“Dal lavoro sociale alla sindrome del Burnout:…”.


Cari lettori vi voglio sottoporre questo bellissimo articolo giratomi dal gruppo facebook”Educatori Educatoricontroitagli”vi invito a leggerlo è molto interessante.

“Dal lavoro sociale alla sindrome del Burnout: l’infelicità lunga una vita.”
Premessa
Da quando mi sono laureata in Scienze della Formazione ,intorno al 1994, con una tesi sul fenomeno del burnout nel privato sociale, mi sono resa conto che era importante per me lavorare sul mio benessere sia psichico che fisico. Da allora ogni mia formazione ha avuto a che fare con questo grande e profondo obiettivo: scongiurare il burnout. Devo dire che non so se ci sono riuscita ma sono 30 anni che faccio questo mestiere e sono ancora qui.
Credo che noi, professionisti/e della relazione d’aiuto, ci troviamo oggi a condurre se non a subire una sottile lotta fra il bene e il male giorno dopo giorno per una vita senza accorgercene se non quando è troppo tardi. Una forma di violenza sottile, impercettibile ed altamente ambigua che si insinua nei meandri dell’anima e la corrompe. Una lotta fra noi stessi/e ed il mondo del lavoro che cambia fatalmente e che comprende utenti, committenti e noi tutti.
Una lotta che nasce dagli anni Settanta.
“ E’ in quegli anni” dice la Monoukian nel suo libro Stato dei Servizi (1988) “che si fanno avanti quei principi di diffusione del Welfare come la programmazione decentrata, la partecipazione alla gestione, l’integrazione dei servizi e la prevenzione poi più o meno ripresi dalla legislazione” dove tutti partecipavano di “ un più ampio progetto di rinnovamento della società italiana”. Una dimensione civile e politica per noi oggi inimmaginabile. Dopo un decennio circa veniva invece rilevato da studiosi come Gianni del Rio in Stress e lavoro nei Servizi (1993) del “senso di inefficacia e impotenza direttamente proporzionale alla complessità e gravità percepite dei problemi del meccanismo di cui si è parte……” e che gli operatori e le operatrici dei Servizi cominciavano a vivere.
Assistiamo alla “logica del prisma” ( G.Del Rio) che rinforza la tendenza all’isolamento rendendo povera e fragile l’identificazione individuale e collettiva e la carenza di senso nella lettura che ciascuno di noi fa della complessità che rispetto a quegli anni oggi è aumentata all’ennesima potenza.
Due eminenti psicologi americani e studiosi dell’argomento, Maslach e Leiter, confermano il ragionamento precedente dicendo che la priorità delle organizzazioni post-moderne si è spostata dalla qualità dei processi produttivi ( empowerment organizzativo) verso i meri bisogni di budget che possiamo identificare come meccanismi propri delle Aziende pubbliche, per la nostra realtà cittadina di Bologna e provincia possiamo parlare di Ascinsieme, Asp, Aziende Consortili, Comune e Associazionismo vario oltrechè Cooperative del privato sociale.
Si osserva, sostengono gli studiosi, l’arretramento del senso di appartenenza all’organizzazione per cui si lavora il cui obiettivo non è più il lavoro di equipe che in moltissimi territori è ormai solo un ricordo, bensì l’utilizzo ( o sottoutilizzo diciamo noi) del lavoratore e della lavoratrice per soli obiettivi di budget sventrando così la valorizzazione umana e professionale. Svalutazione della figura professionale che corrisponde esattamente alla svalorizzazione del lavoro divenuto flessibile e spezzato o trasformato in gettone di presenza, vaucher ( fino a quando c’erano), volontariato.
E’ in questo quadro che nasce, cresce e cova la cosiddetta “sindrome del Burnout”, è qui che la psicologia del lavoro comincia ad interessarsi non solo allo stress-lavoro-correlato ma anche al carico emotivo importante che scaturisce dal lavoro con gente disagiata e/o ammalata e che pesa sul professionista fragile e senza più strumenti seri di lavoro, giorno dopo giorno.
Informazione legislativa
Oggi la Sindrome del Burnout è una sindrome riconosciuta, insieme allo stress, al mobbing e similari, dal Ddl 81/2008 in materia di salute e sicurezza sul lavoro, in particolare nell’art.28 viene richiamata la necessità di valutare tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori compresi quelli legati allo stress-lavoro-correlato secondo i contenuti dell’accordo Europeo dell’8 ottobre 2004. Secondo l’Accordo Europeo
“affrontare la questione dello stress-lavoro-correlato può condurre ad una maggiore efficienza ed a un miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori,con conseguenti benefici economici e sociali per le imprese,lavoratori e la società nel suo complesso.”
Questo è sinteticamente quanto dice la legge e quanto riportano siti di settore e articoli sull’argomento ma cosa davvero facciano in Italia le aziende pubbliche e private per i loro lavoratori e lavoratrici non è dato saperlo con chiarezza se non dai lavoratori stessi. Non di poco conto è notare come sia silente lo Stato Italiano su queste tematiche.Certo è che alcune organizzazioni lavorative non fanno nulla in merito senza particolari conseguenze legali, altre rispondono con una minima circolazione di informazione nei corsi obbligatori per legge rivolti ai dipendenti. Qualche cooperativa piu’ volenterosa e che tiene all’immagine, mette anche a disposizione una figura psicologica interna che però non può entrare nel dettaglio delle carenze e contraddizioni organizzative demandando ad un altrove indefinito e legittimando invece una lettura che corre il rischio di essere strumentale e manipolatoria della situazione psicologica del lavoratore. Il rischio è che si “ospedalizzi” il lavoratore che è in burnout a dispetto degli accordi europei, che lo si colpevolizzi, se ne faccia un caso personale poiché altrimenti si dovrebbe mettere in discussione un apparato dirigenziale e amministrativo che oggi vede come unico obiettivo il budget e non la qualità di vita e del lavoro del singolo. A questo punto perché mai un professionista della relazione d’aiuto deve ammettere di essere in burnout?
la sindrome di burnout
Colpisce le persone impegnate nelle professioni d’aiuto laddove vi è un carico emotivo intenso che vede il coinvolgimento del professionista che in una prima fase investe molte energie dal punto di vista “idealistico” motivato dal fatto che può aiutare gli altri, trovare soluzioni cercando di ottenere successo generalizzato e veloce ma poi disilludendosi e mortificandosi quando scopre che la realtà è ben diversa. In questa fase un lavoratore od una lavoratrice giovane può essere funzionale ad una azienda che mira al risparmio poiché usa in surplus le proprie risorse, mezzi e conoscenze passando sopra agli interessi di budget offuscata da motivazioni ideali. Si tratta di lavoratrici laureate e super qualificate, motivate ma pagate molto poco.
Successivamente vi è una seconda fase definita di “stagnazione” dove si reagisce in modo negativo rispetto agli insuccessi. Si arriva cosi al momento della “frustrazione” dove il pensiero dell’operatrice/operatore rasenta la sensazione di inutilità. In questa fase può essere determinante in senso negativo il “mobbing” che alcune aziende fanno subire ai propri dipendenti producendo un tale disagio psicofisico da spingere verso il licenziamento i lavoratori più fragili. In questa fase ci troviamo in piena sindrome di burnout che può essere scambiata per altro. Allora abbiamo fenomeni di fuga nella malattia o nell’assenteismo, atteggiamenti di aggressività verso se stessi e/o verso gli altri come utenti o interlocutori o colleghi. Infine la fase del “disimpegno” dove gradualmente ci si disaffeziona dal proprio lavoro rendendo inutile ogni azione lavorativa. Senza consapevolezza di ciò che sta succedendo, chi ha interesse può strumentalizzare tali situazioni lavorative per denunciare ipocritamente l’inutilità di un Servizio piuttosto che di un operatore/ operatrice specifica giocando sull’ignoranza degli operatori stessi,sul loro timore di perdere il lavoro, sull’ignoranza degli utenti e della pubblica opinione in generale giustificando così dei tagli di budget o licenziamenti.
Le strategie per affrontare il burnout: fra diritti e lotte un approccio multidimesionale
Oggi i medici di base, per legge, dovrebbero conoscere la sindrome del Burnout che provoca o aggrava alcuni disturbi di tipo psicosomatico oltre che ovviamente creare condizioni psicologiche penose, dunque dovrebbero saperla diagnosticare. Usiamo il condizionale perché certio medici di base hanno un atteggiamento critico scambiando alcuni atteggiamenti del lavoratore come “assenteismo” mirato.
quindi è bene chiedere il parere del proprio medico di fiducia se è un medico di cui ci si fida poiché importante è conoscere, prevenire e se non si può più prevenire, curare e prevenire le ricadute. Quanti sanno che si ha il diritto di chiedere la malattia al lavoro per ciò che causa il Burnout ?
In generale comunque esistono diverse strategie per contrastare il Burnout ma noi riteniamo che essendo i fattori di rischio sia personali che organizzativi, l’approccio debba essere multidimensionale. Vediamo alcuni approcci/strumenti per affrontare il burnout.
Autovalutazione con l’M.B.I.
Come sostiene Christina Maslach, docente di psicologia: “Un grammo di prevenzione vale quanto mezzo chilo di cura”.
Allora una prima cosa che è possibile fare è compilare l’M.B.I., strumento che di èer sé può essere autogestito se si è Educatori Professionali laureati, psicologi, medici altrimenti è meglio compilarlo insieme ad un professionista che possa aiutare a comprenderlo. Si può reperire sul web. In sintesi è comunque bene condividere i risultati del test qualora fossero disastrosi, con una psicologa o psicologo.
Il questionario affronta tre diversi campi della professionalità e sono : l’esaurimento emotivo; la depersonalizzazione; la realizzazione personale. Farlo serve unicamente ha “quantificare” emozioni e sensazioni che altrimenti non sempre si riesce a fermare e definire ed a capire dove si è.
Piano personale
Si può scegliere di lavorare sulla propria persona attraverso percorsi di crescita personale. Si tratta di un sovraccarico emotivo, dunque è sul piano emozionale che occorre lavorare. Dalla terapia psicoanalitica alle svariate tecniche di meditazione. Un lavoro di contenimento dello stress per chi se la sente, può essere affrontato da tutte quelle meravigliose tecniche bioenergetiche per il benessere come lo yoga, il reiki, le visualizzazioni meditative, o trattamenti olitici e bioenergetici che influenzano ed agiscono sul piano emozionale e delle energie sottili di cui siamo fatti.
E’ la stessa Maslach che invita – nei suoi testi – a distaccarsi dalle situazioni vissute nell’ambito lavorativo, prima di rientrare in famiglia, attraverso tecniche di rilassamento o forme di decompressione psicologica.
Evidentemente tali attività di decompressione non sono LA soluzione MA aiutano a NON portare a casa propria le tensioni vissute nella giornata lavorativa, a far si che ci sia una sana separazione fra il tempo del lavoro, tempo libero e vita personale. Quanta importanza dà la nostra società al tempo libero?
A proposito del tempo libero
Il filosofo tedesco Theodor Wiesengrund Adorno disse che : “…Il vero tempo libero— se fosse realmente ispirato all’ozio latino e se fosse sul serio messo a disposizione delle classi subalterne — sarebbe rivoluzionario. Sarebbe il tempo della riflessione, dello studio, della comprensione. E sarebbe finalmente a disposizione di tutti. Ma non lo sarà, perché il tempo libero, quello a disposizione della coscienza, è pericoloso. è sedizioso.
È nell’ozio che si coltiva la coscienza, si progettano le rivoluzioni e le trasformazioni dello status quo.”
E’ interessante per noi professionisti/e della relazione d’aiuto riflettere sul concetto di tempo libero ; è importante la distinzione fra tempo lavorativo, flessibile, spezzettato e invece il tempo libero o liberato dentro al quale solo noi col nostro libero arbitrio possiamo decidere cosa abbiamo voglia di fare. Un tempo liberato da stress ed impegni durante il quale rigenerarsi e poter esprimere se stessi nelle attività più piacevoli o confacenti. Quanti di noi sono ancora in grado di vivere così il proprio tempo libero rispetto invece all’organizzazione del proprio orario di lavoro imposto? Ad Esempio chi fa diversi servizi con orari spezzati può solo dividere il tempo lavorativo da un tempo di attesa non pagato e non utilizzato per sé. Il concetto di tempo libero oggi è assai relativo e subalterno al tempo lavorativo flessibile, sempre più imposto e non partecipato quando non diviene tempo vuoto, il tempo della disoccupazione. Ancora possiamo aggiungere che se abbiamo un po’ di tempo libero a volte siamo costretti a passarlo studiando il modo di difenderci dagli “attacchi” del sistema lavorativo o se preferite dal “sistema di potere” mentre i dirigenti lo fanno nel tempo di lavoro retribuito, cosa? Trovare il sistema per sfruttare o/e licenziare i lavoratori/soci che non servono più alla causa.
Ma questo è un altro capitolo.
Piano sindacale e organizzativo-aziendale
Spesso e volentieri fra i motivi che inducono il Burnout ci sono pessime condizioni salariali e di lavoro. Ritmi intensi e orario spezzato, periodi di inattività forzata, insicurezza degli appalti , lavoro in solitudine, mancanza di tempo per la programmazione, scarsa considerazione del ruolo, obiettivi non chiari, ruoli mal definiti, mancanza di comunicazione fra amministrazione del personale e dipendenti,mancanza di supporto all’interno dell’ambito lavorativo, mancanza di condivisione fra colleghi, sovraccarico di responsabilità e lunga esposizione ai problemi degli utenti, situazioni emotive molto complesse che riguardano gli utenti e di fronte alle quali non c’è una risposta organizzata soprattutto in periodo di tagli al welfare. Su questi temi pensiamo che sia ora di ri-utilizzare i Sindacati a fare quello per cui sono nati cioè difendere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
Un intervento efficace è modificare l’organizzazione del lavoro, come la pianificazione degli orari, ottimizzare la divisione delle attività, condividere le responsabilità, migliorare le condizioni contrattuali e dar maggior flessibilità di permessi e congedi come accade già da tempo i altri paesi .Un Sindacato può tenere conto di queste tematiche nelle contrattazioni, nelle vertenze individuali, nella formazione e nelle consulenze legali.
Anche la remunerazione, hainoi, è importante poiché se gli operatori e le operatrici vivono in condizioni economiche precarie potranno fare ben poco per utenti che sono molto simili a loro per condizione.
La relazione d’aiuto
Naturalmente è molto utile la formazione in generale ma pensiamo sia davvero cruciale la formazione che preveda l’apprendimento di tecniche di ascolto nella relazione d’aiuto, di gestione delle emozioni, di problem solving, di mediazione dei conflitti, di conoscenze specifiche sul fenomeno sociale che riguarda gli utenti con i quali si lavora (dall’immigrazione,all’handicap, alla psichiatria,alla tossicodipendenza,al sostegno genitoriale ). Spesso accade che colleghi e colleghe la formazione se la pagano per conto proprio.
In Conclusione
Siamo convinti che il fenomeno del Burnout possa essere affrontato e risolto soltanto se se ne prende coscienza e su più fronti, sappiamo invece che miete vittime inconsapevoli poiché dura anni silente e confuso prima di essere scoperto nella sua virulenza. Molti nostri colleghi e colleghe si “bruciano” in una società che non riesce a mantenere l’aspetto umano che invece noi vogliamo disvelare sempre più. Il suggerimento e la nostra scommessa a dire il vero è di cominciare da noi, dalla nostra realtà lavorativa per arrivare a confrontarci con colleghi e colleghe e trovare insieme soluzioni senza rimanere passivi e immobili; partire sinceramente e in modo pulito, onesto, dal cuore di ciascuno di noi per ricominciare di nuovo, disvelare il meccanismo del “potere” che logora e sostituirlo col potere personale e collettivo compiendo una operazione culturale e politica di ampio raggio, col libero arbitrio sul proprio tempo dove non si viva per lavorare ma si lavori per vivere.
Mariarosa Di Marco
note biografiche
lavora da 30 anni nel privato sociale come Ed.Prof.le, Laureata in Scienze della Formazione a Bologna, Pedagogista; Volontaria dell’Associazione Interculturale “Annassim” ; Counsellor rogersiana, Operatrice olistica, scrittrice di narrativa, sin dagli esordi è nel gruppo “Educatori Uniti Contro i Tagli” e nella redazione radiofonica, inoltre svolge attività sindacale da svariati anni attualmente per il Sindacato Generale di Base.
Si è laureata nel 1995 con una tesi in psicologia sociale: “Lavoro educativo,operatori sociali e Burn-out” Facoltà di Sc.della formazione (Unibo) con la Relatrice Prof.ssa Bruna Zani e da allora cerca e sperimenta qualsiasi cosa prevenga il Burnout.
articoli
Contessa G.,1981“L’operatore sociale cortocircuitato: la “burning-out syndrome” in Italia.
In “Animazione Sociale”, N.42-43- Novembre 1981 – Febbraio 1982
sitografia
http://www.changesrl.it/files/lepore.pdf Accordo Europeo 8 ottobre 2004
https://www.puntosicuro.it/…/prevenzione-dello-stress-obbl…/
https://appsricercascientifica.inail.it/focusstre…/index.asp
– guida elettronica per la gestione dello stress e dei rischi psicosociali https://osha.europa.eu/…/e-guide-managing-stress-and-psycho…
– agenzia europea per la salute e sicurezza sul lavoro: https://osha.europa.eu/it
– rischi psicosociali in Europa : file:///C:/Users/Mariarosa/Downloads/Summary%20Psychosocial%20risks%20in%20Europe-it.pdf
Bibliografia
– Baiocco R., Crea G,. Laghi F., Provenzano L. Il rischio psicosociale nelle professioni di aiuto: la sindrome del burnout negli operatori, medici, infermieri, psicologi e religiosi. Edizioni Erickson, Trento, 2004.
– Cherniss, C.La sindrome del burn-out. Lo stress lavorativo degli operatori dei servizi socio-sanitari. Il Centro Scientifico Torinese, Torino, 1983.
– Maslach, C.La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri.Cittadella Editrice, 1997.
– Maslach, C. e Leiter, M.P.Burnout e organizzazione. Ed Erickson, Trento, 2000.
– Pellegrino F.Oltre lo stress, burn out o logorio professionale. Torino: Centro Scientifico Editore 2006.
– Vittorio Lodolo D’Oria: Pazzi per la scuola. Il burnout degli insegnanti a 360º. Prevenzione e gestione in 125 casi, Alpes Italia, 2010.

ROMA: SULLA DELIBERA AEC APPROVATA IN CONSIGLIO COMUNALE


campidoglio

Sono note a tutti le difficoltà vissute attualmente dalla Giunta Comunale di Roma. Anche senza assolvere completamente il sindaco e il suo staff, non si può negare che molto rinvia alle colpe dei predecessori, che hanno speculato e sfruttato vergognosamente le mille risorse di questa città portandola sull’ orlo del commissariamento.  Ma nell’esecutivo di questa città, così come nell’Assemblea Capitolina, non mancano persone sensibili ai più gravi problemi che attanagliano la nostra metropoli, con particolare riguardo allo stato in cui versano i servizi sociali ed alle svantaggiate condizioni di chi lavora nel campo dell’assistenza al prossimo.
Giovedì scorso, ad esempio,  la politica ha dato un chiaro segno di unità in direzione degli interessi  e delle condizioni delle fasce più deboli della società e del mondo del lavoro:  il Consiglio Comunale ha approvato una delibera che promuove un serio miglioramento delle condizioni di lavoro di noi Assistenti Educativi Culturali (AEC)impegnati, nelle scuole, a garantire un sostegno agli alunni disabili. Molto si deve al gruppo di Sinistra Ecologia Libertà (SEL), che da mesi si muove per far riconoscere i diritti che solitamente ci vengono negati, affiancandosi ad una lotta dal basso cui altri gruppi politici hanno spesso dedicato scarsa attenzione. La delibera, il cui primo impianto si deve proprio a SEL,  ha poi recepito gli emendamenti, in senso migliorativo, proposti da altri partiti politici, sin qui meno interessati alla questione ma finalmente approdati alla consapevolezza della importanza – in certi casi dell’insostituibilità – della figura dell’AEC nelle scuole. Tra i punti qualificanti della delibera: il riconoscimento della nostra figura professionale, l’osservanza  del C.C.N.L. di categoria, un  inquadramento consono alle nostre mansioni, la richiesta di bandi di gara omogenei in tutto il  Comune , l’applicazione di clausole di salvaguardia per la garanzia della continuità lavorativa di tutto il personale AEC, il coinvolgimento delle parti sociali nella  gestione dei servizi ed una più intensa attività di  controllo da parte dall’osservatorio del lavoro.
Ho conosciuto personalmente il capogruppo di SEL Gianluca  Peciola  durante le scorse elezioni municipali e da subito mi ha colpito la sua attenzione alle tematiche sociali, che si è inevitabilmente tradotta nella spinta a sostenere il percorso rivendicartivo degli AEC nel nostro Comune. Del resto, egli in altre fasi è stato interno al campo del sociale, avendo ricoperto in passato ruoli lavorativi come quello dell’assistente domiciliare, altra figura tanto indispensabile quanto sottovalutata e sottoposta a condizioni lavorative non ottimali. Grazie al suo impulso, la Delibera in questione, nei suoi contenuti, risulta permeata da una conoscenza profonda del nostro settore ed è per questo che è sentita dagli operatori stessi come una propria creatura. A ben vedere, però, questo testo deve qualcosa anche ad un nostro collega AEC, rappresentante sindacale della  Cgil: Stefano Sabato, che a fornito un competente contributo alla sua  stesura.
Chi ha avuto modo di seguirci su facebook, nel gruppo assistente educativo culturale, avrà forse notato che, a causa degli ostacoli posti da diversi gruppi politici alla sua approvazione (si pensi al Movimento 5 stelle e in alcune fasi anche al PD),  la  votazione della delibera ha subito diversi rallentamenti , al punto da esser rimandata alla fine delle vacanze. Finalmente, il   10/09/2015 alle 10,30, si è giunti alla votazione. Il risultato è stato soddisfacente e lo stesso Gianluca Peciola,  avuta la parola dal presidente della seduta,  si spendeva in ringraziamenti “rivolti ad operatori e operatrici del settore, al sindacato, alle forze politiche che hanno collaborato al miglioramento del testo”.Egli ha poi continuato il suo discorso sottolineando una volta di più l’importanza del lavoro svolto dagli AEC e chiedendo, in modo pacato ma fermo, un’attuazione celere della Delibera appena approvata.
A questo punto credo sia giusto riportare la dichiarazione che il capogruppo di SEL ha rilasciato al termine della seduta: “Una bella pagina: è una delibera ‘sul sociale che per la prima volta viene elaborata insieme agli operatori AEC senza passare per le ‘centrali coopetative più rispetto per questa figura professionale che sembrava  essere scomparsa dalla mappa dei diritti, una figura professionale così importante per  i bambini e le loro famiglie, per la qualità dei servizi che la scuola offre. E’ importante il fatto che ci sia  un riconoscimento della centralità della figura dell’ AEC, che venga abbandonata la giungla della scomposizione municipio per municipio,(…) che vi sia un’attenzione maggiore da parte dell’osservatorio sul lavoro del comune di Roma. (…) E’ un primo passo, certo,ma se la legge nazionale ci aiutasse noi potremmo anche iniziare a ragionare sul tema dell internalizzazione in quanto il servizio che questa figura offre è un servizio di cui la scuola, la famiglia e i bambini hanno sempre bisogno: quindi andrebbe sottratto al mercato”.
E’ anche per queste condivisibili parole, oltre che per il sostegno che sin qui ci ha dato, che ritengo doveroso ringraziare apertamente, tramite questo blog Gianluca Peciola, a nome mio e di tutti i sostenitori del gruppo facebook “assistente educativo culturale”e del comitato “comitatosocialeAEC”
assistenteeducativoculturale.wordpress.com

Articolo 18, un valore per tutti – ControLaCrisi.org


http://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2014/9/19/42358-articolo-18-un-valore-per-tutti/

SCUOLA E CGIL: + 90.000 STUDENTI E -81.000 DOCENTI


SCUOLA E CGIL: + 90.000 STUDENTI E -81.000 DOCENTI.