Questo strano mondo degli Assistenti Educativi Culturali


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A cura di Fabrizio Manes

Per avere un’idea di cosa vuol dire fare l’AEC a Roma bisogna individuare le origini di questa figura e analizzare quali sono state le trasformazioni imposte dal Comune della capitale.

Incominciamo con il nome Assistente Educativo Culturale, in tutto il resto del territorio italiano queste figure si chiamano Assistenti Educativi: due sostantivi che definisco due livelli d’intervento; a Roma si è pensato bene di denominare tale figura Assistente Educativo Culturale ( la lettera C di culturale stava inizialmente per Comunale ); un sostantivo con due aggettivi(di cui il secondo davvero curioso), che si riferiscono ad una sola modalità di intervento di tipo assistenziale.

Per molto tempo vi è stata una lunga coesistenza tra gli AEC di serie A – abilitati a occuparsi delle questioni didattiche – e quelli di serie B, dediti all’assistenza di base, cioè a garantire alcune autonomie dell’utente (lavarsi, vestirsi ecc.). I primi, quelli comunali, dotati di un titolo di studio specifico, i secondi senza competenze di settore e con un attestato di Assistente Domiciliare e Servizi Tutelari (ADEST) come unico requisito ufficialmente richiesto Questa distinzione, a partire dagli anni 90 è andata dissolvendosi, perché l’AEC comunale è stato posto di fronte a due possibilità: mantenere il proprio ruolo oppure entrare negli uffici del Comune con scatti di livello contrattuale più alti.

Naturalmente, la gran parte di loro si pronunciò per la seconda opzione lasciando la copertura dei servizi nelle scuole all’ AEC di serie B: così, oggi, nelle nostre scuole si contano sulla punta delle dita quelli comunali rimasti ancora in attività, risultando per giunta prossimi al pensionamento. Prima che si arrivasse al compimento di questo processo, si è posto a più riprese il problema di come riqualificare gli AEC delle cooperative, costringendoli a fare dei corsi riconosciuti dalla regione che, con un attestato, gli avrebbe consentito di lavorare nelle scuole, trasferendo le competenze da assistenza di base a quella educativa. Ma gli enti locali hanno sempre osteggiato l’intenzione di riqualificarci e normare la nostra figura, perchè ciò avrebbe comportato un aumento notevole dei costi, passando da un livello contrattuale C1 a C2. Dal canto loro, le cooperative erano sì desiderose di accaparrarsi questa importante fetta del “mercato dei servizi sociali”, ma senza impegnarsi in investimenti particolari. A dire il vero, a loro modo, queste ultime una risposta alla crescente richiesta di soggetti qualificati l’hanno data: approfittando del diffuso fenomeno della disoccupazione postuniversitaria, hanno immesso nel ruolo un certo quantitativo di giovani laureati in Psicologia, alle stesse condizioni contrattuali di quelli non aventi laurea. Così hanno rimediato parecchio in termini economici e d’immagine, ma svalutando il prezioso lavoro svolto dagli AEC.

Nonostante svolgano un lavoro di grande rilievo, la situazione degli AEC rimane critica, a partire dal fatto che la loro figura professionale risulta ancor oggi poco definita. Non a caso, da anni, una delle rivendicazioni più sentite da questi operatori sociali, è quella relativa alla creazione di un mansionario unico a livello nazionale. Un obiettivo che, visto dalla capitale, sembra lontano, dato che qui la situazione varia a seconda del contesto lavorativo, ma che in altre città italiane ha potuto tradursi in realtà. In questi casi, più felici, ci si è basati sulle indicazioni – spesso disattese – contenute in una legge del 1992: la 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), dove è nitidamente espressa la necessità di qualificare il personale non docente impegnato a coadiuvare il processo di integrazione e di autonomia dei disabili. In ogni caso, anche nella capitale, dopo molte resistenze attorno alla metà del decennio scorso sono stati approntati dei corsi regionali, volti a fornire precise nozioni sul lavoro nelle scuole e non solo. Un passaggio importante in direzione del conseguimento di un’autentica qualificazione, che però non è stato esente da polemiche. Se il grosso delle cooperative ne ha sostenuto le spese, alcune – estremizzando la logica del “massimo risultato economico col minimo investimento” – hanno costretto i lavoratori a pagarselo da soli. In ogni caso, da parte degli AEC è progressivamente aumentata la consapevolezza del proprio ruolo, dovuta anche al tendenziale ampliamento delle funzioni cui si è accennato prima. Si è toccato l’apice quando nel 2011, con la circolare n. 6435, voluta dall’Assessore alle politiche scolastiche ed educative De Palo, si è stabilito che, nella mense scolastiche, non potessero essere erogati gratuitamente i pasti agli AEC delle cooperative. Negando così la continuità della funzione educativa e non garantendo così la completa autonomia personale del bambino, nonché un equilibrato rapporto con il cibo. La motivazione ufficiale è che il vitto non è fornito da un’azienda comunale ma da ditte esterne appaltatrici e quindi l’amministrazione capitolina costrinse le ditte appaltatrici a dover sostenere il carico economico. E’ un po’ troppo e presto parte una lotta che si articola in proteste davanti ai municipi e in azioni dimostrative nelle scuole, talvolta supportate da quegli insegnati che riconoscono nella mensa uno dei luoghi in cui l’alunno con disabilità deve essere maggiormente sostenuto, per rendere effettivi quei diritti riconosciuti dalla legge 104 ai ragazzi portatori di handicap. Sull’onda di queste tensioni, si creò nel nostro municipio un gruppo che dapprima su facebook e successivamente con la creazione di un comitato “ComitatosocialeAEC” intraprese una lotta sostenuta e coordinata dalla Cgil Nidil che ben presto, però, l’abbandona.. Il gruppo facebook Assistente Educativo Culturale, nel giro di pochi anni, ha raccolto l’adesione di molti colleghi e le simpatie e le stime di alcuni esponenti politici, vedi in primis Gianluca Peciola di SEL .

Ma la Giunta comunale di destra non ha solo negato il diritto al pasto agli AEC, varando anche quella riforma del sistema assistenziale per anziani e disabili voluta da Sveva Belviso, in qualità di VIcesindaco con delega alle politiche sociali, la cui sperimentazione, in alcuni municipi, ha avuto conseguenze negative . Ne è scaturita, infatti, la decurtazione delle ore lavorative settimanali, sia per gli AEC che per gli assistenti domiciliari.

I tagli, però, non possono far dimenticare che il sistema dell’appalto, attraverso cui è gestito il servizio AEC, rimane la principale causa delle pessime condizioni di lavoro degli operatori e del servizio stesso. Attraverso tale sistema i municipi delegano all’esterno il servizio e si liberano delle relative responsabilità, evitando così di assumere personale e di garantire i diritti ai lavoratori stessi.

Dall’analisi degli ultimi bandi di gara emerge chiaro il rischio che vadano smarriti alcuni elementi fondamentali e fondanti la logica del Welfare. Gare basate sul massimo ribasso o sull’offerta economica più vantaggiosa implicano formule e calcoli complessi da decifrare, che non solo non facilitano il rispetto del principio di trasparenza, ma, di fatto, mettono il fattore finanziario al centro del sistema dei servizi, posizione che dovrebbe invece essere occupata dalla persona stessa. Dal 2008 il sistema economico, a livello nazionale ed europeo, è in crisi. Ma i tagli fatti a scapito delle persone più vulnerabili e, in primis, dei minori, portano ad una crisi sociale ben maggiore e più onerosa della stessa crisi economica. Ci si augura che l’amministrazione aggiudicatrice si impegni sempre più nel realizzare un sistema di coprogettazione, tale da permettere la presa in carico del servizio pubblico come di quello privato, e da ridare voce al territorio, alla cittadinanza e ai lavoratori nell’organizzazione e gestione dei servizi alla persona.

L’aggiudicazione di un servizio dovrebbe avvenire sulla base della qualità ed efficacia espresse dal progetto, anche in riferimento alle peculiarità del servizio stesso e alle caratteristiche del territorio in cui viene offerto. L’assegnazione con criteri basati sul massimo ribasso economico o sull’offerta economicamente più vantaggiosa non garantisce la qualità del servizio e la sua efficacia. La forbice del rapporto migliore tra qualità e costi (e le relative formule tecniche) possono diventare un’arma a doppio taglio rispetto al principio di trasparenza.

Il rispetto della qualità del servizio deve essere garantito da tecniche di valutazione accessibili, comprensibili e possibilmente condivise. Le formule tecniche, volute da direttive europee, dovrebbero essere volte a valorizzare il partecipante che propone non un ribasso economico, ma il miglior rapporto qualità-costo, offrendo un alto livello qualitativo del servizio. L’ente locale, in virtù della sua autonomia decisionale riconosciuta a livello normativo, dovrebbe prestare la sua attenzione al lavoro sul territorio e alla sua crescita costante in termini di centralità della persona, qualità e costruzione di rete.

Va specificato che, nei bandi di gara, l’utilizzo della formula per l’assegnazione del punteggio per quanto riguarda la parte economica può avere ripercussioni molto importanti. Per tal motivo sarebbe auspicabile, nel processo di costruzione dei servizi, l’istituzione di un tavolo di cooprogettazione, inteso come momento di lavoro condiviso e concertato, a cui partecipino, oltre all’ente appaltante, anche le realtà professionali, territoriali e civiche direttamente coinvolte nell’appalto stesso. In particolar modo si intendono le cooperative o l’ente vincitore del bando, nelle figure dei responsabili e degli operatori già presenti sul territorio e/o che andranno a lavorare nei servizi compresi nel bando stesso.

Nella gran parte delle cooperative, in virtù dell’indeterminatezza dell’appalto su tali questioni e delle normative sul lavoro vigenti, è stata praticamente lasciata libertà decisionale sulla scelta e la tipologia dei lavoratori da impiegare nei vari servizi, ricavando un guadagno sullo scarto tra la tariffa pagata dal municipio e il compenso dato al lavoratore. Molte di esse, infatti non effettuano alcun tipo di servizio o formazione a garanzia della loro salute, molte volte impedendo l’applicazione della legge 81 che prevede all’ interno dell’azienda la presenza di un Rappresentante dei lavoratori (RLS) o il costituirsi di una organizzazione sindacale, né si preoccupano di qualificare e aggiornare la forza-lavoro di cui si avvalgono giacché non forniscono alcuna formazione ai collaboratori (e, spesso, nemmeno le informazioni sulle problematiche e i disturbi dei bambini che questi ultimi devono seguire).

Del resto lo stesso organico delle cooperative (i soci) risente di tale perversione dello spirito originario delle cooperative sociali. Molte cooperative, infatti, gestiscono il proprio personale in forma gerarchica, snaturando lo stesso rapporto cooperativistico, impedendo una vita lavorativa di uguaglianza, e facilitando l’affermarsi, all’ interno delle stesse cooperative, di una vera e propria casta lavorativa (ricca di privilegi, facilitazioni di carriera, orari agevolati, ecc.) da un lato, e, dall’altro, di una classe di operai subordinati e isolati dalla vita sociale dell’impresa.

Questa situazione è pesantemente aggravata dal comportamento delle istituzioni: nei pagamenti delle fatture da parte dell’ente committente i ritardi sono diventati sempre più lunghi, arrivando ormai a 60/90 giorni per la liquidazione delle fatture. Tale atteggiamento spinge le cooperative ad un inasprimento della politica di riduzione al minimo dei costi e, dal momento che non tutte riescono ad anticipare gli stipendi, si traduce in un ritardo nei pagamenti dei lavoratori, a tal punto da dover ricorrere a banche che erogano prestiti su fatture da liquidare.

Il fatto che tutto dipenda dall’appalto e che ogni municipio fa il suo, determina un’autentica giungla contrattuale e salariale, che, oltre a frantumare il servizio e la sua qualità, viola anche il principio costituzionale di medesima retribuzione a parità di lavoro. È da chiedersi, però, se anche dal punto di vista economico questa situazione convenga ai municipi, dal momento che pagano di più le cooperative rispetto al costo effettivo del servizio (quanto si dà al lavoratore) senza alcuna garanzia sulla qualità delle prestazioni e sulla qualifica della forza-lavoro. In ogni caso, occorre coinvolgere da entrambi i punti di vista (qualità del servizio e condizioni di lavoro) i responsabili diretti del servizio: in primis, il presidente del municipio; in secundis, il comune. Secondo le Linee guida del Servizio per l’autonomia e l’integrazione sociale degli alunni diversamente abili inseriti nelle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado infatti, l’istituzione municipale «si occupa della programmazione, erogazione, monitoraggio e verifica del servizio». A sua volta lo Statuto del Comune di Roma stabilisce che i Municipi «organizzano la loro attività in base a criteri di efficacia, efficienza e economicità, con l’obbligo del pareggio di bilancio» (art. 24, comma 6bis, lettera A). «Alla Giunta Comunale compete il coordinamento dei servizi di competenza del Municipio, attraverso direttive e provvedimenti che fissino criteri gestionali omogenei e generali» (art. 26, comma 8).

Come emerge da quanto si è già detto, a fare le spese di questa rincorsa al risparmio tra municipi e cooperative, agevolata dalla più recente legislazione sul lavoro, sono i lavoratori e, come si dirà, gli utenti del servizio. Il ribasso, infatti, è esercitato innanzitutto sui diritti dei lavoratori e sulla loro qualifica.

Pur essendo una figura eminentemente scolastica e nonostante la delicatezza dell’intervento che effettua, l’A.E.C. è del tutto escluso (anche contrattualmente e sindacalmente) dal comparto scuola: è un corpo estraneo e rappresenta l’anello più debole del contesto scolastico ed in particolare di quanto ruota intorno al ragazzo disabile, pur avendo spesso in carico (di fatto) l’onere maggiore di tutta la situazione.

Si tratta infatti di un lavoro costante e continuativo che – com’è del resto per gli insegnanti di sostegno con cui l’AEC lavora quotidianamente fianco a fianco – non può esaurirsi con l’anno scolastico e, secondo la natura intrinseca del servizio, dovrebbe abbracciare il ben più lungo periodo della scuola primaria e di quella media inferiore.

Oltre all’interruzione periodica del rapporto, viene disincentivata l’erogazione di una formazione ad hoc dei lavoratori da parte delle cooperative e di conseguenza l’A.E.C. supplisce a ciò – in modo inevitabilmente più disorganico – con l’esperienza sul campo, l’intuito, la passione, la propria sensibilità, le relazioni personali che riesce a stabilire, le proprie letture, ecc. E, non di rado, con le proprie (scarse) risorse economiche. La paga per un lavoro mantenuto artificialmente così squalificato è tutt’altro che stimolante: 6-7 €/h e, come si è detto, di frequente è corrisposta con mesi di ritardo.

La disparità di trattamento, sia economica che contrattuale, porta inevitabilmente a delle storture, che finiscono per gravare come un macigno anche sui bambini assistiti, contraddicendo ed inficiando gravemente qualità e finalità del servizio stesso. Il turnover è infatti connaturato al circolo vizioso che lega appalto e condizioni contrattuali al ribasso e determina la dissipazione costante di un immenso patrimonio di energie, conoscenze e relazioni che, come dice il contratto stesso, sono il capitale di questo lavoro! I bambini, inoltre, vengono privati di figure di riferimento con cui spesso instaurano un proficuo rapporto emotivo e di apprendimento.

Nel settembre 2015, il Consiglio Comunale ha approvato una delibera che promuove un serio miglioramento delle condizioni di lavoro di noi Assistenti Educativi Culturali (AEC)impegnati, nelle scuole, a garantire un sostegno agli alunni disabili. Molto si deve al gruppo di Sinistra Ecologia Libertà (SEL), che da mesi si muove per far riconoscere i diritti che solitamente ci vengono negati, affiancandosi ad una lotta dal basso cui altri gruppi politici hanno spesso dedicato scarsa attenzione. La delibera, il cui primo impianto si deve proprio a SEL, ha poi recepito gli emendamenti, in senso migliorativo, proposti da altri partiti politici, sin qui meno interessati alla questione ma finalmente approdati alla consapevolezza della importanza – in certi casi dell’insostituibilità – della figura dell’AEC nelle scuole. Tra i punti qualificanti della delibera: il riconoscimento della nostra figura professionale, l’osservanza del C.C.N.L. di categoria, un inquadramento consono alle nostre mansioni, la richiesta di bandi di gara omogenei in tutto il Comune , l’applicazione di clausole di salvaguardia per la garanzia della continuità lavorativa di tutto il personale AEC, il coinvolgimento delle parti sociali nella gestione dei servizi ed una più intensa attività di controllo da parte dall’osservatorio del lavoro. Un passaggio che ha suscitato un’ondata di entusiasmo, sulla spinta del quale, nell’ottobre 2015, come richiesto dagli operatori e organizzazioni sindacali, si è svolto un incontro tra Regione Lazio e Fp Cgil Roma e Lazio. In tale sede è emersa la possibilità, per gli assistenti educativi già contrattualizzati con le cooperative, di potersi riqualificare con una formazione continua, promossa dalla comunità europea con l’istituzione di un Fondo Sociale Europeo 2014-2020. Tramite questi corsi, i lavoratori, laddove non ne siano già in possesso, potranno conseguire la qualifica di operatore educativo per l’autonomia e la comunicazione, con validità per tutto il territorio regionale. Attualmente però sembra rimanere tutto in sospeso in attesa che lo stato provveda a emanare delle leggi che sanciscano le linee guida alle quali poi le regioni dovranno adeguarsi.

 

 

 

 

 

 

Terzo settore, così si privatizza la solidarietà


Il 27 maggio scorso la riforma del Terzo Settore è diventata legge. C’è il rischio di una riduzione del welfare pubblico e del terzo settore alle logiche del mercato

“Signor Presidente, signori del governo, colleghi e colleghe,

Il testo della legge delega sul terzo settore torna in terza lettura alla Camera con molti cambiamenti: alcuni sono dei miglioramenti, ma anche un pesante peggioramento che dà un ulteriore segno negativo alla legge.

I miglioramenti che vogliamo evidenziare riguardano la valorizzazione del ruolo del volontariato e dei volontari, che la prima lettura qui alla Camera aveva clamorosamente dimenticato. C’è stata una vigorosa protesta delle organizzazioni di volontariato e anche una chiara denuncia del nostro gruppo parlamentare e tutto questo ha convinto i senatori a cambiare la versione iniziale del testo, o meglio ad integrarlo, visto che c’era una forte sottovalutazione del ruolo volontariato nella legge.

Un altro miglioramento riguarda la parte sul servizio civile. Torna il riferimento per il servizio civile alla difesa non armata, che la prima lettura aveva espunto all’improvviso e senza spiegazione. Gli stranieri con il permesso di soggiorno potranno svolgere il servizio civile. Anche qui le associazioni pacifiste e molte del servizio civile avevano decisamente protestato. E c’è un riferimento più chiaro, esplicito, al ruolo della Consulta nazionale degli enti di servizio civile, anche se le funzioni dell’organismo appaiono limitate e parziali. La parte sul servizio civile universale è forse la cosa migliore della legge e per questo la sosteniamo con convinzione.

Altri limitati miglioramenti riguardano i riferimenti ai diritti e al trattamento dei lavoratori e alcuni punti dell’articolo sulle imprese sociali, in particolare la specificazione per la ripartizione degli utili per le imprese sociali alle stesse modalità vigenti per le cooperative a mutualità prevalente.

E poi ci sono alcuni peggioramenti.

Ce n’è uno grosso come una casa.

Ed è quello dell’introduzione di un articolo di legge, il 10, che prevede la costituzione della Fondazione Italia Sociale.

Una totale forzatura rispetto alla prima lettura (questa disposizione non c’era) che – a parte l’evidente sudditanza ai desideri di un finanziere amico del premier che risponde al nome di Vincenzo Manes – illumina bene la filosofia del provvedimento.

Allo schiacciamento del terzo settore su una tradizionalissima logica d’impresa (presente nell’articolo 6 del testo) fa il paio l’introduzione (con l’articolo 10) di una sorta di privatizzazione della solidarietà controllata dallo Stato. Una specie di mostro giuridico. Si istituisce per legge una fondazione di diritto privato, che però ha ovviamente solide radici pubblicistiche e che deve raccogliere soldi dei privati.

Invece di lasciare in pace ed aiutare le organizzazioni di terzo settore a raccogliere i soldi per le loro cause umanitarie, con la Fondazione Italia Sociale si introduce la concorrenza sleale a danno del terzo settore, ma a favore del fund raising di Stato.

Sotto una scolorita vernice di sussidiarietà questa fondazione ha un impianto statalista il cui unico scopo è la privatizzazione della solidarietà.

Ha giustamente sottolineato il portavoce del Forum del terzo settore, Pietro Barbieri, che questa fondazione fa trasparire “una tendenza al dirigismo, un’impostazione fortemente accentratrice”.

E la senatrice del PD Cecilia Guerra ha paventato il rischio che “questa fondazione possa diventare un nuovo centro di potere e di interessi”. Siamo d’accordo.

Manes ha paragonato la fondazione all’IRI, un’IRI del sociale. Per favore lasciamo in pace la storia e le cose serie e non scambiamole con gli autobus legislativi per conquistarsi un posto al sole, magari da presidente della fondazione.

In un’intervista al settimanale VITA di sei mesi fa, Manes ha detto che lavorare nel Social Business è molto d’Appeal e che la sua idea forte è l’One for Italy, per raccogliere Grant ma anche il Crowfunding con il Giving Day per il quale ha in mente il Pay Off, naturalmente per favorire il mercato dell’Impact Investing.

Ok Mister Manes, lei si dedichi pure alla City, ma lasci in pace il terzo settore italiano.

Questo articolo di legge è stato salutato con entusiasmo da alcune fondazioni, come la Fondazione Humana, che hanno in mente una sola cosa: togliere il più possibile funzioni, risorse e capacità di indirizzo ai poteri pubblici, privatizzare il welfare, ridurre i diritti a bisogni, i cittadini in clienti, i servizi sociali in mercati sociali.

Qui non c’entra nulla la sussidiarietà.

Noi siamo a favore della sussidiarietà. I cittadini e le loro organizzazioni devono essere sostenute e valorizzate nella realizzazione del bene comune e dell’interesse generale. L’interesse pubblico non va confuso con la gestione statale. Siamo d’accordo.

Ma la sussidiarietà è uno strumento per raggiungere il bene comune e l’interesse generale, non il cavallo di Troia per far fare profitti alle imprese.

L’articolo 118 della Costituzione dice “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Questa è la nostra bussola. Ma che c’entra il social business dei finanzieri renziani?

La Rerum Novarum fonda il principio di sussidiarietà, rivendica il ruolo primario delle persone e dei corpi sociali nella realizzazione del bene comune.

Ma quella enciclica bisogna leggerla tutta.

Leone XIII ricorda che è “dovere dello stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai” (27) e aggiunge “provvedere al bene comune è ufficio e competenza dello stato” (26).

Si parte cioè dal bene comune e dentro quella che può essere una sussidiarietà circolare, società civile e stato concorrono -senza antagonismi ma con cooperazione- per la sua realizzazione.

Ora, questa legge di sussidiarietà ha poco, a partire dal titolo: riforma del terzo settore, come se si potessero riformare e disciplinare i corpi intermedi. Non si tratta di riformare il terzo settore, ma i rapporti tra terzo settore e pubblica amministrazione.

La parte sull’impresa sociale di questa legge non ha niente a che fare con la sussidiarietà, ma solo con la riduzione del welfare pubblico e del terzo settore ad una logica di mercato.

Quasi 20 anni fa il rapporto della John Hopkins University di Baltimora -una ricerca comparata sul settore non profit, per molti anni una bibbia per il mondo del terzo settore- concludeva il suo studio mettendo in guardia il settore non profit da due rischi che già allora si intravedevano: quello del parastato e quello del paramercato (business).

Sono i rischi che questa legge invece di arginare, rischia di favorire.

A noi un terzo settore parastatale o business, anche se social, non piace.
E per fortuna gran parte del terzo settore non è così.

Ma l’impostazione di questo provvedimento che soggiace agli articoli 6 e 10 (impresa sociale e Fondazione) risponde ad una filosofia sbagliata: toglie autonomia al terzo settore, rischia di snaturarlo, di renderlo subalterno, di trasformarlo in uno strumento della privatizzazione del welfare.

Noi stiamo dalla parte del terzo settore che vuole rimanere autonomo, continuare ad esercitare una funzione critica, ad esprimere un ruolo di denuncia.

Noi stiamo dalla parte di chi nel terzo settore rifiuta la cooptazione subalterna e vuole continuare ad giocare un ruolo critico, attivo, consapevole.

Noi stiamo dalla parte del terzo settore che vuole cambiare le cose.

Più di 25 anni fa il fondatore del MOVI (Movimento di Volontariato Italiano) e della Fondazione italiana per il volontariato, Luciano Tavazza, diceva:

il volontariato, rifiuta di fare ciò che la Costituzione affida allo Stato… la sostituzione del servizio pubblico che fa magari ricca l’associazione e lascia frustrati i volontari. Suo compito non è la supplenza a ciò che non funziona, offrire alibi ad amministratori incapaci… è veramente solidale se assume dimensione politica, cioè forza di pressione realizzata con mezzi nonviolenti, ma non per questo meno efficaci, per il cambiamento. Un soggetto… non meramente caritativo, autonomo e non collaterale, liberatorio e non solo riparatorio

Tanta acqua è passata sotto i ponti, ma a noi quelle parole continuano a piacere. Ci continuano a piacere le parole di Don Luigi Ciotti quando ricorda che il terzo settore deve avere un ruolo di denuncia e di ricerca di giustizia, ci continuano a piacere le parole di Papa Francesco quando di fronte agli aderenti di Comunione e liberazione nel marzo del 2015 arriva a dire: “non diventate meri impresari di una ONG”.

Il terzo settore senza impronta etica, senza la denuncia sociale, senza ruolo liberatorio, senza autonomia non è più terzo settore: diventa bricolage imprenditoriale del sociale, gamba residuale di uno stato sociale in crisi, gadget mediatico e strumento di marketing per il profit.

Continueremo a stare dalla parte del terzo settore che – nella concreta pratica del servizio e della condivisione- vuole cambiare le cose; che continua a dire “così non va”, “no, non ci sto”; che continua a dire che la povertà non può essere tollerata, che la solidarietà viene prima del mercato, che la denuncia delle ingiustizie viene prima del contributo pubblico, che la partecipazione sociale viene prima del business.

Ed è per questo che -pur apprezzando le parti della legge sul volontariato ed il servizio civile- voteremo contro questo provvedimento.

Il testo pubblicato costituisce l’intervento di Giulio Marcon alla Camera, il 27 maggio scorso, prima della votazione sulla legge