgil. “Ad oggi il servizio manca di una cornice legislativa di riferimento, cosa fai, con chi lo fai, perché lo fai e diritti contrattuali certi. Le assegnazione fino a qualche anno fa venivano date tramite il Saish (servizio socio-assistenziale, erogato dal municipio, rivolto alle persone disabili). Da qualche anno e soprattutto dopo Mafia Capitale si è iniziato a fare bandi specifici, ma si sono aggiunte una serie di criticità ulteriori vedi la precarietà nei cambi di appalto, le clausole sociali e mancato rispetto dei contratti collettivi”. Da eliminare assolutamente “l’assenza di condanne penali nei requisiti per svolgere l’assistenza” spiega Sabato. Troppo generica come dicitura. “Per non esercitare più può bastare una condanna per protesta in Campidoglio contro i tagli al sociale, un vero paradosso. E’ importante specificare le tipologie di reati”.

Tutte modifiche ancora possibili. Il testo è da discutere e potrà essere oggetto di eventuali emendamenti, dopo aver ascoltato ulteriormente soggetti e organi interessati.

A commentare con un tweet l’iter avviato dai Cinque Stelle anche Gianluca Peciola, ex capogruppo Sel e primo firmatario della delibera 47 del 2015.“Importante iter approvazione Regolamento #Aec che dà seguito a nostra delibera. Subito più garanzie e diritti per operatori sociali!”.

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ECCO PERCHE’ NESSUNO SI RIBELLA AL SISTEMA!


maggio 26, 2015 by lastella

Ti sei mai chiesto perché nessuno reagisce di fronte all’infame ondata di oppressione e abuso di ogni tipo che stiamo subendo? Non rimani perplesso del fatto che non succede assolutamente nulla, viste le tante rivelazioni di casi di corruzione, ingiustizia, ruberie e prese in giro della legge e della popolazione in genere, alla quale si è rubato letteralmente il presente e il futuro? Ti sei mai chiesto perché non scoppia una rivoluzione di massa e perché tutti sembrano essere addormentati e ipnotizzati?

In questi ultimi anni ogni tipo di informazioni che dovrebbe aver danneggiato la struttura del Sistema fino alle sue fondamenta, è stata resa pubblica, eppure questa stessa struttura continua a essere intatta senza neppure un graffio superficiale. Questo rende palese un fatto veramente preoccupante che sta sotto il nostro naso e al quale nessuno presta attenzione.

Il fatto che CONOSCERE LA VERITA’ non importa a nessuno, sembra incredibile, ma i fatti lo confermano giorno dopo giorno.

L’informazione non è rilevante.

Rivelare i più oscuri segreti e renderli di dominio pubblico non produce nessun effetto, nessuna risposta da parte della popolazione per quanto i segreti siano terribili e scioccanti.

Per decenni abbiamo creduto che chi lottava per la verità, gli informatori capaci di svelare fatti nascosti o mettere in piazza i panni sporchi potevano cambiare le cose, potevano alterare il divenire della storia.

Siamo cresciuti in realtà, con la convinzione che conoscere la verità era cruciale per creare un mondo migliore e più giusto e di chi lottava per rivelare il nemico più grande dei potenti tiranni.

E forse per un periodo è stato così.

Oggi, però, “l’evoluzione” della società e soprattutto della psicologia di massa ci ha portato a un nuovo stato di cose: uno stato mentale della popolazione che non avrebbe osato immaginare il più alienato dei dittatori. Il sogno di ogni tiranno della faccia della terra: non dover nascondere né occultare niente al suo popolo.

Poter mostrare pubblicamente tutta la sua corruzione, malvagità e prepotenza senza doversi preoccuparsi di alcuna risposta da parte di quelli che opprime. Questa è la realtà del mondo in cui viviamo. E se credete che questa sia un’esagerazione, osservate voi stessi ciò che vi circonda.
Il caso della Spagna è lampante. Un paese immerso in uno stato di putrefazione generalizzato, divorato fino all’osso dai vermi della corruzione in tutti gli ambiti:

  • giuridico
  • industriale
  • sindacale
  • politico (soprattutto)

Uno stato di decomposizione che ha ecceduto tutti i limiti immaginabili, fino a infettare con la sua pestilenza tutti i partiti politici in maniera irreparabile.

Eppure, nonostante siano resi pubblici continuamente tutti questi scandali di corruzione politica, gli Spagnoli continuano a votare per la maggior parte gli stessi partiti politici, dando tuttalpiù alcuni dei loro voti a partiti più piccoli che non rappresentano in nessun modo una possibilità reale.

Ecco l’allucinante caso della Comunità Valenciana, la regione più rappresentativa del saccheggio vergognoso perpetrato dal Partito Popolare e dove, nonostante tutto, questo partito di autentici fuorilegge e banditi continua a vincere le elezioni con maggioranza assoluta.
Una vergogna inimmaginabile in nessuna nazione minimamente democratica.

E sfortunatamente il caso di Valencia è solo un esempio in più dello stato generale del paese: lì abbiamo il caso indegno dell’Andalusia dominata da decadi dall’altra grande mafia dello stato, lo PSOE, che con i suoi soci del Sindacato e l’appoggio puntuale della Sinistra Unita hanno rubato a piene mani per anni e anni.

il caso della Catalogna con “Convergència i Unió”, un partito di baroni ladri d’élite, tanto per dare un altro esempio. E potremmo continuare così per tutte le comunità autonome o il governo proprio centrale dove le due grandi famiglie politico-criminali del paese, PP e PSOE, si sono dedicate a saccheggiare senza alcuna moderazione.
nonostante siano stati resi pubblici tutti questi casi di corruzione generalizzata, siano state rivelate le implicazioni delle alte sfere finanziarie e industriali con il tacito consenso del potere giuridico, la dimostrazione che in forma attiva o passiva riguarda il Sistema in tutti gli ambiti e si rende impossibile la creazione di un futuro sano per il paese, nonostante tutto ciò, la risposta della popolazione è stata… non fare niente.

La cittadinanza ha risposto al massimo con “l’esercitare il legittimo diritto di manifestazione”, un’attività molto simile a quella che fa la massa quando la sua squadra di calcio vince una competizione ed esce per strada a celebrarla.  Nessuno ha fatto niente di effettivo per cambiare le cose, salvo un piccolo spuntino.

Nel caso della corruzione venuta alla luce in Spagna e l’inesistente reazione della popolazione, è un solo esempio tra i tanti nel mondo. Adesso riportiamo il caso dello sport di massa, sotto pressione per il sospetto di corruzione, di manipolazione di dopaggio e per la molto probabile adulterazione di tutte le competizioni sotto il controllo commerciale delle grandi marche…nonostante questo, continuano ad apparire in televisione con un seguito sempre più numeroso.
Tutto ciò si impoverisce davanti alla gravità delle rivelazioni di Edward Snowden  e confermate dai governi in causa che ci hanno detto in faccia alla luce di riflettori che tutte le nostre telefonate , le attività sui social networks, il nostro navigare in Internet è controllato e che ci stiamo dirigendo inesorabilmente verso l’incubo del Grande Fratello vaticinato da George Orwell nel “1984“.

E la cosa più allucinante è che “una volta filtrate” queste informazioni, nessuno si è preoccupato di ribatterle. Tutti i mezzi di comunicazione, i poteri politici e le grandi imprese di Internet implicate nello scandalo, hanno confermato pubblicamente come un qualcosa di reale e indiscutibile questo stato di sorveglianza. L’unica cosa che hanno promesso, in maniera poco convincente e a mezza bocca che non continueranno a farlo…e si sono permessi anche di darci alcuni dettagli tecnici!

E quale è stata la risposta della popolazione mondiale quando è stata rivelata questa verità? Quale è stata la reazione generale di fronte a queste rivelazioni?

Tutti continuano ad essere assorbiti dal loro smartphone, continuano a rotolarsi nel dolce fango dei social network e continuano a navigare nelle acque infestate di Internet senza muovere nemmeno una falange di un dito… A cosa serve, allora, dire la verità?

Nel caso ipotetico che Edward Snowden o Julian Assange siano personaggi reali e non creazioni mediatiche con una missione segreta, a cosa sarebbe servito il loro sacrificio?

  • Che utilità ha accedere all’informazione e rivelare la verità se non provoca nessun cambiamento, alterazione, trasformazione?
  • A che serve conoscere in forma esplicita e documentata il fatto chel’energia nucleare può solo portare disgrazie come dimostrato dai terribili incidenti di Chernobyl e Fukushima, se queste rivelazioni non provocano nessun effetto?
  • A cosa serve sapere che le banche sono enti criminali dediti al saccheggio di massa, se continuiamo a utilizzarle?
  • A cosa serve sapere che il mangiare è adulterato e contaminato da ogni tipo di prodotti tossici, cancerogeni o transgenici, se continuiamo a mangiarli?
  • A cosa serve sapere la verità su qualsiasi fatto importante se non reagiamo per quanto gravi siano le sue implicazioni.

Non inganniamoci da soli per quanto sia duro accettare tutto questo. Affrontiamo la realtà così com’è… Nella società attuale, conoscere la verità non significa nulla

Informare sui fatti che veramente succedono, non ha nessuna reale utilità; anzi la maggior parte della popolazione è arrivata a un livello tale di degradazione psicologica che come dimostreremo, la rivelazione della verità e accedere all’informazione, rafforzano ancora di più la loro incapacità di risposta e l’inerzia mentale.

La grande domanda è: perchè? Che cosa ha portato tutti noi a quest’apatia generale?

E la risposta, come succede sempre quando ci rivolgiamo domande di questo tipo, è tra le più inquietanti. Ed è in relazione con il condizionamento psicologico cui è sottoposto l’individuo della società attuale. I meccanismi che disattivano la nostra risposta quando accediamo alla verità per quanto scandalosa possa essere, sono semplici ed effettivi. E sono nella nostra vita quotidiana.

Tutto si basa su un eccesso d’informazione.

E’ un bombardamento degli stimoli così esagerato che provoca una catena di avvenimenti logici che finiscono con lo sfociare in un’effettiva mancanza di risposta: in pura apatia.

E per lottare contro questo fenomeno è bene conoscere come si sviluppa il processo…

COME SI SVILUPPA IL PROCESSO?

Per prima cosa dobbiamo capire che questo stimolo sensoriale che riceviamo è carico d’informazioni.

Il nostro corpo è predisposto alla percezione e alla lavorazione di stimoli sensoriali, ma la chiave del tema sta nella percezione di carattere linguistico dell’informazione, per linguistico sta a indicare ogni sistema organizzato con il fine di codificare e trasmettere informazione di ogni tipo.

Per esempio, ascoltare una frase o leggerla comporta la sua entrata nel nostro cervello a livello linguistico. Ma lo stesso avviene quando guardiamo il logo di un’impresa, l’ascolto delle note musicali di una canzone, guardare un segnale del traffico o udire la sirena dell’ambulanza, tanto per darvi alcuni esempi.

Oggi, una persona è sottoposta a migliaia di stimoli linguistici di questo tipo solo durante un giorno; molti li percepiscono in forma cosciente, ma la grande maggioranza in forma non cosciente che deve essere elaborata dal nostro cervello.

Potremmo dividere il processo di captare ed elaborare questa informazione in tre fasi:

  1.       percezione
  2.      valorizzazione
  3.      risposta

Percezione.

Indubbiamente, in tutta la storia dell’umanità, apparteniamo alla generazione che ha la capacità più grande di elaborare informazioni a livello celebrale, con potere di differenziare soprattutto a livello visivo e auditivo.

Man mano che nascono e crescono nuove generazioni acquisiscono una maggiore velocità di percezione dell’informazione. Una dimostrazione di quanto affermato la ritroviamo nel cinema.

Guardate un vecchio film western di John Wayne, una scena qualsiasi di azione per esempio una sparatoria. E poi guardate una scena di sparatoria o di inseguimento di macchine di un film odierno. Una qualsiasi scena d’azione di un film attuale è piena di successioni rapidissime di primi piani di breve durata.

Solo in 3 o 4 secondi si vedranno diverse figure:il volto del protagonista che guida, quella del compagno che grida, la mano sul cambio della macchina, il piede che spinge il pedale, la macchina che schiva un pedone, l’inseguitore che slitta, il cattivo che afferra la pistola, che spara dal finestrino, ecc… e ogni primo piano sarà durato al massimo una decina di secondi.

Le immagini si succedono a tutta velocità come gli spari di una mitragliatrice. Eppure siete in grado di vederle tutte e di elaborare il messaggio che contengono.Adesso rivedete il film di John Wayne. Non troverete successioni di scene a ritmo di mitragliatrice, ma successioni di scene dalla durata più lunga e con un campo visivo più ampio. Probabilmente uno spettatore dell’epoca di John Wayne si sarebbe sentito male vedendo un film attuale poiché non era abituato a elaborare tanta informazione visiva a tale velocità.  Questo è un semplice esempio del bombardamento di informazioni cui è sottoposto il cervello di ognuno di noi oggi rispetto a quello di una persona di cinquant’anni fa.
Aggiungeteci tutte le fonti di informazioni che ci circondano, come la televisione, la radio, la musica, l’onnipresente pubblicità, i segnali del traffico, i diversi tipi di abbigliamento che indossano le persone che incrociamo per la strada e che rappresentano ognuna di loro, un codice linguistico per il tuo cervello, l’informazione che vedete sul cellulare, sul tablet, in internet e inoltre i vostri impegni sociali, le fatture, le preoccupazioni e i desideri che hanno programmato tu avessi, ecc. ecc.  …

Si tratta di un’autentica inondazione di informazione che il vostro cervello deve elaborare continuamente. Tutto questo con un cervello della stessa misura e capacità di quello spettatore dei western di John Wayne di cinquant’anni fa.

Per quanto ne sappiamo, sembra che il nostro cervello abbia la capacità sufficiente per percepire tali volumi di informazione e comprendere il messaggio associato a questi stimoli.

Il problema quindi non sta lì. Infatti, sembra che il nostro cervello ne goda poiché ci siamo trasformati in tossicodipendenti degli stimoli.

Il problema sembra risiedere nella fase che segue.

Noi ci scontriamo con i nostri limiti quando dobbiamo valutare l’informazione ricevuta, cioè quando arriva l’ora di giudicare e analizzare le implicazioni che comporta.

Questo succede perché non abbiamo il tempo materiale per fare una valutazione profonda di quell’informazione.

Prima che la nostra mente, da sola e con i criteri chele sono propri, possa giudicare in maniera più o meno profonda l’informazione che riceviamo, siamo bombardati da un’ondata di stimoli che ci distraggono e inondano la nostra mente.

E per questa ragione che non arriviamo a valutare nella giusta misura l’informazione che riceviamo per quanto importanti siano le implicazioni che comporta.

Per capire meglio tutto questo, utilizzeremo un’analogia sotto forma di una piccola storia.

Immaginiamo una persona molto introversa che passa la maggior parte del suo tempo rinchiusa in casa. Praticamente non ha amici e non intavola relazioni sociali di nessun tipo.

Supponiamo adesso che questa persona vada al supermercato a comprare una bottiglia di latte e quando va a pagare gli cade per terra e la rompe causando grande scompiglio e macchiandosi i vestiti sotto gli occhi di tutti e della cassiera.

Quando questa persona torna a casa, isolata com’è e senza uno stimolo sociale, darà probabilmente un gran valore a quanto avvenuto al supermercato.

Si domanderà perché gli è caduto il latte e quale movimento falso abbia fatto perché questo avvenisse; si domanderà se la colpa fosse sua, o della bottiglia che era troppo spigolosa; nella sua testa analizzerà lo sguardo della cassiera e i gesti e i commenti di ogni cliente; osserverà anche le macchie sui vestiti e tenterà di indovinare ciò che hanno pensato gli altri di lui.

Si sentirà ridicola e giudicherà quel fatto meramente aneddotico molto più importante di quanto lo sia stato in realtà. Solo perché quella situazione ridicola al supermercato sarà il grande avvenimento del giorno o della settimana. E forse non lo dimenticherà mai per tutta la vita.

Adesso sostituiamo la persona introversa e senza relazioni con un modello opposto.

Una persona estroversa che passa tutto il giorno circondata da una gran quantità di persone e di fatti, interagendo freneticamente con clienti e compagni di lavoro, che parla al telefono, organizza incontri, compra, vende, fa riunioni, ride, si arrabbia e termina la giornata bevendo un bicchiere con gli amici.

Supponiamo che questa persona va a comprare il latte e anche a lei cade la bottiglia causando un gran scompiglio e macchiandosi i vestiti.

La sua valutazione dell’accaduto sarà solo aneddotica poiché rappresenta un evento in più tra tutti quelli a carattere sociale che sperimenta durante la giornata. E in poche ore se ne sarà dimenticata.

Una persona della società attuale, assomiglia molto al secondo modello, sottoposta a una grande quantità di stimoli sensoriali, sociali e linguistici.

Per noi, ogni informazione ricevuta è rapidamente digerita e dimenticata, portata via dalla corrente incessante dell’informazione che entra nel nostro cervello come un torrente.

Perché viviamo immersi nella cultura del “twit”, un mondo dove ogni riflessione su un evento dura 140 caratteri. E questa è la profondità massima cui arriva la nostra capacità di analisi.

E’ per questa ragione, per la nostra impotenza di valutare e giudicare da soli il volume di informazione al quale siamo sottoposti, che l’informazione che ci è trasmessa, porta incorporata l’opinione che dobbiamo averne, cioè quello che dovremmo pensare dopo aver realizzato una valutazione approfondita dei fatti, cioè chi emette l’informazione risparmia al ricevente lo sforzo di dover pensare.

Questo è il procedimento che utilizzano i grandi mezzi di comunicazione e in un mondo di individui autenticamente pensanti sarebbe tacciato di manipolazione e lavaggio del cervello.

La televisione è un esempio lampanteL’esempio degli onnipresenti incontri politicidove gli ospiti sono presentati come “opinionisti”. La loro funzione è generare l’opinione che noi dovremmo costruire da soli.

Così il bombardamento di informazione continuo e incessante nel nostro cervello ci impedisce di giudicare adeguatamente il valore dei fatti, con un criterio nostro. Ci toglie il tempo che dovremmo avere per soppesare le conseguenze di un avvenimento e lo frammenta in pezzettini da 140 caratteri e lo trasforma in un giudizio breve e superficiale.

Risposta.
Una volta che la valorizzazione personale dei fatti è ridotta alla minima espressione, entriamo nella fase decisiva del processo, quella che è priva della nostra risposta.

Qui entrano in gioco le emozioni e i sentimenti, il motore di ogni risposta e azione.Frammentando e riducendo il nostro tempo, riduciamo la carica emotiva che associamo all’informazione.

Osserviamo le nostre reazioni: possiamo indignarci molto nel vedere una notizia in un notiziario, per esempio lo sgombero forzato di una famiglia senza mezzi, ma dopo pochi secondi siamo bombardati da un’informazione diversa che porta verso un’altra emozione superficiale e diversa che ci fa dimenticare la precedente.

Per esprimere questo in forma grafica e chiara: la nostra capacità di giudizio e di analisi è pari a un “tweet”, la nostra risposta emotiva è pari a un emoticon.

E qui sta la chiave.

Qui rimane disattivata la nostra possibile risposta. Per capire meglio, torniamo all’analogia della persona introversa ed estroversa che rompeva la bottiglia di latte al supermercato.

La persona introversa chiuse nel suo mondo che ha dato un valore più profondo ai fatti avvenuti al supermercato continuerà a rimuginarci sopra più volte.

Non dimenticherà facilmente le emozioni legate al ridicolo che ha provato in quel momento e con molta probabilità esporre continuamente le proprie emozioni finirà con provare un certo imbarazzo solo a ripensarci.

E’ possibile che non torni per un certo periodo a fare spesa in quel supermercato, anche se implica il fatto di dover andare più lontano a comprare il latte; arriverà anche a provare repulsione per il luogo e le persone che l’hanno reso ridicolo.

L’energia emotiva che ha messo su questo fatto concreto diventerà una reazione effettiva per il fatto. Invece, la persona estroversa tornerà al supermercato senza nessun problema poiché mentalmente quanto accaduto, non ha rilevanza emotiva; tuttalpiù arrossirà al vedere la cassiera o qualche cliente. La persona estroversa non intraprenderà azioni effettive e tangibili che derivano dal fatto della bottiglia di latte.

Oltre le valutazioni fatte su questi personaggi inventati, questi esempi ci servono per dimostrare che il bombardamento incessante dell’informazione cui siamo sottoposti finisce con lo sfociare in una frammentazione della nostra energia emotiva e perciò finiamo col dare una risposta superficiale o nulla.

E’ una risposta che per il momento in cui viviamo intuiamo che dovrebbe essere molto più contundente eppure non arriviamo a darla perché ci manca l’energia sufficiente per farlo. E tutti guardiamo disperati gli altri e ci domandiamo:  “Perché non reagiscono? Perché non reagisco?”

E questa impotenza alla fine diventa una sensazione di frustrazione e di apatia generale. Questa sembra essere la ragione per cui non avviene una Rivoluzione quando per la logica dei fatti dovrebbe essere già scoppiata. Si tratta quindi di un fenomeno psicologico. Questo è il meccanismo di base che interrompe ogni risposta della popolazione davanti ai continui abusi che riceve.

E’ la base sulla quale si poggiano tutte le manipolazioni mentali cui ci sottopongono oggi E’ il meccanismo psicologico che rende la popolazione docile e sottomessa.

Potremo riassumere il tutto così:

L’eccessivo bombardamento di informazioni ci impedisce di avere il tempo necessario per dare il giusto valore a ogni informazione ricevuta e, di conseguenza, associarla a una carica emotiva sufficiente per generare una reazione effettiva e reale.

COSPIRAZIONE O FENOMENO SOCIALE?

Non ha importanza se tutto questo fa parte di una grande cospirazione atta a controllarci o se siamo arrivati a questo punto per via dell’evoluzione della società, perché le conseguenze sono esattamente le stesse:

i più potenti faranno il possibile per mantenere attivi questi meccanismi e fomenteranno anche il suo sviluppo secondo le loro potenzialità solo perché ne ricevono benefici.

Rivelare la verità, in effetti, favorisce questi meccanismi.

Ai più potenti non importa mostrarsi come sono o svelare i propri segreti per quanto sporchi e oscuri siano. Rivelare queste verità occulte contribuisce in gran parte all’aumento del volume di informazione con il quale siamo bombardati.

Ogni segreto portato alla luce produce nuove ondate di informazioni che possono essere manipolate e rese tossiche con l’aggiunta di dati falsi, contribuendo così alla confusione e al caos dell’informazione e da qui arrivano nuove ondate secondarie di informazioni che ci stordiscono ancora di più e ci fanno sprofondare di più nell’apatia.

Se combattiamo quest’apatia, frutto della poca energia emotiva con cui cerchiamo di rispondere, con le tremende difficoltà che il sistema ci mette davanti quando è il momento di punire i responsabili, si generano nuove ondate di frustrazione sempre più forti che ci portano passo dopo passo alla resa definitiva e alla totale sottomissione.

Non ponetevi nessun dubbio: alle persone che ostentano il potere interessa bombardarvi con enormi volumi di informazioni il più superficiali possibili; perché una volta instaurata questa forma di interagire con l’informazione ricevuta, tutti noi ci trasformeremo in persone dipendenti da questo incessante scambio di dati.
l bombardamento di stimoli è una droga per il nostro cervello che ha bisogno di sempre più velocità per lo scambio di informazioni ed esige meno tempo per poterle vagliare.

Succede a tutti noi: ci costa sempre più fatica leggere un lungo articolo pieno di informazioni strutturate e ragionate. Abbiamo l’esigenza che sia stringato, più veloce, che si legga in una sola riga e che si possa ingerire come una pasticca e non come un lauto pranzo.

Il nostro cervello si è trasformato in un tossicodipendente da informazione rapida, in un drogato avido di continui dati da ingerire pensati e analizzati da un altro cervello in modo che noi non dobbiamo fare lo sforzo di fabbricare una nostra opinione complessa e contraddittoria.

Il fatto è che noi odiamo il dubbio perché ci obbliga a pensare. Non vogliamo farci domande. Vogliamo solo risposte rapide e facili. Siamo e vogliamo essere antenne riceventi e replicanti di informazioni come meri specchi che riflettono immagini esterne. Gli specchi però sono piani e non hanno vita propria, tutto quello che riflettono viene da fuori.

L’essere umano a gran velocità si sta dirigendo verso quello stato di fatto. Lo permetteremo?

CONCLUSIONE

Tutto quanto è stato scritto, forse non lo avreste voluto ascoltare. E’ poco stimolante ed è qualcosa di complicato e farraginoso, ma le complesse realtà non possono essere ridotte in un titolo ingegnoso di tweet.

Per intraprendere una profonda trasformazione del mondo, per iniziare un’autentica Rivoluzione che cambi tutto e ci porti verso una migliore realtà, dovremmo discendere nelle profondità della nostra psiche, fino alla sala macchine, dove si muovono tutti i meccanismi che determinano le nostre azioni e i nostri movimenti.

E’ lì che si risolve l’autentica guerra per il futuro dell’umanità.

Nessuno ci salverà facendo da un pulpito dei proclami brillanti e delle promesse per una società più giusta ed equa. Nessuno ci salverà raccontandoci una verità presunta o rivelandoci i segreti più oscuri dei poteri occulti.

Come abbiamo visto, l’informazione e la verità non sono importanti perché i nostri meccanismi di risposta sono invariati. Dobbiamo scendere fino a loro e ripararli; e per fare ciò dobbiamo sapere come funzionano. E non sarà necessario fare un complesso corso di psicologia: osserviamo con attenzione e ragioniamo da soli e potremo raggiungere il risultato.

Non si tratta di qualcosa di esoterico o basato su strane credenze dal carattere Mistico, Religioso o New Age. E’ pura logica: non c’è rivoluzione possibile senza una profonda trasformazione della nostra psiche a livello individuale perché la nostra Mente è programmata dal Sistema.

Per cambiare quindi il Sistema che ci imprigiona, prima lo dobbiamo disinstallare dalla nostra mente.

Lo faremo?

“Dal lavoro sociale alla sindrome del Burnout:…”.


Cari lettori vi voglio sottoporre questo bellissimo articolo giratomi dal gruppo facebook”Educatori Educatoricontroitagli”vi invito a leggerlo è molto interessante.

“Dal lavoro sociale alla sindrome del Burnout: l’infelicità lunga una vita.”
Premessa
Da quando mi sono laureata in Scienze della Formazione ,intorno al 1994, con una tesi sul fenomeno del burnout nel privato sociale, mi sono resa conto che era importante per me lavorare sul mio benessere sia psichico che fisico. Da allora ogni mia formazione ha avuto a che fare con questo grande e profondo obiettivo: scongiurare il burnout. Devo dire che non so se ci sono riuscita ma sono 30 anni che faccio questo mestiere e sono ancora qui.
Credo che noi, professionisti/e della relazione d’aiuto, ci troviamo oggi a condurre se non a subire una sottile lotta fra il bene e il male giorno dopo giorno per una vita senza accorgercene se non quando è troppo tardi. Una forma di violenza sottile, impercettibile ed altamente ambigua che si insinua nei meandri dell’anima e la corrompe. Una lotta fra noi stessi/e ed il mondo del lavoro che cambia fatalmente e che comprende utenti, committenti e noi tutti.
Una lotta che nasce dagli anni Settanta.
“ E’ in quegli anni” dice la Monoukian nel suo libro Stato dei Servizi (1988) “che si fanno avanti quei principi di diffusione del Welfare come la programmazione decentrata, la partecipazione alla gestione, l’integrazione dei servizi e la prevenzione poi più o meno ripresi dalla legislazione” dove tutti partecipavano di “ un più ampio progetto di rinnovamento della società italiana”. Una dimensione civile e politica per noi oggi inimmaginabile. Dopo un decennio circa veniva invece rilevato da studiosi come Gianni del Rio in Stress e lavoro nei Servizi (1993) del “senso di inefficacia e impotenza direttamente proporzionale alla complessità e gravità percepite dei problemi del meccanismo di cui si è parte……” e che gli operatori e le operatrici dei Servizi cominciavano a vivere.
Assistiamo alla “logica del prisma” ( G.Del Rio) che rinforza la tendenza all’isolamento rendendo povera e fragile l’identificazione individuale e collettiva e la carenza di senso nella lettura che ciascuno di noi fa della complessità che rispetto a quegli anni oggi è aumentata all’ennesima potenza.
Due eminenti psicologi americani e studiosi dell’argomento, Maslach e Leiter, confermano il ragionamento precedente dicendo che la priorità delle organizzazioni post-moderne si è spostata dalla qualità dei processi produttivi ( empowerment organizzativo) verso i meri bisogni di budget che possiamo identificare come meccanismi propri delle Aziende pubbliche, per la nostra realtà cittadina di Bologna e provincia possiamo parlare di Ascinsieme, Asp, Aziende Consortili, Comune e Associazionismo vario oltrechè Cooperative del privato sociale.
Si osserva, sostengono gli studiosi, l’arretramento del senso di appartenenza all’organizzazione per cui si lavora il cui obiettivo non è più il lavoro di equipe che in moltissimi territori è ormai solo un ricordo, bensì l’utilizzo ( o sottoutilizzo diciamo noi) del lavoratore e della lavoratrice per soli obiettivi di budget sventrando così la valorizzazione umana e professionale. Svalutazione della figura professionale che corrisponde esattamente alla svalorizzazione del lavoro divenuto flessibile e spezzato o trasformato in gettone di presenza, vaucher ( fino a quando c’erano), volontariato.
E’ in questo quadro che nasce, cresce e cova la cosiddetta “sindrome del Burnout”, è qui che la psicologia del lavoro comincia ad interessarsi non solo allo stress-lavoro-correlato ma anche al carico emotivo importante che scaturisce dal lavoro con gente disagiata e/o ammalata e che pesa sul professionista fragile e senza più strumenti seri di lavoro, giorno dopo giorno.
Informazione legislativa
Oggi la Sindrome del Burnout è una sindrome riconosciuta, insieme allo stress, al mobbing e similari, dal Ddl 81/2008 in materia di salute e sicurezza sul lavoro, in particolare nell’art.28 viene richiamata la necessità di valutare tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori compresi quelli legati allo stress-lavoro-correlato secondo i contenuti dell’accordo Europeo dell’8 ottobre 2004. Secondo l’Accordo Europeo
“affrontare la questione dello stress-lavoro-correlato può condurre ad una maggiore efficienza ed a un miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori,con conseguenti benefici economici e sociali per le imprese,lavoratori e la società nel suo complesso.”
Questo è sinteticamente quanto dice la legge e quanto riportano siti di settore e articoli sull’argomento ma cosa davvero facciano in Italia le aziende pubbliche e private per i loro lavoratori e lavoratrici non è dato saperlo con chiarezza se non dai lavoratori stessi. Non di poco conto è notare come sia silente lo Stato Italiano su queste tematiche.Certo è che alcune organizzazioni lavorative non fanno nulla in merito senza particolari conseguenze legali, altre rispondono con una minima circolazione di informazione nei corsi obbligatori per legge rivolti ai dipendenti. Qualche cooperativa piu’ volenterosa e che tiene all’immagine, mette anche a disposizione una figura psicologica interna che però non può entrare nel dettaglio delle carenze e contraddizioni organizzative demandando ad un altrove indefinito e legittimando invece una lettura che corre il rischio di essere strumentale e manipolatoria della situazione psicologica del lavoratore. Il rischio è che si “ospedalizzi” il lavoratore che è in burnout a dispetto degli accordi europei, che lo si colpevolizzi, se ne faccia un caso personale poiché altrimenti si dovrebbe mettere in discussione un apparato dirigenziale e amministrativo che oggi vede come unico obiettivo il budget e non la qualità di vita e del lavoro del singolo. A questo punto perché mai un professionista della relazione d’aiuto deve ammettere di essere in burnout?
la sindrome di burnout
Colpisce le persone impegnate nelle professioni d’aiuto laddove vi è un carico emotivo intenso che vede il coinvolgimento del professionista che in una prima fase investe molte energie dal punto di vista “idealistico” motivato dal fatto che può aiutare gli altri, trovare soluzioni cercando di ottenere successo generalizzato e veloce ma poi disilludendosi e mortificandosi quando scopre che la realtà è ben diversa. In questa fase un lavoratore od una lavoratrice giovane può essere funzionale ad una azienda che mira al risparmio poiché usa in surplus le proprie risorse, mezzi e conoscenze passando sopra agli interessi di budget offuscata da motivazioni ideali. Si tratta di lavoratrici laureate e super qualificate, motivate ma pagate molto poco.
Successivamente vi è una seconda fase definita di “stagnazione” dove si reagisce in modo negativo rispetto agli insuccessi. Si arriva cosi al momento della “frustrazione” dove il pensiero dell’operatrice/operatore rasenta la sensazione di inutilità. In questa fase può essere determinante in senso negativo il “mobbing” che alcune aziende fanno subire ai propri dipendenti producendo un tale disagio psicofisico da spingere verso il licenziamento i lavoratori più fragili. In questa fase ci troviamo in piena sindrome di burnout che può essere scambiata per altro. Allora abbiamo fenomeni di fuga nella malattia o nell’assenteismo, atteggiamenti di aggressività verso se stessi e/o verso gli altri come utenti o interlocutori o colleghi. Infine la fase del “disimpegno” dove gradualmente ci si disaffeziona dal proprio lavoro rendendo inutile ogni azione lavorativa. Senza consapevolezza di ciò che sta succedendo, chi ha interesse può strumentalizzare tali situazioni lavorative per denunciare ipocritamente l’inutilità di un Servizio piuttosto che di un operatore/ operatrice specifica giocando sull’ignoranza degli operatori stessi,sul loro timore di perdere il lavoro, sull’ignoranza degli utenti e della pubblica opinione in generale giustificando così dei tagli di budget o licenziamenti.
Le strategie per affrontare il burnout: fra diritti e lotte un approccio multidimesionale
Oggi i medici di base, per legge, dovrebbero conoscere la sindrome del Burnout che provoca o aggrava alcuni disturbi di tipo psicosomatico oltre che ovviamente creare condizioni psicologiche penose, dunque dovrebbero saperla diagnosticare. Usiamo il condizionale perché certio medici di base hanno un atteggiamento critico scambiando alcuni atteggiamenti del lavoratore come “assenteismo” mirato.
quindi è bene chiedere il parere del proprio medico di fiducia se è un medico di cui ci si fida poiché importante è conoscere, prevenire e se non si può più prevenire, curare e prevenire le ricadute. Quanti sanno che si ha il diritto di chiedere la malattia al lavoro per ciò che causa il Burnout ?
In generale comunque esistono diverse strategie per contrastare il Burnout ma noi riteniamo che essendo i fattori di rischio sia personali che organizzativi, l’approccio debba essere multidimensionale. Vediamo alcuni approcci/strumenti per affrontare il burnout.
Autovalutazione con l’M.B.I.
Come sostiene Christina Maslach, docente di psicologia: “Un grammo di prevenzione vale quanto mezzo chilo di cura”.
Allora una prima cosa che è possibile fare è compilare l’M.B.I., strumento che di èer sé può essere autogestito se si è Educatori Professionali laureati, psicologi, medici altrimenti è meglio compilarlo insieme ad un professionista che possa aiutare a comprenderlo. Si può reperire sul web. In sintesi è comunque bene condividere i risultati del test qualora fossero disastrosi, con una psicologa o psicologo.
Il questionario affronta tre diversi campi della professionalità e sono : l’esaurimento emotivo; la depersonalizzazione; la realizzazione personale. Farlo serve unicamente ha “quantificare” emozioni e sensazioni che altrimenti non sempre si riesce a fermare e definire ed a capire dove si è.
Piano personale
Si può scegliere di lavorare sulla propria persona attraverso percorsi di crescita personale. Si tratta di un sovraccarico emotivo, dunque è sul piano emozionale che occorre lavorare. Dalla terapia psicoanalitica alle svariate tecniche di meditazione. Un lavoro di contenimento dello stress per chi se la sente, può essere affrontato da tutte quelle meravigliose tecniche bioenergetiche per il benessere come lo yoga, il reiki, le visualizzazioni meditative, o trattamenti olitici e bioenergetici che influenzano ed agiscono sul piano emozionale e delle energie sottili di cui siamo fatti.
E’ la stessa Maslach che invita – nei suoi testi – a distaccarsi dalle situazioni vissute nell’ambito lavorativo, prima di rientrare in famiglia, attraverso tecniche di rilassamento o forme di decompressione psicologica.
Evidentemente tali attività di decompressione non sono LA soluzione MA aiutano a NON portare a casa propria le tensioni vissute nella giornata lavorativa, a far si che ci sia una sana separazione fra il tempo del lavoro, tempo libero e vita personale. Quanta importanza dà la nostra società al tempo libero?
A proposito del tempo libero
Il filosofo tedesco Theodor Wiesengrund Adorno disse che : “…Il vero tempo libero— se fosse realmente ispirato all’ozio latino e se fosse sul serio messo a disposizione delle classi subalterne — sarebbe rivoluzionario. Sarebbe il tempo della riflessione, dello studio, della comprensione. E sarebbe finalmente a disposizione di tutti. Ma non lo sarà, perché il tempo libero, quello a disposizione della coscienza, è pericoloso. è sedizioso.
È nell’ozio che si coltiva la coscienza, si progettano le rivoluzioni e le trasformazioni dello status quo.”
E’ interessante per noi professionisti/e della relazione d’aiuto riflettere sul concetto di tempo libero ; è importante la distinzione fra tempo lavorativo, flessibile, spezzettato e invece il tempo libero o liberato dentro al quale solo noi col nostro libero arbitrio possiamo decidere cosa abbiamo voglia di fare. Un tempo liberato da stress ed impegni durante il quale rigenerarsi e poter esprimere se stessi nelle attività più piacevoli o confacenti. Quanti di noi sono ancora in grado di vivere così il proprio tempo libero rispetto invece all’organizzazione del proprio orario di lavoro imposto? Ad Esempio chi fa diversi servizi con orari spezzati può solo dividere il tempo lavorativo da un tempo di attesa non pagato e non utilizzato per sé. Il concetto di tempo libero oggi è assai relativo e subalterno al tempo lavorativo flessibile, sempre più imposto e non partecipato quando non diviene tempo vuoto, il tempo della disoccupazione. Ancora possiamo aggiungere che se abbiamo un po’ di tempo libero a volte siamo costretti a passarlo studiando il modo di difenderci dagli “attacchi” del sistema lavorativo o se preferite dal “sistema di potere” mentre i dirigenti lo fanno nel tempo di lavoro retribuito, cosa? Trovare il sistema per sfruttare o/e licenziare i lavoratori/soci che non servono più alla causa.
Ma questo è un altro capitolo.
Piano sindacale e organizzativo-aziendale
Spesso e volentieri fra i motivi che inducono il Burnout ci sono pessime condizioni salariali e di lavoro. Ritmi intensi e orario spezzato, periodi di inattività forzata, insicurezza degli appalti , lavoro in solitudine, mancanza di tempo per la programmazione, scarsa considerazione del ruolo, obiettivi non chiari, ruoli mal definiti, mancanza di comunicazione fra amministrazione del personale e dipendenti,mancanza di supporto all’interno dell’ambito lavorativo, mancanza di condivisione fra colleghi, sovraccarico di responsabilità e lunga esposizione ai problemi degli utenti, situazioni emotive molto complesse che riguardano gli utenti e di fronte alle quali non c’è una risposta organizzata soprattutto in periodo di tagli al welfare. Su questi temi pensiamo che sia ora di ri-utilizzare i Sindacati a fare quello per cui sono nati cioè difendere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
Un intervento efficace è modificare l’organizzazione del lavoro, come la pianificazione degli orari, ottimizzare la divisione delle attività, condividere le responsabilità, migliorare le condizioni contrattuali e dar maggior flessibilità di permessi e congedi come accade già da tempo i altri paesi .Un Sindacato può tenere conto di queste tematiche nelle contrattazioni, nelle vertenze individuali, nella formazione e nelle consulenze legali.
Anche la remunerazione, hainoi, è importante poiché se gli operatori e le operatrici vivono in condizioni economiche precarie potranno fare ben poco per utenti che sono molto simili a loro per condizione.
La relazione d’aiuto
Naturalmente è molto utile la formazione in generale ma pensiamo sia davvero cruciale la formazione che preveda l’apprendimento di tecniche di ascolto nella relazione d’aiuto, di gestione delle emozioni, di problem solving, di mediazione dei conflitti, di conoscenze specifiche sul fenomeno sociale che riguarda gli utenti con i quali si lavora (dall’immigrazione,all’handicap, alla psichiatria,alla tossicodipendenza,al sostegno genitoriale ). Spesso accade che colleghi e colleghe la formazione se la pagano per conto proprio.
In Conclusione
Siamo convinti che il fenomeno del Burnout possa essere affrontato e risolto soltanto se se ne prende coscienza e su più fronti, sappiamo invece che miete vittime inconsapevoli poiché dura anni silente e confuso prima di essere scoperto nella sua virulenza. Molti nostri colleghi e colleghe si “bruciano” in una società che non riesce a mantenere l’aspetto umano che invece noi vogliamo disvelare sempre più. Il suggerimento e la nostra scommessa a dire il vero è di cominciare da noi, dalla nostra realtà lavorativa per arrivare a confrontarci con colleghi e colleghe e trovare insieme soluzioni senza rimanere passivi e immobili; partire sinceramente e in modo pulito, onesto, dal cuore di ciascuno di noi per ricominciare di nuovo, disvelare il meccanismo del “potere” che logora e sostituirlo col potere personale e collettivo compiendo una operazione culturale e politica di ampio raggio, col libero arbitrio sul proprio tempo dove non si viva per lavorare ma si lavori per vivere.
Mariarosa Di Marco
note biografiche
lavora da 30 anni nel privato sociale come Ed.Prof.le, Laureata in Scienze della Formazione a Bologna, Pedagogista; Volontaria dell’Associazione Interculturale “Annassim” ; Counsellor rogersiana, Operatrice olistica, scrittrice di narrativa, sin dagli esordi è nel gruppo “Educatori Uniti Contro i Tagli” e nella redazione radiofonica, inoltre svolge attività sindacale da svariati anni attualmente per il Sindacato Generale di Base.
Si è laureata nel 1995 con una tesi in psicologia sociale: “Lavoro educativo,operatori sociali e Burn-out” Facoltà di Sc.della formazione (Unibo) con la Relatrice Prof.ssa Bruna Zani e da allora cerca e sperimenta qualsiasi cosa prevenga il Burnout.
articoli
Contessa G.,1981“L’operatore sociale cortocircuitato: la “burning-out syndrome” in Italia.
In “Animazione Sociale”, N.42-43- Novembre 1981 – Febbraio 1982
sitografia
http://www.changesrl.it/files/lepore.pdf Accordo Europeo 8 ottobre 2004
https://www.puntosicuro.it/…/prevenzione-dello-stress-obbl…/
https://appsricercascientifica.inail.it/focusstre…/index.asp
– guida elettronica per la gestione dello stress e dei rischi psicosociali https://osha.europa.eu/…/e-guide-managing-stress-and-psycho…
– agenzia europea per la salute e sicurezza sul lavoro: https://osha.europa.eu/it
– rischi psicosociali in Europa : file:///C:/Users/Mariarosa/Downloads/Summary%20Psychosocial%20risks%20in%20Europe-it.pdf
Bibliografia
– Baiocco R., Crea G,. Laghi F., Provenzano L. Il rischio psicosociale nelle professioni di aiuto: la sindrome del burnout negli operatori, medici, infermieri, psicologi e religiosi. Edizioni Erickson, Trento, 2004.
– Cherniss, C.La sindrome del burn-out. Lo stress lavorativo degli operatori dei servizi socio-sanitari. Il Centro Scientifico Torinese, Torino, 1983.
– Maslach, C.La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri.Cittadella Editrice, 1997.
– Maslach, C. e Leiter, M.P.Burnout e organizzazione. Ed Erickson, Trento, 2000.
– Pellegrino F.Oltre lo stress, burn out o logorio professionale. Torino: Centro Scientifico Editore 2006.
– Vittorio Lodolo D’Oria: Pazzi per la scuola. Il burnout degli insegnanti a 360º. Prevenzione e gestione in 125 casi, Alpes Italia, 2010.

DA COSA PASSA IL RICONOSCIMENTO DELLA PROFESSIONALITÀ DELL’OPERATORE SOCIALE?


ReNos

La legge Iori-Binetti 2656 è giunta all’ultimo passaggio della sua approvazione definitiva in parlamento.

Cosa succederà da qui in avanti? Che finalmente la categoria dei lavoratori del sociale assumerà un nuovo riconoscimento all’interno del mercato del lavoro e dei Servizi? Che verrà definito chi sono, cosa fanno, quanto necessari sono? Che ci saranno nuovi investimenti, pubblici e privati, sui Servizi territoriali? Che il nostro contratto nazionale, scaduto ormai dal 2012, verrà preso finalmente in considerazione e si stabilirà un salario dignitoso per una categoria sfruttata e sottopagata? Che finalmente, con la definizione di un curriculum formativo universitario la nostra professione e la nostra categoria di lavoratori possano acquisire la meritata dignità sociale?

Queste sembrano le volontà sottese, eppure siamo molto preoccupati da quello che ci attende, a fronte delle insoddisfacenti risposte sulla reale attuazione e il reale impatto che la legge Iori-Binetti porterà nel lavoro quotidiano.

Più ci guardiamo attorno e più questa proposta di legge ci appare in contraddizione con la realtà dei Servizi alla persona e con le condizioni professionali di chi ci lavora in esso.

Una realtà che vede educatori scolastici che lavorano senza un’equipe e con ore di programmazione tendenti a zero, educatori abbandonati sul territorio a gestire gruppi in solitudine, senza una sede, un luogo fisso in cui poter svolgere le attività, colleghi che per mesi non vengono pagati, che fanno turni di notte “passivi”, non retribuiti, educatori che utilizzano le loro molteplici competenze per poter offrire un lavoro di qualità. Tutto questo in una realtà che continua a seguire la logica delle esternalizzazioni al ribasso e si concretizza in situazioni di grave precarietà lavorativa, rispetto ad un sempre maggior bisogno di risposte sociali ed educative. Non possiamo fare altro che chiederci se non siano proprio queste condizioni, così profonde e incancrenite da non essere più notate come invalidanti, a togliere la dignità non solo alla professione di operatore sociale, ma anche a chi stesso la svolge.

Nella complessità del “Welfare-Wild-West”, fa nascere dubbi e domande l’avvento di una legge che risulta slegata dal contesto in cui lavoriamo e dalla concretezza delle condizioni. Una legge che parla di università, di crediti e di mansioni ulteriori da acquisire, mai di tutele e riconoscimenti per i lavoratori, rischiando altresì di aggiungere ulteriori oneri economici ad una delle categorie in assoluto meno pagate in Italia.

Non riteniamo sia sbagliato puntare sulla formazione e sulla professionalizzazione degli educatori, tutt’altro, ma perché non investire sul diritto di formazione, sugli obblighi formativi annuali e non valorizzare in maniera ufficiale i percorsi di formazione continua? Perché rinforzare e riconoscere solo e soltanto i percorsi universitari come professionalmente formativi, consolidando sempre più gli interessi politici ed economici dell’accademia, anche in relazione alla fallita unificazione dei percorsi formativi in ambito sociale e sanitario, ignorando quindi le direttive europee?

Quest’ultimo punto ci sembra infatti l’elemento più contraddittorio e difficile da accettare della proposta di legge, insieme all’irrispettosa scelta, a cui finora nel concreto ufficialmente mai è stata proposta un’alternativa, di scaricare sulle spalle del singolo lavoratore l’onere economico del corso universitario obbligatorio da 60 crediti, previsto per chi, da norme transitorie, vorrà prendere l’equipollenza.

Il primo riconoscimento che serve alla categoria degli educatori è certo il riconoscimento della professionalità, ma non limitato al percorso accademico precedente allo svolgimento della professione, bensì di pari passo esteso obbligatoriamente ad un adeguato riconoscimento economico, bilanciato anche alla richiesta vincolante di un titolo di laurea e in linea con gli altri paesi europee paragonabili per livello economico e costo della vita al nostro, ed al miglioramento delle condizioni di lavoro e della qualità dei servizi.

Ricentriamo il dibattito su quello che veramente manca, da decenni, nel settore del lavoro sociale: un investimento in termini economici e di pensiero, che possa garantire veramente condizioni di lavoro dignitoso e un servizio di qualità per l’intero tessuto sociale.

L’affermazione forte del nostro bisogno di senso, rispetto, valore e qualità, come educatori, lavoratori e persone, passa già attraverso un dialogo aperto, confronti e dibattiti sui territori, attraverso insomma una linea di discussione che attraversa l’intero paese e costruisce un’unità e una mobilitazione nazionale che si sta preparando ad emergere in maniera prorompente.

Rete Nazionale Operatori Operatrici Sociali.

MOBBING, STRAINING, BOSSING: UNA VITA DIFFICILE


Da Studio Cataldi

http://www.studiocataldi.it

27/12/16

Avvocato Aldo Maturo

 

Anche se è difficile provare il nesso di causalità, la vittima ha a disposizione diverse forme di tutela.

 

Deve essere terribile uscire di casa tutti i giorni per andare al lavoro pensando che le ore trascorreranno in uno stato di conflittualità permanente per i difficili rapporti con colleghi invidiosi, gelosi o prevaricatori. Ancora peggio se un tale rapporto riguarda il superiore gerarchico, capoufficio o caporeparto che sia.

Le giornate lavorative si susseguono in un clima di pressione psicologica che rende la vita impossibile e spinge il lavoratore verso uno stato di depressione sempre più invalidante.

Pare che solo in Italia le vittime del mobbing siano un milione e mezzo con una percentuale del 70% nella pubblica amministrazione.

 

Quello che gli inglesi, in una accezione ormai consolidata, chiamano mobbing, dal verbo “to mob”, aggredire, è un complesso di violenze morali e psicologiche esercitate su un dipendente nell’ambiente di lavoro. I mobbers (aggressori) possono essere i superiori gerarchici, (mobbing verticale), i colleghi di lavoro (mobbing orizzontale), ma anche i dipendenti (mobbing ascendente).

 

La Corte di Cassazione (sentenza n.87 del 10/01/12) ha qualificato come mobbing la condotta del datore di lavoro nei confronti del dipendente caratterizzata da sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del lavoratore, con effetto lesivo del suo equilibrio psico-fisico e della sua personalità.

 

Alcuni esempi di comportamenti ostili, vessatori e discriminatori possono essere ad esempio:

  • atteggiamento palesemente difforme del superiore rispetto agli altri dipendenti;
  • sistematico discredito, calunnia, diffamazione di colleghi verso un altro collega;
  • dequalificazione nel lavoro;
  • diniego immotivato di permessi o ferie;
  • accuse generiche, non supportate da fatti o circostanze;
  • rimproveri alla presenza di colleghi pari grado, inferiori o in pubblico;
  • critiche continue e immotivate, aggressioni verbali;
  • demansionamento e attribuzione di compiti dequalificanti e non adeguati alla propria professionalità (se però le mansioni ritenute dequalificanti possono essere ritenute equivalenti allora questo rientra nel diritto del datore di lavoro di organizzare l’ufficio o l’azienda)
  • desocializzazione con isolamento fisico in uffici decentrati, senza contatti con altri, negando all’interessato le informazioni di lavoro necessarie;
  • richiesta di più controlli medico-fiscali per lo stesso periodo di assenza per malattia, diversamente dalle prassi seguite nei confronti di altri;
  • distacchi illegittimi;
  • minacce continue o immotivate di procedimenti disciplinari.

 

E’ opportuno evidenziare che non vi è mobbing se non è provato il carattere persecutorio dei comportamenti contestati (Sentenza della Corte di Cassazione n. 19180 del 28/09/16) mentre, d’altra parte, è stato riconosciuto il mobbing anche senza l’evento dannoso essendo sufficiente la condotta avente caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione risultante da una connotazione emulativa e pretestuosa (Corte di Appello di Firenze, Sentenza n.1100 del 17/11/11).

 

Forme di tutela contro il mobbing possono essere la denunzia al dirigente gerarchicamente sovraordinato all’autore del mobbing, la tutela sindacale, la segnalazione/denunzia al Ministero o Azienda che hanno l’obbligo di proteggere i loro dipendenti (Sentenza della Corte di Cassazione n. 1471 del 09/04/13) e ne rispondono quanto meno ai sensi dell’articolo 2087 del Codice Civile che impone l’obbligo per il datore di lavoro di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore.

L’estrema soluzione resta quella della tutela davanti al magistrato, sapendo che bisogna provare la presenza di tutti gli elementi costitutivi oggettivi e soggettivi costituenti l’azione mobizzante nonché l’intento persecutorio da parte del mobber. (Sentenza della Corte di Cassazione n. 3875 del 26/12/08). E’ chiaro che non c’è mobbing se lo stato psicofisico del denunziante è attribuibile a mania di persecuzione.

 

Se il ricorso per vie giudiziarie va a buon fine, si può chiedere il risarcimento danni perché è risarcibile ogni danno esistenziale di qualsiasi natura ed entità, purché accertabile (Sentenza della Corte di Cassazione, n.3057 del 2012).

 

Diversamente dal mobbing, nello “straining” manca la continuità nelle azioni vessatorie che sono invece limitate nel numero e distanziate nel tempo. Il soggetto vive sul posto di lavoro una situazione di stress forzato non per i normali ritmi di lavoro, ma perché è destinatario da parte di un superiore di un’azione volutamente ostile, stressante e discriminante che, pur senza continuità, riflette nel tempo gli effetti dell’azione ingiusta (Sentenza della Corte di Cassazione n.3291 del 2016)

 

Si pensi ad esempio al trasferimento immotivato in una sede disagiata, all’affidamento di un carico di lavoro insostenibile nel tempo richiesto, alla collocazione in una stanza disadorna, alla privazione del computer di lavoro per un tempo ingiustificato. Anche in questo caso scade la qualità della vita del soggetto che si sente discriminato ingiustamente e può accusare disturbi psicofisici.

 

Il lavoratore vittima di straining può invocare davanti al giudice la tutela prevista dal D.Lgs. 81/08, perché il Datore di lavoro deve vigilare sul comportamento dei suoi dirigenti e in caso negativo deve risarcire la vittima che abbia prodotto prove sufficienti a dimostrare gli abusi subìti, anche attraverso testimonianze di colleghi, di perizie mediche e di consulenze psicologiche.

 

Con il termine bossing si è soliti identificare invece una particolare forma di vessazione psicologica operata nell’ambito del luogo di lavoro nei confronti di un dipendente da un superiore gerarchico. A differenza del mobbing, dove la vessazione può essere attuata anche dai colleghi, nel caso specifico di bossing è un superiore gerarchico ad indurre la “vittima” in uno stato tale da preferire le dimissioni spontanee piuttosto che la sopportazione delle pressioni imposte.

 

La dottrina più attenta tende a configurare il bossing nel più ampio genus del mobbing, di cui rappresenta una species. Il datore di lavoro, o comunque un superiore gerarchico, nel caso che ci occupa, ha intenzione volgarmente di sbarazzarsi di un suo sottoposto, ma non potendolo licenziare (o non volendo) preferisce che sia questi a presentare le proprie dimissioni e ponendo in essere una condotta vessatoria che può assumere forme molteplici, lo induce a poco a poco a preferire detta soluzione.

Le condotte che configurano il bossing possono essere varie, come ad esempio la negazione di determinati benefits o accessori concessi a dipendenti di pari qualifica e grado, l’assegnazione di funzioni degradanti o, molto più genericamente, la funesta pressione operata con il semplice scopo di procurare nella vittima un intollerabile sentimento di vessazione che la induce a preferire l’interruzione del rapporto di lavoro.

 

Perché viene praticato il bossing?

Più che giuridiche le ragioni che determinano il bossing sono meglio ascrivibili nelle scienze sociologiche.

Il datore di lavoro, secondo alcuni osservatori, talvolta si sente “minacciato” dalla presenza del dipendente, ritenendo che lo stesso sia particolarmente qualificato o meritevole e, come tale, suscettibile di poterlo surclassare, mettere in ombra o rivestire le sue funzioni. Molto più spesso invece, il datore di lavoro o il superiore gerarchico preferiscono questa strada perché non vogliono fare ricorso alle lunghe procedure di licenziamento, accordi sindacali e tutti gli altri strumenti che il diritto del lavoro impone per dirimere questo genere di dispute.

 

Rimproveri, minacce, ritorsioni o azioni di sabotaggio, sono tra le azioni più comuni che chi pone in essere il bossing utilizza per poter generare nella vittima uno stato di ansia e vessazione che la induce a licenziarsi.

 

Cosa dice la legge al riguardo?

I rimedi attuati contro il bossing non sono solo di natura legislativa, ma anche sindacale o associazionistica.

Numerose associazioni, non solo sindacali, si battono per affrontare questa condotta che reca nocumento e disagio nei confronti dei dipendenti.

Il Decreto Legislativo 81/08 all’articolo 28, comma 1 così dispone: “La valutazione di cui all’articolo 17, comma 1, lettera a), anche nella scelta delle attrezzature di lavoro e delle sostanze o dei preparati chimici impiegati, nonché’ nella sistemazione dei luoghi di lavoro, deve riguardare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell’accordo europeo dell’8 ottobre 2004, e quelli riguardanti le lavoratrici in stato di gravidanza, secondo quanto previsto dal Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151, nonché quelli connessi alle differenze di genere, all’età, alla provenienza da altri Paesi”.

Sul punto, di particolare rilievo è finanche l’Accordo europeo dell’8 ottobre 2004 dal quale si apprende che l’individuo ha una maggiore difficoltà a sostenere un’esposizione prolungata a un’intensa pressione, chiarendo inoltre che lo stress non è una malattia, ma un’esposizione prolungata ad esso può ridurre l’efficienza nel lavoro causando finanche delle patologie.

 

Quali possono essere i rimedi al bossing?

Il lavoratore può richiedere in sede giudiziaria un risarcimento danni per essersi licenziato a causa del bossing, ma la prova del danno è a suo esclusivo carico.

Come la Corte di Cassazione ha ammesso in un noto precedente “L’articolo 2087 del Codice Civile non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Ne consegue che incombe sul lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro e, solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze, sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia de dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi” (Sentenza della Corte di Cassazione Civile Sezione Lavoro n. 2038 del 29 gennaio 2013).

 

Per approfondimenti, vai alla guida completa sul mobbing, all’indirizzo:

http://www.studiocataldi.it/guide_legali/il-mobbing

Le problematiche più comuni dell’ AEC


A cura del ComitatosocialeAEC

Problemi principali dell’ Assistente Educativo Culturale (A.E.C.)

Spesso la nostra figura si imbatte sistematicamente in problematiche, durante lo svolgimento del proprio servizio, non dipendenti dalla capacità dell’ operatore ma bensì riconducibili ad una poco chiara collocazione dell’ operatore nel contesto scolastico.

Il fine di questa relazione è quello di aprire una discussione in rete affinchè ognuno di voi possa dire la propria. I punti da noi riscontrati sono i seguenti:

  1. Non poter accedere alla mensa; Il non conferimento del pasto per gli Assistenti Educativi ,porta nei bambini diversamente abili, la perdita di un punto di riferimento riscontrata nell’ adulto che molte volte diventa per il bambino una formula imitativa,questo comporta una formula di educazione speculare ai nostri movimenti nell’ alimentarsi. Vorremmo che venisse portata avanti la proposta di Sel che nell’ottobre del 2013,durante l’Assemblea Capitolina, è stata presentata e approvata come mozione volta al superamento della famigerata circolare che ci proibiva il pasto in mensa. La mozione suggeriva di estendere alle mense scolastiche il diritto all’assistenza garantito al disabile in tante altre circostanze (fruizione dei trasporti, visita dei Musei ecc.), fornendo, per ogni pasto, un secondo ticket, da destinare all’operatore che lo accompagna. E’ triste dover vedere che a fine mensa il cibo in avanzo viene buttato quando invece potrebbe essere utilizzato per alimentare tutto il personale in servizio scolastico .
  2. Sospensione del servizio in caso di assenza dell’ alunno; In caso di assenza non giustificata, le diverse disposizioni municipali sul comportamento da tenere da parte dell’ AEC in caso di assenza non comunicata del bambino variano da scuola a scuola. In alcuni casi si prevedono comportamenti alla quale in assenza del minore, l’operatore si firmi la prima ora di presenza, un’ altra è che se il primo giorno d’assenza non giustificata l’operatore fa presenza rimanendo all’ interno della struttura, firmando la presenza ,il secondo giorno se si ripresenta il problema si eseguono gli stessi criteri ,ma dal terzo giorno viene sospeso il servizio. Vi sono anche situazioni dove all’operatore senza bambino , la scuola richieda di coprire altri casi riconosciuti o non dalla 104 ma che necessitano di aiuto .
  3. Spesse volte non vi è un adeguata collaborazione tra corpo docente , insegnante di sostegno e assistente educativo ; Capita sovente che l’insegnante di sostegno assegnato all’ alunno manchi del tutto a causa delle lungaggini burocratiche della scuola,e nel migliore dei casi può arrivarne uno totalmente o parzialmente incompetente in materia di handicap,in tal modo l’ AEC si ritrova tutto il carico di lavoro sulle proprie spalle con conseguente aumento dello stress psicologico. Per non considerare le richieste inappropriate degli insegnanti ( come tenere le classi , seguire altri bambini, svolgere compiti non inerenti al caso o non presenti nel PEI)
  4. Stress psicologico in caso di alunno violento; L’assegnazione di un alunno violento a causa dei suoi comportamenti violenti e problematici, può essere una motivo di stress psicologico e fisico per l’operatore. A tal proposito sarebbe opportuno che le assegnazioni degli operatori siano fatte con un criterio di rotazione in modo da non gravare tutta la pressione su un unico AEC.
  5. Tariffazione oraria troppo bassa; La retribuzione oraria per il lavoratore deve rispettare i canoni richiesti dal CCNL. La tariffazione che eseguono le cooperative per i loro dipendenti può oscillare da i 5 euro netti ai 7 indipendentemente dalle qualifiche e competenze che si possiedono.
  6. Difficoltà di farsi firmare e timbrare i fogli a causa di orari non combacianti con quelli della segreteria; Talvolta la richiesta di timbro e firma del dirigente scolastico sul foglio firme si rende problematica a causa degli orari non combacianti dell’ AEC con quelli della segreteria scolastica. Il ritardo della consegna del foglio firma, comporta alla cooperativa un ritardo nel pagamento delle fatture e di conseguenza nella paga degli stipendi. I ritardi di fatturazione ,sono anche dovuti ai cavilli e ai ritardi che le varie direzioni scolastiche pongono alla visione e alla riconsegna dei fogli firma per la cooperativa. I tempi per le consegne dei fogli firma sono stati stabiliti di solito entro il terzo giorno di ogni mese. Per ovviare a tale problema si potrebbe concedere la possibilità di inviare i fogli firma per e-mail o fax senza pretendere gli originali in forma cartacei.
  7. Perdita di giorni lavorativi durante i periodi in cui le scuole sono chiuse; Le cause possono essere imputate ad eventi atmosferici (neve ,allagamenti, ecc), chiusure straordinarie ( seggi elettorali ,disinfestazioni, contaminazioni,ecc) sia per le festività che per i mesi estivi; In questi periodi l’operatore si trova a non aver garantita la copertura delle ore prestabilite a causa di questi eventi. Occorrerebbe che le istituzioni o le stesse cooperative garantissero le ore prestabilite fornendo lavori straordinari o lavori socialmente utili a compenso delle ore perse o ancor meglio offrire una specie di indennità di disoccupazione quando il tempo si prolunga .
  8. Cambio continuo di assegnazione di alunni; Le conseguenze possono portare il disorientamento di una figura di riferimento fissa per il minore,e spostamento continuo dell’ AEC in posti sempre diversi; occorre garantire la continuità sui casi da seguire, affinchè i bambini possano trovare nella nostra figura un un punto di riferimento evitando di metterci in cattiva luce o ancor peggio screditando la nostra mansione.
  9. Richieste da parte di personale docente per mansioni cui non siamo tenuti e non siamo responsabili; uno dei compiti che spesso ci viene richiesto è quelli già definito in precedenza di pulire il bambino in caso di bisogni. Chiediamo che venga applicata la sentenza del Tar e la conseguente circolare del MIUR che delega il personale ATA alla pulizia corporea del bambino in caso di bisogni e invece definisce le nostre competenze a tal riguardo ,solo a scopo educativo. Inoltre esula dalle nostre competenze la somministrazione di farmaci salva vita, datosi che deve essere individuata nella scuola l’incaricato di queste mansioni e non l’operatore. Si richiede l’ osservazione della legge 81 sulla sicurezza che prevede in caso di movimentazione difficile del bambino ,l’ausilio di mezzi di supporto (sollevatori, apparecchiature personalizzate , computer personalizzati,ecc.)
  10. I lavoratori devono essere più tutelati ; per ovviare a ciò la scuola deve motivare l’allontanamento e possibilmente sarebbe corretto che vi sia un incontro tra le parti per dar modo all’ operatore di poter controbattere alle richieste fattegli.
  11. Distribuzione equa delle ore assegnate a ciascun operatore;Ci sono spesso operatori cui viene assegnato un monte ore tale da portare una paga relativamente dignitosa a casa, e cosi da poter lavorare ampiamente tutti i giorni della settimana, altri che invece a mala pena riescono ad arrivare a fine mese poiché il monte ore assegnato sfiora le 10/15 ore a settimana e di conseguenza, essendo già la retribuzione assai misera e scarsa di per se, questo problema grava economicamente sullo standard di vita del lavoratore, che spesso è impegnato a cercarsi altre attività al di fuori di questo lavoro con conseguenze psicologiche davvero frustranti ed umilianti. Poiché il nostro operato è importante sotto tutti i punti di vista, è fondamentale renderlo dignitoso anche in questo senso, e cioè nel dare la possibilità a tutti gli operatori di lavorare equamente e dignitosamente senza creare fratture incolmabili.

Osservazioni varie:

Ai non addetti ai lavori può sembrare il nostro un lavoro semplice privo di problematiche, e che non ci vuole poi molto a spingere una carrozzina o a somministrare un pasto a un bambino diversamente abile. Invece no, questo lavoro è fatto da tanti fattori che incidono sulla buona riuscita del caso e su una buona inclusione nel gruppo classe. Questo non è un lavoro che si può svolgere in maniera meccanica,sarebbe troppo semplice,anzi richiede un notevole coinvolgimento psicologico e la capacità di entrare in empatia con il bambino ed inoltre occorre anche sapersi relazionare con il personale docente e la famiglia, affinchè vi si possa ottenere un sano lavoro di collaborazione .

Per chi svolge questo lavoro ,il tempo diventa tiranno ,riversando sulle spalle del lavoratore tutte quelle problematiche assorbite durante l’anno e che poi inevitabilmente si ripercuotono sul nostro benessere psico-fisico accumulato nel tempo. Occorrerebbe che le ASL , la politica o le stesse cooperative prendessero in considerazione più seriamente le nostre problematiche . Di certo molto sta a noi a stabilire il giusto distacco emotivo e una professionalità più marcata ,ma queste sono competenze che si acquisiscono con il tempo o le si apprendono fornendo agli operatori corsi specifici, ed è per questo che si reputa necessario dei corsi riconosciuti dalla regione dove si acquisiscano tali nozioni e che la nostra figura sia regolarizzata. Per ovviare a tali problematiche si ritiene necessario normalizzare la nostra figura ed instaurare un mansionario unico cittadino.

grazie

Rivendicazione AEC


A cura del ComitatosocialeAEC

 

Operatore educativo per l’autonomia e la comunicazione (AEC)

AZIONE CONCRETA!!!

Vogliamo sottolineare a tutti gli effetti il ruolo complesso, importante ma anche delicato e altamente responsabile del nostro lavoro di operatori nel sociale che svolgono mansioni educative e culturali di affiancamento dell’alunno disabile presso le scuole con l’obbiettivo finale, li ove possibile, dell’autonomia dell’alunno disabile. Si pone dunque il problema di una regolarizzazione del personale operatore educativo all’autonomia all’interno del corpo scolastico in quanto deve assicurare collaborazione al personale della scuola. All’interno di questo riconoscimento della figura dell’ ex operatore AEC( attualmente denominato dal nuovo provvedimento regionale 2016 Operatore Educativo all’Autonomia e alla Comunicazione) specificato nella sentenza del Tribunale Amministrativo del Lazio 11 aprile 2007 e della circolare del MIUR n°3390 del 30 novembre 2001, riteniamo sia necessaria una maggiore valorizzazione del nostro ruolo mediante corsi di formazione specifici erogati direttamente dall’ente pubblico ( stato, regione o comune ) perché, al di là della mediazione delle cooperative che ad esso fanno riferimento, questi è da considerare il nostro reale datore di lavoro! Tutto questo al fine di garantire un servizio di assistenza sempre più adeguato alle esigenze delle persone che ne hanno bisogno, affinché la nostra figura di operatore nel sociale venga definita in modo meno aleatorio e in maggior sintonia con l’onere dei compiti che svolge quotidianamente. A tal proposito citerò alcuni punti fondamentali del nostro mansionario e pertanto, ritenuto fondamentale il nostro ruolo di collaborazione all’interno del corpo scolastico ma come dipendenti da un’azienda esterna, chiediamo a tutti gli effetti l ‘importanza del rispetto del Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro. L’operatore educativo per l’autonomia, ex AEC, come specificato nell’articolo 13 comma 3 della legge 104 del 1992 assicura assistenza ai portatori di handicap frequentanti le scuole dell’infanzia e dell’obbligo; garantisce attività di sostegno, di abilitazione e riabilitazione dell’autonomia ed alla integrazione sociale dei minori disabili riassumibili nelle seguenti mansioni :

  • -supporto nell’attività didattico/educativa interna (attività di laboratorio, ludico/motoria, ecc.. )ed esterna (gite scolastiche, visite guidate, ecc..)ove sia necessaria una figura coadiuvante i docenti per la particolarità delle attività medesime in base a un piano stabilito dagli organismi preposti alla gestione della scuola e delle strutture sociali e sanitarie operanti sul territorio;
  • -supporto ai docenti nelle attività sopra elencate;

– L’ex AEC affianca l’alunno in situazione di handicap nelle attività educative finalizzate all’ igiene della propria persona che consentano ,ove possibile,il recupero e/o la conquista dell’ autonomia, e assicura collaborazione al personale ATA solo nel caso che il bambino H sia molto grave.

-attività nei settori educativo/scolastici territoriali, di collaborazione con altri educatori per la organizzazione e lo svolgimento di attività ludico/motorie e sportive sia all’interno che all’esterno delle strutture;

– partecipazioni alle riunioni dei GLH sugli alunni assegnati presso la scuola o strutture di riferimento;

-capacità di favorire l’ integrazione dell’alunno disabile all’interno del gruppo classe e predisporlo al raggiungimento ove possibile di una progressiva autonomia;

-ausilio nella consumazione del pasto nei casi di assistenza di autonomia funzionale dell’alunno portatore di handicap;

– compilazione del foglio firma mensile con orari di prestazione del servizio, consegna alla segreteria scolastica a fine mese per timbro efirma del Dirigente Scolastico e/o del Referente Handicap per le scuole elementari e medie (per le materne è sufficiente quella del Dirigente Didattico);

Poiché una di queste importanti mansioni del nostro operato come educatori è appunto quello di essere d’ausilio durante il momento del pasto agli alunni portatori di handicap, rivendichiamo il nostro diritto ai “buoni-pasto” dopo sei ore consecutive di lavoro, come afferma la legge, non sempre rispettata nelle scuole dove ci troviamo a lavorare, né possiamo esimerci dal porre sul tavolo tale problema dell’assistenza al pasto dei bambini, in quanto per miserevoli politiche di risparmio, viene negata la vera educazione al cibo che ha per fondamento il mangiare insieme (il convivio … per convivere).

Poiché il nostro contratto di lavoro è un contratto ad ore, non possiamo prescindere da una richiesta di almeno 20 ore di lavoro a settimana per avere una paga che ci assicuri un minimo di sopravvivenza (secondo il CCNL per un lavoro part – time il monte ore minimo garantito sono le 18 ore e ci sono operatori che prestano servizio anche solo per 10 ore), in quanto il netto della nostra ora di lavoro è di circa sette euro; inoltre, data la natura di questo contratto, quando la scuola è chiusa noi non percepiamo alcun reddito poiché zero sono le ore lavorate. Siamo al paradosso! Un ”contratto a tempo indeterminato” a tutti gli effetti a “tempo determinato”, che nega la continuità del reddito e impedisce di percepire l’assegno di disoccupazione. Si può uscire da questa condizione immediatamente con una cassa integrazione guadagni come avviene già per altre categorie di lavoratori ma, soprattutto, avviando concorsi pubblici che contemplino la nostra figura per rimettere nel suo alveo naturale di servizio pubblico e sociale il nostro prezioso lavoro.

Documento di Rivendicazione del ComitatosocialeAEC