Terzo settore, così si privatizza la solidarietà


Il 27 maggio scorso la riforma del Terzo Settore è diventata legge. C’è il rischio di una riduzione del welfare pubblico e del terzo settore alle logiche del mercato

“Signor Presidente, signori del governo, colleghi e colleghe,

Il testo della legge delega sul terzo settore torna in terza lettura alla Camera con molti cambiamenti: alcuni sono dei miglioramenti, ma anche un pesante peggioramento che dà un ulteriore segno negativo alla legge.

I miglioramenti che vogliamo evidenziare riguardano la valorizzazione del ruolo del volontariato e dei volontari, che la prima lettura qui alla Camera aveva clamorosamente dimenticato. C’è stata una vigorosa protesta delle organizzazioni di volontariato e anche una chiara denuncia del nostro gruppo parlamentare e tutto questo ha convinto i senatori a cambiare la versione iniziale del testo, o meglio ad integrarlo, visto che c’era una forte sottovalutazione del ruolo volontariato nella legge.

Un altro miglioramento riguarda la parte sul servizio civile. Torna il riferimento per il servizio civile alla difesa non armata, che la prima lettura aveva espunto all’improvviso e senza spiegazione. Gli stranieri con il permesso di soggiorno potranno svolgere il servizio civile. Anche qui le associazioni pacifiste e molte del servizio civile avevano decisamente protestato. E c’è un riferimento più chiaro, esplicito, al ruolo della Consulta nazionale degli enti di servizio civile, anche se le funzioni dell’organismo appaiono limitate e parziali. La parte sul servizio civile universale è forse la cosa migliore della legge e per questo la sosteniamo con convinzione.

Altri limitati miglioramenti riguardano i riferimenti ai diritti e al trattamento dei lavoratori e alcuni punti dell’articolo sulle imprese sociali, in particolare la specificazione per la ripartizione degli utili per le imprese sociali alle stesse modalità vigenti per le cooperative a mutualità prevalente.

E poi ci sono alcuni peggioramenti.

Ce n’è uno grosso come una casa.

Ed è quello dell’introduzione di un articolo di legge, il 10, che prevede la costituzione della Fondazione Italia Sociale.

Una totale forzatura rispetto alla prima lettura (questa disposizione non c’era) che – a parte l’evidente sudditanza ai desideri di un finanziere amico del premier che risponde al nome di Vincenzo Manes – illumina bene la filosofia del provvedimento.

Allo schiacciamento del terzo settore su una tradizionalissima logica d’impresa (presente nell’articolo 6 del testo) fa il paio l’introduzione (con l’articolo 10) di una sorta di privatizzazione della solidarietà controllata dallo Stato. Una specie di mostro giuridico. Si istituisce per legge una fondazione di diritto privato, che però ha ovviamente solide radici pubblicistiche e che deve raccogliere soldi dei privati.

Invece di lasciare in pace ed aiutare le organizzazioni di terzo settore a raccogliere i soldi per le loro cause umanitarie, con la Fondazione Italia Sociale si introduce la concorrenza sleale a danno del terzo settore, ma a favore del fund raising di Stato.

Sotto una scolorita vernice di sussidiarietà questa fondazione ha un impianto statalista il cui unico scopo è la privatizzazione della solidarietà.

Ha giustamente sottolineato il portavoce del Forum del terzo settore, Pietro Barbieri, che questa fondazione fa trasparire “una tendenza al dirigismo, un’impostazione fortemente accentratrice”.

E la senatrice del PD Cecilia Guerra ha paventato il rischio che “questa fondazione possa diventare un nuovo centro di potere e di interessi”. Siamo d’accordo.

Manes ha paragonato la fondazione all’IRI, un’IRI del sociale. Per favore lasciamo in pace la storia e le cose serie e non scambiamole con gli autobus legislativi per conquistarsi un posto al sole, magari da presidente della fondazione.

In un’intervista al settimanale VITA di sei mesi fa, Manes ha detto che lavorare nel Social Business è molto d’Appeal e che la sua idea forte è l’One for Italy, per raccogliere Grant ma anche il Crowfunding con il Giving Day per il quale ha in mente il Pay Off, naturalmente per favorire il mercato dell’Impact Investing.

Ok Mister Manes, lei si dedichi pure alla City, ma lasci in pace il terzo settore italiano.

Questo articolo di legge è stato salutato con entusiasmo da alcune fondazioni, come la Fondazione Humana, che hanno in mente una sola cosa: togliere il più possibile funzioni, risorse e capacità di indirizzo ai poteri pubblici, privatizzare il welfare, ridurre i diritti a bisogni, i cittadini in clienti, i servizi sociali in mercati sociali.

Qui non c’entra nulla la sussidiarietà.

Noi siamo a favore della sussidiarietà. I cittadini e le loro organizzazioni devono essere sostenute e valorizzate nella realizzazione del bene comune e dell’interesse generale. L’interesse pubblico non va confuso con la gestione statale. Siamo d’accordo.

Ma la sussidiarietà è uno strumento per raggiungere il bene comune e l’interesse generale, non il cavallo di Troia per far fare profitti alle imprese.

L’articolo 118 della Costituzione dice “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Questa è la nostra bussola. Ma che c’entra il social business dei finanzieri renziani?

La Rerum Novarum fonda il principio di sussidiarietà, rivendica il ruolo primario delle persone e dei corpi sociali nella realizzazione del bene comune.

Ma quella enciclica bisogna leggerla tutta.

Leone XIII ricorda che è “dovere dello stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai” (27) e aggiunge “provvedere al bene comune è ufficio e competenza dello stato” (26).

Si parte cioè dal bene comune e dentro quella che può essere una sussidiarietà circolare, società civile e stato concorrono -senza antagonismi ma con cooperazione- per la sua realizzazione.

Ora, questa legge di sussidiarietà ha poco, a partire dal titolo: riforma del terzo settore, come se si potessero riformare e disciplinare i corpi intermedi. Non si tratta di riformare il terzo settore, ma i rapporti tra terzo settore e pubblica amministrazione.

La parte sull’impresa sociale di questa legge non ha niente a che fare con la sussidiarietà, ma solo con la riduzione del welfare pubblico e del terzo settore ad una logica di mercato.

Quasi 20 anni fa il rapporto della John Hopkins University di Baltimora -una ricerca comparata sul settore non profit, per molti anni una bibbia per il mondo del terzo settore- concludeva il suo studio mettendo in guardia il settore non profit da due rischi che già allora si intravedevano: quello del parastato e quello del paramercato (business).

Sono i rischi che questa legge invece di arginare, rischia di favorire.

A noi un terzo settore parastatale o business, anche se social, non piace.
E per fortuna gran parte del terzo settore non è così.

Ma l’impostazione di questo provvedimento che soggiace agli articoli 6 e 10 (impresa sociale e Fondazione) risponde ad una filosofia sbagliata: toglie autonomia al terzo settore, rischia di snaturarlo, di renderlo subalterno, di trasformarlo in uno strumento della privatizzazione del welfare.

Noi stiamo dalla parte del terzo settore che vuole rimanere autonomo, continuare ad esercitare una funzione critica, ad esprimere un ruolo di denuncia.

Noi stiamo dalla parte di chi nel terzo settore rifiuta la cooptazione subalterna e vuole continuare ad giocare un ruolo critico, attivo, consapevole.

Noi stiamo dalla parte del terzo settore che vuole cambiare le cose.

Più di 25 anni fa il fondatore del MOVI (Movimento di Volontariato Italiano) e della Fondazione italiana per il volontariato, Luciano Tavazza, diceva:

il volontariato, rifiuta di fare ciò che la Costituzione affida allo Stato… la sostituzione del servizio pubblico che fa magari ricca l’associazione e lascia frustrati i volontari. Suo compito non è la supplenza a ciò che non funziona, offrire alibi ad amministratori incapaci… è veramente solidale se assume dimensione politica, cioè forza di pressione realizzata con mezzi nonviolenti, ma non per questo meno efficaci, per il cambiamento. Un soggetto… non meramente caritativo, autonomo e non collaterale, liberatorio e non solo riparatorio

Tanta acqua è passata sotto i ponti, ma a noi quelle parole continuano a piacere. Ci continuano a piacere le parole di Don Luigi Ciotti quando ricorda che il terzo settore deve avere un ruolo di denuncia e di ricerca di giustizia, ci continuano a piacere le parole di Papa Francesco quando di fronte agli aderenti di Comunione e liberazione nel marzo del 2015 arriva a dire: “non diventate meri impresari di una ONG”.

Il terzo settore senza impronta etica, senza la denuncia sociale, senza ruolo liberatorio, senza autonomia non è più terzo settore: diventa bricolage imprenditoriale del sociale, gamba residuale di uno stato sociale in crisi, gadget mediatico e strumento di marketing per il profit.

Continueremo a stare dalla parte del terzo settore che – nella concreta pratica del servizio e della condivisione- vuole cambiare le cose; che continua a dire “così non va”, “no, non ci sto”; che continua a dire che la povertà non può essere tollerata, che la solidarietà viene prima del mercato, che la denuncia delle ingiustizie viene prima del contributo pubblico, che la partecipazione sociale viene prima del business.

Ed è per questo che -pur apprezzando le parti della legge sul volontariato ed il servizio civile- voteremo contro questo provvedimento.

Il testo pubblicato costituisce l’intervento di Giulio Marcon alla Camera, il 27 maggio scorso, prima della votazione sulla legge

Terzo settore, la riforma è legge: ecco cosa prevede


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Un registro unico nazionale, un Codice del terzo settore, il riordino della disciplina anche fiscale, un nuovo impulso all’impresa sociale, l’istituzione del servizio civile universale, la nascita del Consiglio nazionale del terzo settore, la Fondazione Italia Sociale. In attesa dei decreti attuativi del governo, ecco i punti principali della legge delega

25 maggio 2016

ROMA – Una norma attesa da decenni, che potrebbe rappresentare un punto di svolta nella vita del mondo del terzo settore, che si prepara ad acquisire un riconoscimento giuridico che fino a oggi gli è mancato. La legge delega votata in via definitiva dalla Camera dei deputati dà mandato al governo di mettere ordine e semplificare l’intero settore, definendone il quadro di azione, armonizzandone le norme con un Codice del terzo settore, prevedendo un unico Registro nazionale, rivedendo la normativa sull’impresa sociale, istituendo il servizio civile universale (aperto anche agli stranieri regolarmente soggiornanti). Sarà il governo, che avrà un anno di tempo dalla data di entrata in vigore, a dare attuazione effettiva a questi principi attraverso i decreti legislativi delegati. Ci sarà spazio, quindi, fino al giugno 2017.

UNA SOLA FAMIGLIA. I soggetti del terzo settore diventano parte di una stessa famiglia. E’ previsto che con Terzo settore si intende il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale, mediante forme di azione volontaria e gratuita, di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi.

SEMPLIFICAZIONE. L’obiettivo dei decreti del governo sarà una drastica semplificazione, cominciando da una definizione civilista uniforme fino a un disboscamento delle tante norme in materia fiscale che si sono moltiplicate nel corso degli anni. Con la scelta di prevedere vantaggi fiscali solamente per alcune realtà giudicate meritevoli.

RIFORMA CODICE CIVILE. Viene dato mandato al governo di rivedere e semplificare il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica, definire le informazioni obbligatorie da inserire negli statuti e negli atti costitutivi, prevedere obblighi di trasparenza e di informazione, anche verso i terzi, attraverso forme di pubblicità dei bilanci e degli altri atti fondamentali dell’ente.

CODICE DEL TERZO SETTORE. Il governo è chiamato al riordino e alla revisione organica della disciplina vigente sugli enti del Terzo settore con la redazione di un codice per la raccolta e il coordinamento delle disposizioni e con indicazione espressa delle norme abrogate. Andranno individuate poi quelle attività di interesse generale che caratterizzano gli enti del Terzo settore, e il cui svolgimento costituisce requisito per l’accesso alle agevolazioni previste dalla normativa. Previsto anche che nella contabilità siano separate e distinte sulla base della loro finalizzazione alla realizzazione degli scopi istituzionali.

REGISTRO UNICO NAZIONALE DEL TERZO SETTORE. Il governo dovrà riorganizzare il sistema di registrazione degli enti e di tutti gli atti di gestione rilevanti, secondo criteri di semplificazione e tenuto conto delle finalità e delle caratteristiche di specifici elenchi nazionali di settore, attraverso la previsione di un registro unico nazionale del Terzo settore, suddiviso in specifiche sezioni, da istituire presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, favorendone, anche con modalità telematiche, la piena conoscibilità in tutto il territorio nazionale.

VOLONTARIATO. E’ previsto il riordino e la revisione organica della disciplina in materia di attività di volontariato, di promozione sociale e di mutuo soccorso. Parallelamente si prevede uno specifico riconoscimento e una valorizzazione per le organizzazioni di volontariato: in particolare nei decreti delegati andranno valorizzati i princìpi di gratuità, democraticità e partecipazione, e andrà favorita all’interno del Terzo settore “la specificità delle organizzazioni di soli volontari, comprese quelle operanti nella protezione civile, e le tutele dello status di volontario”.

IMPRESA SOCIALE. E’ prevista una revisione delle norme per facilitare e sostenere – secondo la visione del governo – una nuova imprenditoria sociale che si accompagni a quella esistente, prevalentemente di natura cooperativa, in grado di affrontare, con una finalità sociale, risposte ai tanti bisogni che oggi non trovano una risposta appropriata. L’impresa sociale viene fatta rientrare a pieno titolo nel complesso degli enti del terzo settore ed è definita come organizzazione privata che svolge attività d’impresa per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale che destina i propri utili prioritariamente allo svolgimento delle attività statutarie adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti, e favorendo il più ampio coinvolgimento dei dipendenti, degli utenti e di tutti i soggetti interessati alle sue attività. Sono previsti limiti più stringenti rispetto al testo che fu votato alla Camera riguardo alla remunerazione del capitale, la cui soglia coincide con quella prevista per le cooperative a mutualità prevalente. Viene escluso che la remunerazione possa essere applicata ai soggetti del libro I del codice civile.

CENTRI SERVIZI VOLONTARIATO. Si prevede la revisione del sistema dei Csv con una ridefinizione dei compiti a loro attribuiti, anche in riferimento alla loro governance e al principio, che viene affermato, della cosiddetta “porta aperta“, che garantisce maggiore democraticità. I Csv (che forniscono supporto tecnico, formativo e informativo per promuovere il ruolo dei volontari nei diversi enti del Terzo settore) vengono finanziati stabilmente con le risorse della legge 266/1991 (prevista contabilità separata per altre risorse). Previsto il libero ingresso nella base sociale e criteri democratici per il funzionamento dell’organo assembleare, con l’attribuzione della maggioranza assoluta dei voti nell’assemblea alle organizzazioni di volontariato. Sarà il governo a definire le forme di incompatibilità per i soggetti titolari di ruoli di direzione o di rappresentanza esterna. I Csv non potranno procedere a erogazioni dirette in denaro o a cessioni a titolo gratuito di beni mobili o immobili a beneficio degli enti del Terzo settore.

TRASPARENZA E CONTROLLI. Il sistema di verifica non prevede alcuna istituzione di una nuova Authority ma affida i compiti più importanti in tal senso al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Esso, nelle sue varie deliberazioni, dovrà avvalersi dell’aiuto di un nuovo organismo, il “Consiglio nazionale del Terzo settore” descritto come “organismo unitario di consultazione degli enti di Terzo settore a livello nazionale”. Tutti i termini e le modalità per il concreto esercizio della vigilanza, del monitoraggio e del controllo dovranno essere definiti in un decreto del Ministero del Lavoro da adottarsi entro 60 giorni dall’entrata in vigore dei decreti delegati. Il ddl introduce anche per le associazioni e le fondazioni che svolgono attività di impresa con fatturati che andranno definiti, obblighi di trasparenza e di tenuta di bilancio e di informazione a terzi in base ai requisiti del libro V del codice civile. Per evitare lavoro nero e dumping si stabilisce che per partecipare agli appalti pubblici dovranno essere garantite ai lavoratori condizioni non inferiori a quelle dei contratti collettivi nazionali di lavoro.

SERVIZIO CIVILE. Nascerà il “servizio civile universale”, primo passo per arrivare all’obiettivo fissato dal governo di 100 mila volontari l’anno. Dopo lungo argomentare nel testo c’è il riferimento alla “difesa armata della patria e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica” mentre fra i giovani che potranno partecipare ai progetti sono previsti anche gli stranieri regolarmente soggiornanti. Il servizio civile riguarderà giovani dai 18 ai 28 anni, italiani e stranieri regolarmente soggiornanti, che saranno ammessi al servizio tramite bando pubblico. Quanto alle competenze, viene esplicitamente attribuita allo Stato la “funzione di programmazione, organizzazione, accreditamento e controllo del servizio civile universale”, prevedendo la “realizzazione, con il coinvolgimento delle Regioni, dei programmi da parte di enti locali, altri enti pubblici territoriali ed enti di Terzo settore”. Viene però data la “possibilità per le Regioni, gli enti locali, gli altri enti pubblici territoriali e gli enti di Terzo settore di attivare autonomamente progetti di servizio civile con risorse proprie, da realizzare presso soggetti accreditati”. Prevista attenzione alla trasparenza delle procedure di gestione e alla valutazione dell’attività svolta dagli enti accreditati, che dovrà riguardare anche i contributi erogati dal Fondo per il servizio civile. Viene stabilito anche che il governo dovrà procedere al “riordino e revisione della Consulta nazionale per il Servizio civile universale”, presentata come “organismo di consultazione, riferimento e confronto per l’Amministrazione, sulla base del principio di rappresentatività tra tutti gli enti accreditati, anche con riferimento alla territorialità e alla rilevanza per ciascun settore di intervento”.

NASCE IL CONSIGLIO NAZIONALE DEL TERZO SETTORE. Si avrà il superamento del sistema degli Osservatori nazionali per il volontariato e per l’associazionismo di promozione sociale, con l’istituzione del Consiglio nazionale del Terzo settore, presentato come “organismo unitario di consultazione degli enti del Terzo settore a livello nazionale”. La sua composizione dovrà valorizzare il ruolo delle reti associative di secondo livello.

FISCO.  Il ddl prevede la revisione complessiva della definizione di ente non commerciale ai fini fiscali, legando tale definizione alle finalità di interesse generale perseguite dall’ente. Si prospetta dunque l’introduzione di un regime tributario di vantaggio che tenga conto delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale dell’ente, del divieto di ripartizione, anche in forma indiretta, degli utili o degli avanzi di gestione e dell’impatto sociale delle attività svolte dall’ente. Il senso è dunque quello di superare la “giungla” di norme fiscali attualmente in vigore e di mettere in piedi un sistema che premi – con vantaggi fiscali – solamente quelle realtà che effettivamente svolgono attività di utilità sociale. Prevista anche la riforma strutturale del cinque per mille.

FONDI ROTATIVI. Previsto un Fondo per sostenere lo svolgimento di attività di interesse generale con il finanziamento di iniziative e progetti promossi da organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e fondazioni comprese tra gli enti del Terzo settore. Per l’anno 2016 la dotazione della sezione a carattere rotativo è di 10 milioni di euro mentre per la sezione a carattere non rotativo ci prevedono 7,3 milioni di euro. Da ricordare che nel luglio scorso con decreto del Ministero dello sviluppo economico è stato già istituito un altro fondo di garanzia rotativo per sostenere gli investimenti delle cooperative e delle imprese sociali.

FONDAZIONE ITALIA SOCIALE. Il ddl istituisce inoltre la Fondazione Italia sociale, con lo scopo di sostenere la realizzazione e lo sviluppo di interventi innovativi, mediante l’apporto di adeguate risorse finanziarie (che nelle intenzioni del governo arriveranno soprattutto dai privati). In attesa dei privati, però, si parte con un contributo pubblico di un milione di euro.

RISORSE. Nel ddl approvato ci sono i 17 milioni per il Fondo rotativo per organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale. Già attivo invece il Fondo per finanziamenti agevolati ad imprese e cooperative sociali grazie alla delibera CIPE che ha stanziato 200 milioni di euro. Nella legge di stabilità erano già stati approvati 140 milioni di euro per la piena applicazione della riforma nel 2016 e 190 milioni negli anni 2017 e 2018. Da ricordare anche che la riforma strutturale del cinque per mille può contare su 500 milioni annui. (ska)

Pronta la legge su educatori e pedagogisti: obbligo di laurea e più qualità | Vanna Iori


È arrivato il momento di mettere ordine per porre fine all’incertezza dell’identità nelle figure professionali degli educatori e dei pedagogisti.

Sorgente: Pronta la legge su educatori e pedagogisti: obbligo di laurea e più qualità | Vanna Iori

Roma, Municipio XIV: un passo avanti per gli AEC (Assistenti Educativi Culturali)


(24 Giugno 2015)battistini_web_d0

I lettori di questo sito hanno già avuto modo di confrontarsi con la condizione degli AEC (Assistenti Educativi Culturali), gli operatori sociali impegnati nel garantire il diritto allo studio ai disabili nelle scuole elementari e medie inferiori. Spesso animati da una forte passione per il proprio lavoro, essi vivono in una situazione di grande incertezza, dovuta sia alle forme contrattuali adottate dalle cooperative per cui lavorano, sia al carattere indefinito delle proprie mansioni, che possono variare sensibilmente da un plesso scolastico all’altro. Complessivamente, si tende a svalutare una figura preziosa, cui si lega tra l’altro quell’opera di mediazione fra l’alunno disabile e il resto della classe che non può esser portata avanti dal solo insegnante di sostegno. A Roma in particolare, nei confronti degli AEC si è adottata una condotta punitiva: con una circolare del 2011, voluta dall’allora Assessore alle Politiche Scolastiche ed Educative Gianluigi De Palo, si è addirittura sancito che, nelle mense scolastiche, non gli possano essere erogati pasti gratuiti. Un provvedimento sconcertante, fondato sull’idea che il vitto sia a carico dei datori di lavoro degli AEC, quelle cooperative che, ovviamente, si guardano bene dall’assumersi quest’onere.
In considerazione di ciò, una collettività di AEC, con un proprio sito internet ed un gruppo fb di riferimento, si sta impegnando affinché i propri più elementari diritti siano riconosciuti. Dal suo impulso, è ad esempio scaturita una significativa mozione approvata, ieri, nel Consiglio del XIV Municipio di Roma, dove è stata presentata dai Consiglieri Fabrizio Modoni, Silvia Ascani ed Elisabetta Papini (tutti di Sinistra Ecologia e Libertà). Il testo affronta questioni importanti che vanno dal diritto al pasto alla necessità di definire un mansionario unico a livello cittadino, sino all’internalizzazione del servizio.
Ad esporre i contenuti della mozione è stato il Consigliere Modoni, che ha ricordato come in questo Municipio – che amministra un’ampia area nel nord ovest della Capitale e che è oggi retto da una Giunta di centrosinistra – già nel 2009 erano state approvate delle linee guida sul servizio in oggetto, disattese, nella pratica, nel grosso degli istituti scolastici, ma portatrici di principi validi e di portata generale. In merito all’assurda circolare del 2011, il Consigliere di SEL ha sottolineato il suo nesso con una mentalità strettamente “contrattualistica”, non in grado di valutare quanto la presenza dell’operatore a mensa rimandi a quell’educazione alimentare che costituisce una aspetto centrale del sostegno ai disabili nelle scuole. Invero, nell’ottobre del 2013, all’Assemblea Capitolina, è stata presentata e approvata una mozione volta al superamento del dettato della famigerata circolare, ma ciò non ha avuto conseguenze pratiche, forse perché non sono state individuate concrete vie d’azione. In questo senso, Modoni ha suggerito di estendere alle mense scolastiche il diritto all’assistenza garantito al disabile in tante altre circostanze (fruizione dei trasporti, visita dei Musei ecc.), fornendogli, per ogni pasto, un secondo ticket, da destinare all’operatore che lo accompagna.
Terminando il suo discorso, da un lato Modoni ha auspicato che le linee guida del XIV siano discusse anche negli altri municipi, dall’altro ha sostenuto che l’Amministrazione della Capitale dovrebbe cominciare a pensare in termini di internalizzazione del servizio, impegnando, in quest’ottica, la Giunta e l’Assemblea Capitolina in un serio sforzo progettuale.
A tali parole sono seguite quelle di Fabrizio Manes, a nome del raggruppamento AEC presente in aula: ascoltato con attenzione da tutto il Consiglio, egli ha descritto un vissuto di vessazioni, tra le quali la quotidiana riduzione a “tappabuchi” cui sono assegnati, senza discernimento, molti dei compiti che non possono essere assolti dal personale scolastico. Una situazione che non si darebbe, se le mansioni fossero esattamente definite e se finalmente si riconoscesse lo sforzo fatto da moltissimi operatori per riqualificarsi, seguendo corsi di formazione spesso pagati di tasca propria, visto il disimpegno delle cooperative al riguardo. In più, tornando sul problema del diritto al pasto, egli ha evidenziato quanto l’alunno disabile trovi nell’AEC un punto di riferimento da cui apprendere le pratiche più corrette per alimentarsi.
Quest’ultimo tema, nella seduta, è risultato particolarmente popolare. Lo ha ripreso con vigore Marco Terranova, consigliere del Movimento 5 Stelle, che è parso invece estremamente cauto sull’internalizzazione, non esclusa a priori ma legata a modalità da definire muovendo da un attento studio.
Laddove un politico locale di lungo corso come Alfredo Milioni – consigliere di opposizione nel Gruppo Misto ed ex Presidente Pdl del Municipio – pur dichiarando di sostenere la mozione ha espresso una filosofia diversa, ancorata al principio per cui il “privato è bello”. Egli ha escluso categoricamente qualsiasi internalizzazione del servizio, rivendicando quella “sussidiarietà orizzontale” che, facendo riferimento ad un altro settore del mondo dell’istruzione, lo ha anche portato a sostenere che meglio sarebbe se tutti gli Asili Nido fossero in convenzione. Tuttavia, sulla questione dei buoni pasto agli AEC si è dichiarato d’accordo, ritenendo questo punto così centrale da spingerlo a votare per un testo di cui non condivide alcune formulazioni.
Dal canto suo, il Consigliere Giuseppe Acquafredda (PD), riallacciandosi ad alcuni passaggi dell’intervento di Manes, ha puntato sulla necessità di dare finalmente il dovuto riconoscimento ad una figura di “alta professionalità”. Ma non si è pronunciato sul tema dell’internalizzazione, del resto estraneo alla filosofia cittadina e nazionale del suo partito.
A conclusione del dibattito, il Presidente del Municipio Valerio Barletta s’è detto soddisfatto della sintonia verificatasi tra maggioranza e opposizione, ponendo però l’accento sulle condizioni di lavoro e sulla necessità di superare quelle forme estreme di precarietà che troppo spesso si presentano alla figura professionale in questione. In tal senso, andrebbe recuperata la sostanza di quei principi costituzionali che riconosco e tutelano la dignità del lavoro.
Su queste basi, la successiva votazione si è risolta in un trionfo della mozione: 21 voti a favore, cioè il consenso unanime dei consiglieri. Un segnale decisamente positivo, che gli AEC potranno far valere, da ora in poi, in qualsiasi discussione pubblica su un servizio davvero decisivo per il benessere di alcune fasce deboli della società. Ma anche un risultato che, per ora, rimane sulla carta e che, per tradursi nella realtà, necessita di un forte impegno collettivo. Forse, sull’esito della votazione ha pesato la volontà di molti esponenti politici di evitare l’impopolarità, verosimile conseguenza di una contrapposizione frontale alle istanze di chi già lavora in condizioni particolarmente difficili. Tuttavia i distinguo, le omissioni e le contrarietà verso quell’internalizzazione che è una delle chiavi del superamento della situazione odierna, ci dicono che la battaglia è appena iniziata e che la pressione dal basso, affinché si applichi ciò che è stato deliberato, non deve mai cessare.

Stefano Macera

Tfr in busta paga? Per i Cobas è una trappola. Ecco perché… – ControLaCrisi.org


Tfr in busta paga? Per i Cobas è una trappola. Ecco perché… – ControLaCrisi.org.

CRISI DI UNA SOCIETA’ IN AGONIA a cura di FM


tempi moderni
In una società sempre più votata ad uno stile consumistico, voluto da una globalizzazione sempre più dilagante. Le varie civiltà mondiali vengono sempre piu’ risucchiate da questa nuova concezione di stile di vita sociale ed economico, privando sempre di più i popoli delle loro radici culturali.
Paesi che prima d’ora facevano un punto di forza la loro identità nazionalistica, ora invece devono soccombere allo stratpotere dell’ imperialismo americano ,che ha introdotto nel mercato mondiale un nuovo criterio commerciale ,quello del consumismo.
I Paesi meno competitivi hanno dovuto soccombere a questo nuovo stile produttivo aumentando la richiesta ma diminuendo il proprio mercato produttivo. Questa disparita tra la richiesta e l’offerta ha portato ad una profonda crisi finanziaria dovuto all’acquisto indiscriminato di beni di consumo da parte della massa. Il consumismo interessa ampi strati della popolazione ed è un pericoloso fattore di instabilità sociale. Se da un lato dovrebbe sostenere la produzione, dall’altro, in momenti di crisi, può deprimere ulteriormente i ceti meno abbienti comunque entrati nella spirale consumistica. Questo stile di vita ha portato ad una profonda crisi interna e ad una diseguaglianza sociale che con il tempo dividersifica le popolazioni in abbienti e poveri, fino al punto che i poveri aumenteranno sempre di piu’ creando un grado di insoddisfazione che li portera’ a soccombere o ribellarsi .
L’Italia che era sempre stata il caposaldo di uno stile di vita improntato sul Made in Italy, o meglio su una cultura tradizionalista, si è vista suo malgrado proiettata, anche se impreparata, verso questa nuova formula di massificazione culturale, che condiziona la popolazione facendogli perdere malvolentieri ed inconsapevolmente tutti quei valori e tradizioni che ci caratterizzavano.
A tale passaggio hanno provveduto a dare il colpo di grazia le televisioni private che per il solo scopo di aumentare la commercializzazione di prodotti a largo consumo, ha introdotto programmi dai contenuti frivoli e poco culturali imbottendoli di pubblicità. La prima ad introdurre questo tipo di televisione spazzatura è stata Mediaset che con programmi di basso contenuto artistico , culturale e professionale ha indotto la cultura media degli italiani, anestetizzandoli ,a bassi livelli culturali . Programmi come i reality,programmi trash (grande fratello, uomini e donne, distachtion, isola dei famosi,ecc), variety, sopopere, telenovelle,ed altro hanno condotto il ceto medio ad assuefarsi a un nuovo stile di vita fondato sull’ emulazione di nuovi stereotipi culturali e su ideali improntati sui falsi idoli e false prospettive consumistiche e alla moda. Ecco che da questa nuova immagine di società i piu’ colpiti sono i giovani che seguendo tali modelli (veline , meteorine,subrettine,ecc ) provvedono ad incrementare un numero sempre piu’ alto di giovani in fotocopia e con difficolta’ di inserimento in una società sempre piu’ competitiva.
Questa crisi di valori ha portato ad un impoverimento culturale delle masse che hanno perso, a causa di tutto questo ,una propria identità reale. La stessa classe operaia ha perso coscienza di quanto un’ unità sociale, un, identificazione ideologica, li avrebbe potuti far sentire piu’ forti ed uniti. Nel nostro settore ,il sociale , questa mancata identificazione ha portato ad una deframmentazione della compagine lavorativa in molteplici gruppetti eterogenei di lavoratori. La mancanza di queste persone nel riconoscersi in un entità unica come la categoria degli operatori sociali,ha portato all’ instaurarsi di comportamenti individualisti atti al miglioramento delle loro posizioni aziendali.Ogni individuo ha escogitato sistemi che molte volte rasentano il crumiraggio o ancor di piu’ una forma di clientilismo , portandoli all’ accaparramento dei posti di lavoro miglioriall’ interno della propria azienda.
E’ molto difficile far capire alla gente che avere tutti gli stessi diritti ed opportunità in egual misura e ripartite in maniera equa è una prerogativa di tutti i lavoratori ed in maniera piu’ forte dei soci lavoratori ,che pagando una quota sociale nella propria cooperativa ,questa opportunita’ gli deve essere garantita. Nelle cooperative sociali queste discriminazioni sono molto piu’ evidenti ed è ancor piu’ evidente vedere situazioni negative dove gli operatori si “prostituiscono”per un miglioramento delle loro condizioni lavorative.Ma la cosa che più fa male è vedere che queste condizioni sono accettate e perpetuate dalla stessa classe dirigenziale che egoisticamente e poco incline ai criteri di uguaglianza e pari opportunità,accetta passivamente tali personaggi e situazioni.
Attualmente i vecchi concetti in cui si sono ispirate le cooperative sociali negli anni 70/80 come mutualità,cooperazione,pari opportunità,uguaglianza,ecc si sono dissolti con il cambiamento storico commerciale e con il proliferarsi di molteplici aziende che hanno trasformato il lavoro delle cooperative in un mercato proliferante di aziende che hanno intravisto in questo settore il Business‎ commerciale .
Un cambiamento “si puo’ fare “per parafrasare una famosa frase che viene detta da Claudio Bisio nel suo ultimo film da cui prende il nome.Occorrerebbe che gli operatori sociali si rivestissero di quell’ immagine passata che il decorso dei tempi ha cancellato ,occorrerebbe che ognuno di essi riprendesse a credere in se stesso riconoscendosi di appartenere ad una categotria di lavoratori socialmente utili che svolgono un lavoro poco considerato e poco remunerato.Bisogna credere in quegli ideali ormai persi, bisogna ritornare a sentirsi una compagine sociale e lottare tutti assieme affinche’ ci vengano riconosciuti i nostri diritti, bisogna ridar forza all’ interno delle nostre cooperative all’ assemblee dei soci che compatti rifacciano sentire la loro voce ed il loro potere decisionale. Basta con quei timori reverenziali che per paura di ritorsioni ci ha relegati nei margini della scala gerarchica delle nostre aziende.
F M