“Dal lavoro sociale alla sindrome del Burnout:…”.


Cari lettori vi voglio sottoporre questo bellissimo articolo giratomi dal gruppo facebook”Educatori Educatoricontroitagli”vi invito a leggerlo è molto interessante.

“Dal lavoro sociale alla sindrome del Burnout: l’infelicità lunga una vita.”
Premessa
Da quando mi sono laureata in Scienze della Formazione ,intorno al 1994, con una tesi sul fenomeno del burnout nel privato sociale, mi sono resa conto che era importante per me lavorare sul mio benessere sia psichico che fisico. Da allora ogni mia formazione ha avuto a che fare con questo grande e profondo obiettivo: scongiurare il burnout. Devo dire che non so se ci sono riuscita ma sono 30 anni che faccio questo mestiere e sono ancora qui.
Credo che noi, professionisti/e della relazione d’aiuto, ci troviamo oggi a condurre se non a subire una sottile lotta fra il bene e il male giorno dopo giorno per una vita senza accorgercene se non quando è troppo tardi. Una forma di violenza sottile, impercettibile ed altamente ambigua che si insinua nei meandri dell’anima e la corrompe. Una lotta fra noi stessi/e ed il mondo del lavoro che cambia fatalmente e che comprende utenti, committenti e noi tutti.
Una lotta che nasce dagli anni Settanta.
“ E’ in quegli anni” dice la Monoukian nel suo libro Stato dei Servizi (1988) “che si fanno avanti quei principi di diffusione del Welfare come la programmazione decentrata, la partecipazione alla gestione, l’integrazione dei servizi e la prevenzione poi più o meno ripresi dalla legislazione” dove tutti partecipavano di “ un più ampio progetto di rinnovamento della società italiana”. Una dimensione civile e politica per noi oggi inimmaginabile. Dopo un decennio circa veniva invece rilevato da studiosi come Gianni del Rio in Stress e lavoro nei Servizi (1993) del “senso di inefficacia e impotenza direttamente proporzionale alla complessità e gravità percepite dei problemi del meccanismo di cui si è parte……” e che gli operatori e le operatrici dei Servizi cominciavano a vivere.
Assistiamo alla “logica del prisma” ( G.Del Rio) che rinforza la tendenza all’isolamento rendendo povera e fragile l’identificazione individuale e collettiva e la carenza di senso nella lettura che ciascuno di noi fa della complessità che rispetto a quegli anni oggi è aumentata all’ennesima potenza.
Due eminenti psicologi americani e studiosi dell’argomento, Maslach e Leiter, confermano il ragionamento precedente dicendo che la priorità delle organizzazioni post-moderne si è spostata dalla qualità dei processi produttivi ( empowerment organizzativo) verso i meri bisogni di budget che possiamo identificare come meccanismi propri delle Aziende pubbliche, per la nostra realtà cittadina di Bologna e provincia possiamo parlare di Ascinsieme, Asp, Aziende Consortili, Comune e Associazionismo vario oltrechè Cooperative del privato sociale.
Si osserva, sostengono gli studiosi, l’arretramento del senso di appartenenza all’organizzazione per cui si lavora il cui obiettivo non è più il lavoro di equipe che in moltissimi territori è ormai solo un ricordo, bensì l’utilizzo ( o sottoutilizzo diciamo noi) del lavoratore e della lavoratrice per soli obiettivi di budget sventrando così la valorizzazione umana e professionale. Svalutazione della figura professionale che corrisponde esattamente alla svalorizzazione del lavoro divenuto flessibile e spezzato o trasformato in gettone di presenza, vaucher ( fino a quando c’erano), volontariato.
E’ in questo quadro che nasce, cresce e cova la cosiddetta “sindrome del Burnout”, è qui che la psicologia del lavoro comincia ad interessarsi non solo allo stress-lavoro-correlato ma anche al carico emotivo importante che scaturisce dal lavoro con gente disagiata e/o ammalata e che pesa sul professionista fragile e senza più strumenti seri di lavoro, giorno dopo giorno.
Informazione legislativa
Oggi la Sindrome del Burnout è una sindrome riconosciuta, insieme allo stress, al mobbing e similari, dal Ddl 81/2008 in materia di salute e sicurezza sul lavoro, in particolare nell’art.28 viene richiamata la necessità di valutare tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori compresi quelli legati allo stress-lavoro-correlato secondo i contenuti dell’accordo Europeo dell’8 ottobre 2004. Secondo l’Accordo Europeo
“affrontare la questione dello stress-lavoro-correlato può condurre ad una maggiore efficienza ed a un miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori,con conseguenti benefici economici e sociali per le imprese,lavoratori e la società nel suo complesso.”
Questo è sinteticamente quanto dice la legge e quanto riportano siti di settore e articoli sull’argomento ma cosa davvero facciano in Italia le aziende pubbliche e private per i loro lavoratori e lavoratrici non è dato saperlo con chiarezza se non dai lavoratori stessi. Non di poco conto è notare come sia silente lo Stato Italiano su queste tematiche.Certo è che alcune organizzazioni lavorative non fanno nulla in merito senza particolari conseguenze legali, altre rispondono con una minima circolazione di informazione nei corsi obbligatori per legge rivolti ai dipendenti. Qualche cooperativa piu’ volenterosa e che tiene all’immagine, mette anche a disposizione una figura psicologica interna che però non può entrare nel dettaglio delle carenze e contraddizioni organizzative demandando ad un altrove indefinito e legittimando invece una lettura che corre il rischio di essere strumentale e manipolatoria della situazione psicologica del lavoratore. Il rischio è che si “ospedalizzi” il lavoratore che è in burnout a dispetto degli accordi europei, che lo si colpevolizzi, se ne faccia un caso personale poiché altrimenti si dovrebbe mettere in discussione un apparato dirigenziale e amministrativo che oggi vede come unico obiettivo il budget e non la qualità di vita e del lavoro del singolo. A questo punto perché mai un professionista della relazione d’aiuto deve ammettere di essere in burnout?
la sindrome di burnout
Colpisce le persone impegnate nelle professioni d’aiuto laddove vi è un carico emotivo intenso che vede il coinvolgimento del professionista che in una prima fase investe molte energie dal punto di vista “idealistico” motivato dal fatto che può aiutare gli altri, trovare soluzioni cercando di ottenere successo generalizzato e veloce ma poi disilludendosi e mortificandosi quando scopre che la realtà è ben diversa. In questa fase un lavoratore od una lavoratrice giovane può essere funzionale ad una azienda che mira al risparmio poiché usa in surplus le proprie risorse, mezzi e conoscenze passando sopra agli interessi di budget offuscata da motivazioni ideali. Si tratta di lavoratrici laureate e super qualificate, motivate ma pagate molto poco.
Successivamente vi è una seconda fase definita di “stagnazione” dove si reagisce in modo negativo rispetto agli insuccessi. Si arriva cosi al momento della “frustrazione” dove il pensiero dell’operatrice/operatore rasenta la sensazione di inutilità. In questa fase può essere determinante in senso negativo il “mobbing” che alcune aziende fanno subire ai propri dipendenti producendo un tale disagio psicofisico da spingere verso il licenziamento i lavoratori più fragili. In questa fase ci troviamo in piena sindrome di burnout che può essere scambiata per altro. Allora abbiamo fenomeni di fuga nella malattia o nell’assenteismo, atteggiamenti di aggressività verso se stessi e/o verso gli altri come utenti o interlocutori o colleghi. Infine la fase del “disimpegno” dove gradualmente ci si disaffeziona dal proprio lavoro rendendo inutile ogni azione lavorativa. Senza consapevolezza di ciò che sta succedendo, chi ha interesse può strumentalizzare tali situazioni lavorative per denunciare ipocritamente l’inutilità di un Servizio piuttosto che di un operatore/ operatrice specifica giocando sull’ignoranza degli operatori stessi,sul loro timore di perdere il lavoro, sull’ignoranza degli utenti e della pubblica opinione in generale giustificando così dei tagli di budget o licenziamenti.
Le strategie per affrontare il burnout: fra diritti e lotte un approccio multidimesionale
Oggi i medici di base, per legge, dovrebbero conoscere la sindrome del Burnout che provoca o aggrava alcuni disturbi di tipo psicosomatico oltre che ovviamente creare condizioni psicologiche penose, dunque dovrebbero saperla diagnosticare. Usiamo il condizionale perché certio medici di base hanno un atteggiamento critico scambiando alcuni atteggiamenti del lavoratore come “assenteismo” mirato.
quindi è bene chiedere il parere del proprio medico di fiducia se è un medico di cui ci si fida poiché importante è conoscere, prevenire e se non si può più prevenire, curare e prevenire le ricadute. Quanti sanno che si ha il diritto di chiedere la malattia al lavoro per ciò che causa il Burnout ?
In generale comunque esistono diverse strategie per contrastare il Burnout ma noi riteniamo che essendo i fattori di rischio sia personali che organizzativi, l’approccio debba essere multidimensionale. Vediamo alcuni approcci/strumenti per affrontare il burnout.
Autovalutazione con l’M.B.I.
Come sostiene Christina Maslach, docente di psicologia: “Un grammo di prevenzione vale quanto mezzo chilo di cura”.
Allora una prima cosa che è possibile fare è compilare l’M.B.I., strumento che di èer sé può essere autogestito se si è Educatori Professionali laureati, psicologi, medici altrimenti è meglio compilarlo insieme ad un professionista che possa aiutare a comprenderlo. Si può reperire sul web. In sintesi è comunque bene condividere i risultati del test qualora fossero disastrosi, con una psicologa o psicologo.
Il questionario affronta tre diversi campi della professionalità e sono : l’esaurimento emotivo; la depersonalizzazione; la realizzazione personale. Farlo serve unicamente ha “quantificare” emozioni e sensazioni che altrimenti non sempre si riesce a fermare e definire ed a capire dove si è.
Piano personale
Si può scegliere di lavorare sulla propria persona attraverso percorsi di crescita personale. Si tratta di un sovraccarico emotivo, dunque è sul piano emozionale che occorre lavorare. Dalla terapia psicoanalitica alle svariate tecniche di meditazione. Un lavoro di contenimento dello stress per chi se la sente, può essere affrontato da tutte quelle meravigliose tecniche bioenergetiche per il benessere come lo yoga, il reiki, le visualizzazioni meditative, o trattamenti olitici e bioenergetici che influenzano ed agiscono sul piano emozionale e delle energie sottili di cui siamo fatti.
E’ la stessa Maslach che invita – nei suoi testi – a distaccarsi dalle situazioni vissute nell’ambito lavorativo, prima di rientrare in famiglia, attraverso tecniche di rilassamento o forme di decompressione psicologica.
Evidentemente tali attività di decompressione non sono LA soluzione MA aiutano a NON portare a casa propria le tensioni vissute nella giornata lavorativa, a far si che ci sia una sana separazione fra il tempo del lavoro, tempo libero e vita personale. Quanta importanza dà la nostra società al tempo libero?
A proposito del tempo libero
Il filosofo tedesco Theodor Wiesengrund Adorno disse che : “…Il vero tempo libero— se fosse realmente ispirato all’ozio latino e se fosse sul serio messo a disposizione delle classi subalterne — sarebbe rivoluzionario. Sarebbe il tempo della riflessione, dello studio, della comprensione. E sarebbe finalmente a disposizione di tutti. Ma non lo sarà, perché il tempo libero, quello a disposizione della coscienza, è pericoloso. è sedizioso.
È nell’ozio che si coltiva la coscienza, si progettano le rivoluzioni e le trasformazioni dello status quo.”
E’ interessante per noi professionisti/e della relazione d’aiuto riflettere sul concetto di tempo libero ; è importante la distinzione fra tempo lavorativo, flessibile, spezzettato e invece il tempo libero o liberato dentro al quale solo noi col nostro libero arbitrio possiamo decidere cosa abbiamo voglia di fare. Un tempo liberato da stress ed impegni durante il quale rigenerarsi e poter esprimere se stessi nelle attività più piacevoli o confacenti. Quanti di noi sono ancora in grado di vivere così il proprio tempo libero rispetto invece all’organizzazione del proprio orario di lavoro imposto? Ad Esempio chi fa diversi servizi con orari spezzati può solo dividere il tempo lavorativo da un tempo di attesa non pagato e non utilizzato per sé. Il concetto di tempo libero oggi è assai relativo e subalterno al tempo lavorativo flessibile, sempre più imposto e non partecipato quando non diviene tempo vuoto, il tempo della disoccupazione. Ancora possiamo aggiungere che se abbiamo un po’ di tempo libero a volte siamo costretti a passarlo studiando il modo di difenderci dagli “attacchi” del sistema lavorativo o se preferite dal “sistema di potere” mentre i dirigenti lo fanno nel tempo di lavoro retribuito, cosa? Trovare il sistema per sfruttare o/e licenziare i lavoratori/soci che non servono più alla causa.
Ma questo è un altro capitolo.
Piano sindacale e organizzativo-aziendale
Spesso e volentieri fra i motivi che inducono il Burnout ci sono pessime condizioni salariali e di lavoro. Ritmi intensi e orario spezzato, periodi di inattività forzata, insicurezza degli appalti , lavoro in solitudine, mancanza di tempo per la programmazione, scarsa considerazione del ruolo, obiettivi non chiari, ruoli mal definiti, mancanza di comunicazione fra amministrazione del personale e dipendenti,mancanza di supporto all’interno dell’ambito lavorativo, mancanza di condivisione fra colleghi, sovraccarico di responsabilità e lunga esposizione ai problemi degli utenti, situazioni emotive molto complesse che riguardano gli utenti e di fronte alle quali non c’è una risposta organizzata soprattutto in periodo di tagli al welfare. Su questi temi pensiamo che sia ora di ri-utilizzare i Sindacati a fare quello per cui sono nati cioè difendere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
Un intervento efficace è modificare l’organizzazione del lavoro, come la pianificazione degli orari, ottimizzare la divisione delle attività, condividere le responsabilità, migliorare le condizioni contrattuali e dar maggior flessibilità di permessi e congedi come accade già da tempo i altri paesi .Un Sindacato può tenere conto di queste tematiche nelle contrattazioni, nelle vertenze individuali, nella formazione e nelle consulenze legali.
Anche la remunerazione, hainoi, è importante poiché se gli operatori e le operatrici vivono in condizioni economiche precarie potranno fare ben poco per utenti che sono molto simili a loro per condizione.
La relazione d’aiuto
Naturalmente è molto utile la formazione in generale ma pensiamo sia davvero cruciale la formazione che preveda l’apprendimento di tecniche di ascolto nella relazione d’aiuto, di gestione delle emozioni, di problem solving, di mediazione dei conflitti, di conoscenze specifiche sul fenomeno sociale che riguarda gli utenti con i quali si lavora (dall’immigrazione,all’handicap, alla psichiatria,alla tossicodipendenza,al sostegno genitoriale ). Spesso accade che colleghi e colleghe la formazione se la pagano per conto proprio.
In Conclusione
Siamo convinti che il fenomeno del Burnout possa essere affrontato e risolto soltanto se se ne prende coscienza e su più fronti, sappiamo invece che miete vittime inconsapevoli poiché dura anni silente e confuso prima di essere scoperto nella sua virulenza. Molti nostri colleghi e colleghe si “bruciano” in una società che non riesce a mantenere l’aspetto umano che invece noi vogliamo disvelare sempre più. Il suggerimento e la nostra scommessa a dire il vero è di cominciare da noi, dalla nostra realtà lavorativa per arrivare a confrontarci con colleghi e colleghe e trovare insieme soluzioni senza rimanere passivi e immobili; partire sinceramente e in modo pulito, onesto, dal cuore di ciascuno di noi per ricominciare di nuovo, disvelare il meccanismo del “potere” che logora e sostituirlo col potere personale e collettivo compiendo una operazione culturale e politica di ampio raggio, col libero arbitrio sul proprio tempo dove non si viva per lavorare ma si lavori per vivere.
Mariarosa Di Marco
note biografiche
lavora da 30 anni nel privato sociale come Ed.Prof.le, Laureata in Scienze della Formazione a Bologna, Pedagogista; Volontaria dell’Associazione Interculturale “Annassim” ; Counsellor rogersiana, Operatrice olistica, scrittrice di narrativa, sin dagli esordi è nel gruppo “Educatori Uniti Contro i Tagli” e nella redazione radiofonica, inoltre svolge attività sindacale da svariati anni attualmente per il Sindacato Generale di Base.
Si è laureata nel 1995 con una tesi in psicologia sociale: “Lavoro educativo,operatori sociali e Burn-out” Facoltà di Sc.della formazione (Unibo) con la Relatrice Prof.ssa Bruna Zani e da allora cerca e sperimenta qualsiasi cosa prevenga il Burnout.
articoli
Contessa G.,1981“L’operatore sociale cortocircuitato: la “burning-out syndrome” in Italia.
In “Animazione Sociale”, N.42-43- Novembre 1981 – Febbraio 1982
sitografia
http://www.changesrl.it/files/lepore.pdf Accordo Europeo 8 ottobre 2004
https://www.puntosicuro.it/…/prevenzione-dello-stress-obbl…/
https://appsricercascientifica.inail.it/focusstre…/index.asp
– guida elettronica per la gestione dello stress e dei rischi psicosociali https://osha.europa.eu/…/e-guide-managing-stress-and-psycho…
– agenzia europea per la salute e sicurezza sul lavoro: https://osha.europa.eu/it
– rischi psicosociali in Europa : file:///C:/Users/Mariarosa/Downloads/Summary%20Psychosocial%20risks%20in%20Europe-it.pdf
Bibliografia
– Baiocco R., Crea G,. Laghi F., Provenzano L. Il rischio psicosociale nelle professioni di aiuto: la sindrome del burnout negli operatori, medici, infermieri, psicologi e religiosi. Edizioni Erickson, Trento, 2004.
– Cherniss, C.La sindrome del burn-out. Lo stress lavorativo degli operatori dei servizi socio-sanitari. Il Centro Scientifico Torinese, Torino, 1983.
– Maslach, C.La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri.Cittadella Editrice, 1997.
– Maslach, C. e Leiter, M.P.Burnout e organizzazione. Ed Erickson, Trento, 2000.
– Pellegrino F.Oltre lo stress, burn out o logorio professionale. Torino: Centro Scientifico Editore 2006.
– Vittorio Lodolo D’Oria: Pazzi per la scuola. Il burnout degli insegnanti a 360º. Prevenzione e gestione in 125 casi, Alpes Italia, 2010.

11 abitudini che danneggiano il cervello (tratto dal blog viverpiùsani)


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Non capite che cosa vi succede: vi sentite stanchi, non riuscite a concentrarvi, dimenticate le cose… Ma la cosa più strana è che vi accade solo ogni tanto, magari quando vi alzate molto presto e non mangiate nulla fino al pomeriggio, o siete troppo stressati per il lavoro. Il problema è che vi state dimenticando di prendervi cura di una parte essenziale del vostro organismo: il cervello.

Tutto ciò che facciamo influisce in qualche modo sul nostro corpo, e alcune attività possono arrivare a impedire il normale funzionamento del cervello o addirittura a danneggiarne la struttura. Immaginate di ripetere queste azioni ogni giorno, anno dopo anno: capite a che cosa possono portare? Le vostre cattive abitudini potrebbero uccidere il vostro cervello! Ma non preoccupatevi, siete ancora in tempo: cambiando il vostro stile di vita potrete garantirvi una perfetta salute cerebrale e corporea. In questo articolo vi faremo conoscere più da vicino queste terribili abitudini quotidiane che danneggiano il cervello.
Noi e il nostro cervello
Il nostro cervello è un organo estremamente complesso e delicato che interviene in modo diretto o indiretto in tutti i processi dell’organismo: regola le funzioni omeostatiche come i battiti del cuore, il bilanciamento dei fluidi, la pressione sanguigna, l’equilibrio ormonale e la temperatura corporea, ed è responsabile del movimento, la cognizione, l’apprendimento, la memoria e le emozioni umane. Non c’è da sorprendersi, dunque, se il nostro stile di vita influisce notevolmente sul suo corretto funzionamento e, quindi, sulla nostra salute in generale.
Secondo numerosi studi scientifici, il modo in cui conduciamo la nostra vita può danneggiare a breve o lungo termine le cellule cerebrali e, pertanto, anche le funzioni che svolgono, portando allo sviluppo di malattie degenerative e molti altri problemi. D’altra parte, avere abitudini positive, come seguire un’alimentazione bilanciata o fare esercizio fisico, attiva il nostro cervello e lo porta ad essere in salute. Mettiamoci dunque al lavoro e impariamo a riconoscere le 11 abitudini che rischiano ogni giorno di danneggiare il nostro cervello.
11 abitudini quotidiane che danneggiano il cervello
1. Non fare colazione

La colazione è il pasto più importante della giornata, visto che ha una grande influenza sul nostro rendimento, resistenza e condizione emozionale. Durante le prime ore della giornata il cervello ha bisogno di elementi nutritivi per continuare a “digerire” i processi fisiologici dopo il digiuno notturno a cui è stato sottoposto. Se non gli somministriamo ciò di cui ha bisogno, dovrà usare delle riserve e quindi fare uno sforzo eccessivo per mantenere un funzionamento corretto. Saltare la colazione può causare abbattimento generale, perdita della concentrazione e della memoria, mal umore, basso rendimento fisico e intellettivo. Ricordatevi di fare una sana e sostanziosa colazione.
2. Fumare
La pessima abitudine di fumare diminuisce considerevolmente la massa encefalica così come la somministrazione di ossigeno al cervello; è provato, inoltre, che questo vizio favorisce la comparsa di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Le ammine eterocicliche liberate durante la combustione di una sigaretta, inoltre, interferiscono nella corretta replicazione del DNA, dando luogo a mutazioni che provocano la formazione di cellule cancerose.
3. Elevato consumo di zuccheri

La predominanza di zuccheri raffinati, farine bianche, alimenti fritti e affettati nella nostra dieta, accompagnata da una carenza di verdura, frutta e fibre, favorisce l’accumulo di sostanze nocive nel nostro corpo, potenzia lo sviluppo di tumori, ostacola il corretto funzionamento del sistema immunitario, causa malnutrizione e interferisce con lo sviluppo neurologico.
4. Esposizione costante ad ambienti inquinati
Il cervello ha bisogno di un costante apporto di ossigeno, ma diverse sostanze tossiche possono interferire nello scambio, nel trasporto e nel processo di incorporamento dell’ossigeno alle cellule, dando luogo a una diminuzione dell’efficienza cerebrale.
5. Dormire poco

Avete bisogno di dormire 8 ore al giorno per far riposare il vostro cervello e assicurarvi che i processi metabolici avvengano nel modo corretto, producendo energia e rinnovamento cellulare. Privarsi del sonno accelera la morte delle cellule cerebrali a breve termine e vi mantiene stanchi e di cattivo umore tutto il giorno.
6. Mangiare troppo
Ingerire alimenti di cui il nostro corpo non ha bisogno provoca l’accumulo delle sostanze in eccesso sotto forma di grassi e l’indurimento delle arterie cerebrali, il che interferisce nel loro corretto funzionamento.
7. Alcol

L’alcol può causare danni in tutti gli organi e principalmente nel sistema nervoso, il fegato e il cuore; inoltre, interferisce nelle reazioni chimiche che hanno luogo nel cervello. L’alcolismo, poi, provoca la morte dei neuroni e diminuisce la velocità di trasmissione degli impulsi nervosi tra loro.
8. Reazioni violente o stress prematuro
Lo stress provoca molteplici reazioni nel nostro sistema nervoso, e alcune di queste causano una diminuzione della capacità mentale, oltre ad aumentare il rischio di soffrire emorragie cerebrali e infarti.
9. Coprirsi la testa mentre si dorme

Dormire con la testa coperta aumenta la concentrazione di anidride carbonica e diminuisce quella dell’ossigeno, il che può portare a conseguenze negative nel cervello.
10. Forzare il cervello durante la malattia
Lavorare molto o studiare con grande concentrazione mentre si è malati risulta dannoso, visto che l’energia del vostro corpo sarà spostata sulla cura dell’organismo. Forzare il cervello durante questo periodo può portare a una diminuzione della sua efficacia, oltre a debilitare ancora di più il vostro sistema immunitario, facilitando la comparsa delle malattie più diverse.
11. Mancanza di stimoli ed esercizi mentali
Non c’è niente di meglio di pensare, avere conversazioni intelligenti, leggere un libro o fare un cruciverba per stimolare il nostro cervello: attività di questo tipo aumentano la capacità di apprendimento e la memoria, così come la velocità di reazione agli stimoli.
Un consiglio finale
Prendetevi cura del vostro cervello adottando uno stile di vita sano:
Mangiate nel modo corretto, includendo deliziosa frutta e verdura che stimolerà l’attività cerebrale. Vi raccomandiamo, inoltre, di mangiare pesce ricco di omega 3, un tipo di grasso che favorisce la comunicazione tra i neuroni.
Bevete tre o quattro tazze di tè o tazzine di caffè al giorno: migliorerà la vostra memoria a lungo e breve termine e diminuirà il rischio di soffrire delle malattie di Alzheimer e Parkinson.
Fate attività fisica abitualmente.
Evitate l’uso di droghe, tabacco e alcol.
Dormite a sufficienza.
Riempitevi di pensieri positivi.

Tuo figlio va male a scuola: scopri perché(articolo La Repubblica.it)


Svogliato, distratto, irrequieto, incapace di dedicare attenzione alle lezioni. Alcuni atteggiamenti del bambino in classe rivelano disturbi specifici che è meglio individuare e classificare, per aiutarlo non solo a migliorare le proprie prestazioni nello studio, ma a crescere e relazionarsi. Dalla disgrafia alla depressione, la psichiatra e psicoanalista insegna come cogliere i segnali e dare un nome al problema di Adelia Lucattini, psichiatra psicoterapeuta psicoanalista SPI e IPA

Tuo figlio va male a scuola: scopri perché

Facile dire: non va bene a scuola. Difficile stabilire perché. Per iniziare a farlo, è bene parlare a lungo con gli insegnanti, cercare di cogliere campanelli di allarme, osservare i propri figli mentre studiano e fanno i compiti. Il nocciolo della questione sta nel non etichettare a priori una difficoltà nello studio, ma distinguere tra due tipi di problemi: disturbi della sfera emotiva e disturbi specifici dell’apprendimento.

I “disturbi specifici dell’apprendimento” (DSA) colpiscono il 4% della popolazione, 1 alunno ogni 25, e nella maggior parte dei casi emergono fin dalle scuole elementari, mentre a livello di studi superiori si rilevano con maggior frequenza negli istituti tecnici. Sono riconosciuti dallo Stato (MIUR) e classificati in: Dislessia, Disortografia, Disgrafia, Discalculia. Vediamoli nel dettaglio:

Nella Dislessia c’è una mancanza di automatismo nella lettura. Per studiare con successo è necessario saper leggere almeno tre sillabe al secondo (scu-o-la; a-ve-vo). Quasi sempre è associata a Disortografia, ovvero mancanza di automatismo nella scrittura, con errori di ortografia non gravi ma frequenti (scuola-squola, avevo-havevo).

La Disgrafia invece è la difficoltà a riprodurre il disegno e la forma delle lettere o lentezza nel modo in cui si riesce a farlo, quindi si manifesta con una scrittura detta “a zampe di gallina” e un’incapacità a prendere appunti.

Se affetti da Discalculia, più rara, gli alunni hanno invece difficoltà a leggere e scrivere i numeri, specialmente a ritroso, e a fare calcoli anche molto semplici a mente.

A questi si aggiungono altri disturbi come la Disprassia (carenza nella motricità fine con difficoltà ad esempio nell’usare il compasso) e la Disnomia (un disturbo del linguaggio in cui vengono sbagliati i nomi, le concordanze maschile femminile e i tempi dei verbi). Non sono riconosciuti dal Miur ma possono essere facilmente diagnosticati dal neuropsichiatra infantile con test specifici; una volta comunicata la diagnosi, a scuola possono essere adottate tutte le misure compensative previste per legge con percorsi personalizzati per ogni bambino o ragazzo.

Il problema vero, però, non è affrontare il disturbo. Ma individuarlo, riconoscerlo e classificarlo come tale. In molti casi disturbi di questo tipo non vengono comunicati dalla famiglia alla scuola, per vari motivi tra cui l’imbarazzo e la vergogna che si pensa di generare in genitori e alunni. Gli insegnanti invece sono spesso i primi ad accorgersi se un bambino o ragazzo fatica a star dietro agli altri, sta a loro cercare di adottare dei metodi alternativi per aiutarli, per esempio rallentare la dettatura, concedere tempi più lunghi per la scrittura, proporre mappe concettuali, fornire riassunti. Se l’alunno ha difficoltà nella scrittura, potrebbero ricorrere a interrogazioni orali e programmate, e stimolare la formazione di gruppi di studio che favoriscano un ambiente emotivamente accogliente e un aiuto reciproco tra compagni. Se necessario, poi, si possono richiedere le cosiddette “misure compensative” previste per legge: l’uso di PC e tablets a scuola per videoscrittura, dettatura, sintesi vocale e dizionari elettronici, l’uso di calcolatrici e formulari. Soprattutto, però, è necessario “dare più tempo”, tutto quello che si rende necessario per ogni singolo alunno, calibrandolo sulle sue necessità del momento. Il rischio, per questi ragazzi, è che se non compresi e aiutati potrebbero sviluppare una depressione reattiva, sentendosi erroneamente “poco intelligenti” e “diversi” dai compagni.

Veniamo invece ai disturbi della sfera emotiva: i bambini che ne soffrono hanno difficoltà scolastiche nell’apprendimento ben più frequenti rispetto a quelli che mostrano “disturbi specifici dell’apprendimento”. Per i bambini/ragazzi che ne soffrono vengono utilizzate spesso definizioni generalmente inappropriate che rischiano di stigmatizzarlo fin dai primissimi anni scolastici: sono definiti chiusi, distratti, disattenti, annoiati, irrequieti, maleducati, oppositivi, svogliati, disinteressati alla scuola, aggressivi, isolati, permalosi, senza amici. Ma nella maggior parte dei casi si tratta di bambini con disturbi della sfera emotiva o depressione che nell’età evolutiva (il periodo compreso tra la nascita e i vent’anni circa) si manifesta in modo specifico e diverso rispetto agli adulti. Talvolta presentano instabilità dell’umore, alternano cioè momenti di tristezza e depressione con momenti di agitazione ed euforia che si manifestano come irrequietezza fisica, difficoltà a stare seduti, a concentrarsi e a stare attenti con pregiudizio nel rendimento ma non nell’apprendimento. Riescono infatti ad apprendere come gli altri bambini ma non sono in grado di riferire all’insegnante, né a voce né attraverso la scrittura, poiché disturbati interiormente da sollecitazioni emotive che interferiscono con l’espressività e rendono difficile entrare in relazione con gli altri. Tutto ciò procura loro grandi preoccupazioni e ansie fin da piccolissimi (3-4 anni di età), che non possono risolvere da soli.

In età evolutiva si osservano diverse manifestazioni a carattere depressivo che soddisfano soltanto in parte i criteri diagnostici comunemente utilizzati per gli adulti, che hanno caratteristiche peculiari per ogni fase dello sviluppo (infanzia, latenza, preadolescenza e adolescenza). Inoltre, i casi di quadri depressivi in età evolutiva sono più frequenti di quanto ritenuto in passato, possono essere cronici o ricorrenti, associati a una compromissione più o meno importante del funzionamento cognitivo (del pensiero), sociale e delle capacità di adattamento nelle varie fasce d’età. Solo pochi rischiano però di evolvere in disturbi o patologie psichiche più gravi, accade se non vengono individuati e curati per tempo con una terapia psicoananalitica, molto adatta ad affrontare questi casi poiché si occupa del funzionamento globale della mente, degli aspetti psichici cognitivi, emotivi ed inconsci, favorisce la crescita, l’armonizzazione e lo sviluppo strutturale e funzionale del pensiero e delle emozioni. Più raramente può essere necessario, negli adolescenti, un supporto farmacologico su indicazione dello psichiatra.

Bambini depressi. Il “disagio scolastico” è una delle espressioni più frequenti attraverso le quali si manifestano disturbi dell’umore, tra cui ansia e depressione, in età evolutiva. Possono avere modalità espressive diverse: dal semplice essere di disturbo in classe, a irrequietezza e iperattività con difficoltà di apprendimento, di attenzione e concentrazione. Nell’adolescenza, in particolare, possono manifestarsi sotto forma di un apparente o reale scarso interesse per la scuola, scarsa motivazione allo studio, basso rendimento scolastico con materie da riparare a settembre, ridotta frequenza scolastica fino all’abbandono e alla dispersione scolastica con cambiamenti di scuole, ripetute bocciature ed espulsioni nelle forme più severe, meno gestite o non riconosciute. Nei bambini e negli adolescenti è importante poter individuare e riconoscere tempestivamente alcuni sintomi che possono essere manifestazioni di disturbi di tipo depressivo. Tra questi vi sono la tristezza, la paura, sentimenti di esclusione dal gruppo, timidezza e vergogna, la sensazione di non essere amati, un senso di inadeguatezza e mortificazione ma anche un’incapacità di esprimere, modulare, controllare, gestire l’aggressività che viene così agita sia verso se stessi e verso gli altri (famigliari, compagni, amici, insegnanti, allenatori, etc). I bambini depressi possono nel migliore dei casi essere tristi e in grado di esprimerlo. Molto spesso, però, lo esprimono in modo specifico attraverso iperattività fisica, lamenntosità, preoccupazioni per la propria salute e dei propri familiari, disturbi del sonno, enuresi notturna, trattenimento delle feci o dell’urina, dolori addominali, incidenti frequenti. La depressione può manifestarsi tipicamente anche attraverso la noia e il disinteresse per attività tipiche per la propria età, per il gioco, le attività sportive, la compagnia degli amici. A volte manifestano anche comportamenti oppositivi e di contrapposizione agli adulti.

Come riconoscere il problema. Esistono delle costanti nel comportamento, individuabili, che è particolarmente importante aver presenti: per esempio un rapporto molto stretto tra rabbia, aggressività e tristezza. Sia i bambini che gli adolescenti, molto spesso non sono infatti in grado di ‘dare un nome’ a quello che provano, accrescendo così il proprio disagio. L’intervento di un adulto che possa con attenzione, sensibilità, tatto e affettuosità, dare un nome a quello che gli sta accadendo, può essere il primo passo per permettere una crescita affettivo-cognitiva e quindi una presa di contatto con quei sentimenti dolorosi così difficili da vivere e gestire. La prevenzione parte proprio da qui: osservare, avvertire l’esistenza di un problema e interagire con il bambino o il ragazzo per affrontare assieme la situazione.