ECCO PERCHE’ NESSUNO SI RIBELLA AL SISTEMA!


maggio 26, 2015 by lastella

Ti sei mai chiesto perché nessuno reagisce di fronte all’infame ondata di oppressione e abuso di ogni tipo che stiamo subendo? Non rimani perplesso del fatto che non succede assolutamente nulla, viste le tante rivelazioni di casi di corruzione, ingiustizia, ruberie e prese in giro della legge e della popolazione in genere, alla quale si è rubato letteralmente il presente e il futuro? Ti sei mai chiesto perché non scoppia una rivoluzione di massa e perché tutti sembrano essere addormentati e ipnotizzati?

In questi ultimi anni ogni tipo di informazioni che dovrebbe aver danneggiato la struttura del Sistema fino alle sue fondamenta, è stata resa pubblica, eppure questa stessa struttura continua a essere intatta senza neppure un graffio superficiale. Questo rende palese un fatto veramente preoccupante che sta sotto il nostro naso e al quale nessuno presta attenzione.

Il fatto che CONOSCERE LA VERITA’ non importa a nessuno, sembra incredibile, ma i fatti lo confermano giorno dopo giorno.

L’informazione non è rilevante.

Rivelare i più oscuri segreti e renderli di dominio pubblico non produce nessun effetto, nessuna risposta da parte della popolazione per quanto i segreti siano terribili e scioccanti.

Per decenni abbiamo creduto che chi lottava per la verità, gli informatori capaci di svelare fatti nascosti o mettere in piazza i panni sporchi potevano cambiare le cose, potevano alterare il divenire della storia.

Siamo cresciuti in realtà, con la convinzione che conoscere la verità era cruciale per creare un mondo migliore e più giusto e di chi lottava per rivelare il nemico più grande dei potenti tiranni.

E forse per un periodo è stato così.

Oggi, però, “l’evoluzione” della società e soprattutto della psicologia di massa ci ha portato a un nuovo stato di cose: uno stato mentale della popolazione che non avrebbe osato immaginare il più alienato dei dittatori. Il sogno di ogni tiranno della faccia della terra: non dover nascondere né occultare niente al suo popolo.

Poter mostrare pubblicamente tutta la sua corruzione, malvagità e prepotenza senza doversi preoccuparsi di alcuna risposta da parte di quelli che opprime. Questa è la realtà del mondo in cui viviamo. E se credete che questa sia un’esagerazione, osservate voi stessi ciò che vi circonda.
Il caso della Spagna è lampante. Un paese immerso in uno stato di putrefazione generalizzato, divorato fino all’osso dai vermi della corruzione in tutti gli ambiti:

  • giuridico
  • industriale
  • sindacale
  • politico (soprattutto)

Uno stato di decomposizione che ha ecceduto tutti i limiti immaginabili, fino a infettare con la sua pestilenza tutti i partiti politici in maniera irreparabile.

Eppure, nonostante siano resi pubblici continuamente tutti questi scandali di corruzione politica, gli Spagnoli continuano a votare per la maggior parte gli stessi partiti politici, dando tuttalpiù alcuni dei loro voti a partiti più piccoli che non rappresentano in nessun modo una possibilità reale.

Ecco l’allucinante caso della Comunità Valenciana, la regione più rappresentativa del saccheggio vergognoso perpetrato dal Partito Popolare e dove, nonostante tutto, questo partito di autentici fuorilegge e banditi continua a vincere le elezioni con maggioranza assoluta.
Una vergogna inimmaginabile in nessuna nazione minimamente democratica.

E sfortunatamente il caso di Valencia è solo un esempio in più dello stato generale del paese: lì abbiamo il caso indegno dell’Andalusia dominata da decadi dall’altra grande mafia dello stato, lo PSOE, che con i suoi soci del Sindacato e l’appoggio puntuale della Sinistra Unita hanno rubato a piene mani per anni e anni.

il caso della Catalogna con “Convergència i Unió”, un partito di baroni ladri d’élite, tanto per dare un altro esempio. E potremmo continuare così per tutte le comunità autonome o il governo proprio centrale dove le due grandi famiglie politico-criminali del paese, PP e PSOE, si sono dedicate a saccheggiare senza alcuna moderazione.
nonostante siano stati resi pubblici tutti questi casi di corruzione generalizzata, siano state rivelate le implicazioni delle alte sfere finanziarie e industriali con il tacito consenso del potere giuridico, la dimostrazione che in forma attiva o passiva riguarda il Sistema in tutti gli ambiti e si rende impossibile la creazione di un futuro sano per il paese, nonostante tutto ciò, la risposta della popolazione è stata… non fare niente.

La cittadinanza ha risposto al massimo con “l’esercitare il legittimo diritto di manifestazione”, un’attività molto simile a quella che fa la massa quando la sua squadra di calcio vince una competizione ed esce per strada a celebrarla.  Nessuno ha fatto niente di effettivo per cambiare le cose, salvo un piccolo spuntino.

Nel caso della corruzione venuta alla luce in Spagna e l’inesistente reazione della popolazione, è un solo esempio tra i tanti nel mondo. Adesso riportiamo il caso dello sport di massa, sotto pressione per il sospetto di corruzione, di manipolazione di dopaggio e per la molto probabile adulterazione di tutte le competizioni sotto il controllo commerciale delle grandi marche…nonostante questo, continuano ad apparire in televisione con un seguito sempre più numeroso.
Tutto ciò si impoverisce davanti alla gravità delle rivelazioni di Edward Snowden  e confermate dai governi in causa che ci hanno detto in faccia alla luce di riflettori che tutte le nostre telefonate , le attività sui social networks, il nostro navigare in Internet è controllato e che ci stiamo dirigendo inesorabilmente verso l’incubo del Grande Fratello vaticinato da George Orwell nel “1984“.

E la cosa più allucinante è che “una volta filtrate” queste informazioni, nessuno si è preoccupato di ribatterle. Tutti i mezzi di comunicazione, i poteri politici e le grandi imprese di Internet implicate nello scandalo, hanno confermato pubblicamente come un qualcosa di reale e indiscutibile questo stato di sorveglianza. L’unica cosa che hanno promesso, in maniera poco convincente e a mezza bocca che non continueranno a farlo…e si sono permessi anche di darci alcuni dettagli tecnici!

E quale è stata la risposta della popolazione mondiale quando è stata rivelata questa verità? Quale è stata la reazione generale di fronte a queste rivelazioni?

Tutti continuano ad essere assorbiti dal loro smartphone, continuano a rotolarsi nel dolce fango dei social network e continuano a navigare nelle acque infestate di Internet senza muovere nemmeno una falange di un dito… A cosa serve, allora, dire la verità?

Nel caso ipotetico che Edward Snowden o Julian Assange siano personaggi reali e non creazioni mediatiche con una missione segreta, a cosa sarebbe servito il loro sacrificio?

  • Che utilità ha accedere all’informazione e rivelare la verità se non provoca nessun cambiamento, alterazione, trasformazione?
  • A che serve conoscere in forma esplicita e documentata il fatto chel’energia nucleare può solo portare disgrazie come dimostrato dai terribili incidenti di Chernobyl e Fukushima, se queste rivelazioni non provocano nessun effetto?
  • A cosa serve sapere che le banche sono enti criminali dediti al saccheggio di massa, se continuiamo a utilizzarle?
  • A cosa serve sapere che il mangiare è adulterato e contaminato da ogni tipo di prodotti tossici, cancerogeni o transgenici, se continuiamo a mangiarli?
  • A cosa serve sapere la verità su qualsiasi fatto importante se non reagiamo per quanto gravi siano le sue implicazioni.

Non inganniamoci da soli per quanto sia duro accettare tutto questo. Affrontiamo la realtà così com’è… Nella società attuale, conoscere la verità non significa nulla

Informare sui fatti che veramente succedono, non ha nessuna reale utilità; anzi la maggior parte della popolazione è arrivata a un livello tale di degradazione psicologica che come dimostreremo, la rivelazione della verità e accedere all’informazione, rafforzano ancora di più la loro incapacità di risposta e l’inerzia mentale.

La grande domanda è: perchè? Che cosa ha portato tutti noi a quest’apatia generale?

E la risposta, come succede sempre quando ci rivolgiamo domande di questo tipo, è tra le più inquietanti. Ed è in relazione con il condizionamento psicologico cui è sottoposto l’individuo della società attuale. I meccanismi che disattivano la nostra risposta quando accediamo alla verità per quanto scandalosa possa essere, sono semplici ed effettivi. E sono nella nostra vita quotidiana.

Tutto si basa su un eccesso d’informazione.

E’ un bombardamento degli stimoli così esagerato che provoca una catena di avvenimenti logici che finiscono con lo sfociare in un’effettiva mancanza di risposta: in pura apatia.

E per lottare contro questo fenomeno è bene conoscere come si sviluppa il processo…

COME SI SVILUPPA IL PROCESSO?

Per prima cosa dobbiamo capire che questo stimolo sensoriale che riceviamo è carico d’informazioni.

Il nostro corpo è predisposto alla percezione e alla lavorazione di stimoli sensoriali, ma la chiave del tema sta nella percezione di carattere linguistico dell’informazione, per linguistico sta a indicare ogni sistema organizzato con il fine di codificare e trasmettere informazione di ogni tipo.

Per esempio, ascoltare una frase o leggerla comporta la sua entrata nel nostro cervello a livello linguistico. Ma lo stesso avviene quando guardiamo il logo di un’impresa, l’ascolto delle note musicali di una canzone, guardare un segnale del traffico o udire la sirena dell’ambulanza, tanto per darvi alcuni esempi.

Oggi, una persona è sottoposta a migliaia di stimoli linguistici di questo tipo solo durante un giorno; molti li percepiscono in forma cosciente, ma la grande maggioranza in forma non cosciente che deve essere elaborata dal nostro cervello.

Potremmo dividere il processo di captare ed elaborare questa informazione in tre fasi:

  1.       percezione
  2.      valorizzazione
  3.      risposta

Percezione.

Indubbiamente, in tutta la storia dell’umanità, apparteniamo alla generazione che ha la capacità più grande di elaborare informazioni a livello celebrale, con potere di differenziare soprattutto a livello visivo e auditivo.

Man mano che nascono e crescono nuove generazioni acquisiscono una maggiore velocità di percezione dell’informazione. Una dimostrazione di quanto affermato la ritroviamo nel cinema.

Guardate un vecchio film western di John Wayne, una scena qualsiasi di azione per esempio una sparatoria. E poi guardate una scena di sparatoria o di inseguimento di macchine di un film odierno. Una qualsiasi scena d’azione di un film attuale è piena di successioni rapidissime di primi piani di breve durata.

Solo in 3 o 4 secondi si vedranno diverse figure:il volto del protagonista che guida, quella del compagno che grida, la mano sul cambio della macchina, il piede che spinge il pedale, la macchina che schiva un pedone, l’inseguitore che slitta, il cattivo che afferra la pistola, che spara dal finestrino, ecc… e ogni primo piano sarà durato al massimo una decina di secondi.

Le immagini si succedono a tutta velocità come gli spari di una mitragliatrice. Eppure siete in grado di vederle tutte e di elaborare il messaggio che contengono.Adesso rivedete il film di John Wayne. Non troverete successioni di scene a ritmo di mitragliatrice, ma successioni di scene dalla durata più lunga e con un campo visivo più ampio. Probabilmente uno spettatore dell’epoca di John Wayne si sarebbe sentito male vedendo un film attuale poiché non era abituato a elaborare tanta informazione visiva a tale velocità.  Questo è un semplice esempio del bombardamento di informazioni cui è sottoposto il cervello di ognuno di noi oggi rispetto a quello di una persona di cinquant’anni fa.
Aggiungeteci tutte le fonti di informazioni che ci circondano, come la televisione, la radio, la musica, l’onnipresente pubblicità, i segnali del traffico, i diversi tipi di abbigliamento che indossano le persone che incrociamo per la strada e che rappresentano ognuna di loro, un codice linguistico per il tuo cervello, l’informazione che vedete sul cellulare, sul tablet, in internet e inoltre i vostri impegni sociali, le fatture, le preoccupazioni e i desideri che hanno programmato tu avessi, ecc. ecc.  …

Si tratta di un’autentica inondazione di informazione che il vostro cervello deve elaborare continuamente. Tutto questo con un cervello della stessa misura e capacità di quello spettatore dei western di John Wayne di cinquant’anni fa.

Per quanto ne sappiamo, sembra che il nostro cervello abbia la capacità sufficiente per percepire tali volumi di informazione e comprendere il messaggio associato a questi stimoli.

Il problema quindi non sta lì. Infatti, sembra che il nostro cervello ne goda poiché ci siamo trasformati in tossicodipendenti degli stimoli.

Il problema sembra risiedere nella fase che segue.

Noi ci scontriamo con i nostri limiti quando dobbiamo valutare l’informazione ricevuta, cioè quando arriva l’ora di giudicare e analizzare le implicazioni che comporta.

Questo succede perché non abbiamo il tempo materiale per fare una valutazione profonda di quell’informazione.

Prima che la nostra mente, da sola e con i criteri chele sono propri, possa giudicare in maniera più o meno profonda l’informazione che riceviamo, siamo bombardati da un’ondata di stimoli che ci distraggono e inondano la nostra mente.

E per questa ragione che non arriviamo a valutare nella giusta misura l’informazione che riceviamo per quanto importanti siano le implicazioni che comporta.

Per capire meglio tutto questo, utilizzeremo un’analogia sotto forma di una piccola storia.

Immaginiamo una persona molto introversa che passa la maggior parte del suo tempo rinchiusa in casa. Praticamente non ha amici e non intavola relazioni sociali di nessun tipo.

Supponiamo adesso che questa persona vada al supermercato a comprare una bottiglia di latte e quando va a pagare gli cade per terra e la rompe causando grande scompiglio e macchiandosi i vestiti sotto gli occhi di tutti e della cassiera.

Quando questa persona torna a casa, isolata com’è e senza uno stimolo sociale, darà probabilmente un gran valore a quanto avvenuto al supermercato.

Si domanderà perché gli è caduto il latte e quale movimento falso abbia fatto perché questo avvenisse; si domanderà se la colpa fosse sua, o della bottiglia che era troppo spigolosa; nella sua testa analizzerà lo sguardo della cassiera e i gesti e i commenti di ogni cliente; osserverà anche le macchie sui vestiti e tenterà di indovinare ciò che hanno pensato gli altri di lui.

Si sentirà ridicola e giudicherà quel fatto meramente aneddotico molto più importante di quanto lo sia stato in realtà. Solo perché quella situazione ridicola al supermercato sarà il grande avvenimento del giorno o della settimana. E forse non lo dimenticherà mai per tutta la vita.

Adesso sostituiamo la persona introversa e senza relazioni con un modello opposto.

Una persona estroversa che passa tutto il giorno circondata da una gran quantità di persone e di fatti, interagendo freneticamente con clienti e compagni di lavoro, che parla al telefono, organizza incontri, compra, vende, fa riunioni, ride, si arrabbia e termina la giornata bevendo un bicchiere con gli amici.

Supponiamo che questa persona va a comprare il latte e anche a lei cade la bottiglia causando un gran scompiglio e macchiandosi i vestiti.

La sua valutazione dell’accaduto sarà solo aneddotica poiché rappresenta un evento in più tra tutti quelli a carattere sociale che sperimenta durante la giornata. E in poche ore se ne sarà dimenticata.

Una persona della società attuale, assomiglia molto al secondo modello, sottoposta a una grande quantità di stimoli sensoriali, sociali e linguistici.

Per noi, ogni informazione ricevuta è rapidamente digerita e dimenticata, portata via dalla corrente incessante dell’informazione che entra nel nostro cervello come un torrente.

Perché viviamo immersi nella cultura del “twit”, un mondo dove ogni riflessione su un evento dura 140 caratteri. E questa è la profondità massima cui arriva la nostra capacità di analisi.

E’ per questa ragione, per la nostra impotenza di valutare e giudicare da soli il volume di informazione al quale siamo sottoposti, che l’informazione che ci è trasmessa, porta incorporata l’opinione che dobbiamo averne, cioè quello che dovremmo pensare dopo aver realizzato una valutazione approfondita dei fatti, cioè chi emette l’informazione risparmia al ricevente lo sforzo di dover pensare.

Questo è il procedimento che utilizzano i grandi mezzi di comunicazione e in un mondo di individui autenticamente pensanti sarebbe tacciato di manipolazione e lavaggio del cervello.

La televisione è un esempio lampanteL’esempio degli onnipresenti incontri politicidove gli ospiti sono presentati come “opinionisti”. La loro funzione è generare l’opinione che noi dovremmo costruire da soli.

Così il bombardamento di informazione continuo e incessante nel nostro cervello ci impedisce di giudicare adeguatamente il valore dei fatti, con un criterio nostro. Ci toglie il tempo che dovremmo avere per soppesare le conseguenze di un avvenimento e lo frammenta in pezzettini da 140 caratteri e lo trasforma in un giudizio breve e superficiale.

Risposta.
Una volta che la valorizzazione personale dei fatti è ridotta alla minima espressione, entriamo nella fase decisiva del processo, quella che è priva della nostra risposta.

Qui entrano in gioco le emozioni e i sentimenti, il motore di ogni risposta e azione.Frammentando e riducendo il nostro tempo, riduciamo la carica emotiva che associamo all’informazione.

Osserviamo le nostre reazioni: possiamo indignarci molto nel vedere una notizia in un notiziario, per esempio lo sgombero forzato di una famiglia senza mezzi, ma dopo pochi secondi siamo bombardati da un’informazione diversa che porta verso un’altra emozione superficiale e diversa che ci fa dimenticare la precedente.

Per esprimere questo in forma grafica e chiara: la nostra capacità di giudizio e di analisi è pari a un “tweet”, la nostra risposta emotiva è pari a un emoticon.

E qui sta la chiave.

Qui rimane disattivata la nostra possibile risposta. Per capire meglio, torniamo all’analogia della persona introversa ed estroversa che rompeva la bottiglia di latte al supermercato.

La persona introversa chiuse nel suo mondo che ha dato un valore più profondo ai fatti avvenuti al supermercato continuerà a rimuginarci sopra più volte.

Non dimenticherà facilmente le emozioni legate al ridicolo che ha provato in quel momento e con molta probabilità esporre continuamente le proprie emozioni finirà con provare un certo imbarazzo solo a ripensarci.

E’ possibile che non torni per un certo periodo a fare spesa in quel supermercato, anche se implica il fatto di dover andare più lontano a comprare il latte; arriverà anche a provare repulsione per il luogo e le persone che l’hanno reso ridicolo.

L’energia emotiva che ha messo su questo fatto concreto diventerà una reazione effettiva per il fatto. Invece, la persona estroversa tornerà al supermercato senza nessun problema poiché mentalmente quanto accaduto, non ha rilevanza emotiva; tuttalpiù arrossirà al vedere la cassiera o qualche cliente. La persona estroversa non intraprenderà azioni effettive e tangibili che derivano dal fatto della bottiglia di latte.

Oltre le valutazioni fatte su questi personaggi inventati, questi esempi ci servono per dimostrare che il bombardamento incessante dell’informazione cui siamo sottoposti finisce con lo sfociare in una frammentazione della nostra energia emotiva e perciò finiamo col dare una risposta superficiale o nulla.

E’ una risposta che per il momento in cui viviamo intuiamo che dovrebbe essere molto più contundente eppure non arriviamo a darla perché ci manca l’energia sufficiente per farlo. E tutti guardiamo disperati gli altri e ci domandiamo:  “Perché non reagiscono? Perché non reagisco?”

E questa impotenza alla fine diventa una sensazione di frustrazione e di apatia generale. Questa sembra essere la ragione per cui non avviene una Rivoluzione quando per la logica dei fatti dovrebbe essere già scoppiata. Si tratta quindi di un fenomeno psicologico. Questo è il meccanismo di base che interrompe ogni risposta della popolazione davanti ai continui abusi che riceve.

E’ la base sulla quale si poggiano tutte le manipolazioni mentali cui ci sottopongono oggi E’ il meccanismo psicologico che rende la popolazione docile e sottomessa.

Potremo riassumere il tutto così:

L’eccessivo bombardamento di informazioni ci impedisce di avere il tempo necessario per dare il giusto valore a ogni informazione ricevuta e, di conseguenza, associarla a una carica emotiva sufficiente per generare una reazione effettiva e reale.

COSPIRAZIONE O FENOMENO SOCIALE?

Non ha importanza se tutto questo fa parte di una grande cospirazione atta a controllarci o se siamo arrivati a questo punto per via dell’evoluzione della società, perché le conseguenze sono esattamente le stesse:

i più potenti faranno il possibile per mantenere attivi questi meccanismi e fomenteranno anche il suo sviluppo secondo le loro potenzialità solo perché ne ricevono benefici.

Rivelare la verità, in effetti, favorisce questi meccanismi.

Ai più potenti non importa mostrarsi come sono o svelare i propri segreti per quanto sporchi e oscuri siano. Rivelare queste verità occulte contribuisce in gran parte all’aumento del volume di informazione con il quale siamo bombardati.

Ogni segreto portato alla luce produce nuove ondate di informazioni che possono essere manipolate e rese tossiche con l’aggiunta di dati falsi, contribuendo così alla confusione e al caos dell’informazione e da qui arrivano nuove ondate secondarie di informazioni che ci stordiscono ancora di più e ci fanno sprofondare di più nell’apatia.

Se combattiamo quest’apatia, frutto della poca energia emotiva con cui cerchiamo di rispondere, con le tremende difficoltà che il sistema ci mette davanti quando è il momento di punire i responsabili, si generano nuove ondate di frustrazione sempre più forti che ci portano passo dopo passo alla resa definitiva e alla totale sottomissione.

Non ponetevi nessun dubbio: alle persone che ostentano il potere interessa bombardarvi con enormi volumi di informazioni il più superficiali possibili; perché una volta instaurata questa forma di interagire con l’informazione ricevuta, tutti noi ci trasformeremo in persone dipendenti da questo incessante scambio di dati.
l bombardamento di stimoli è una droga per il nostro cervello che ha bisogno di sempre più velocità per lo scambio di informazioni ed esige meno tempo per poterle vagliare.

Succede a tutti noi: ci costa sempre più fatica leggere un lungo articolo pieno di informazioni strutturate e ragionate. Abbiamo l’esigenza che sia stringato, più veloce, che si legga in una sola riga e che si possa ingerire come una pasticca e non come un lauto pranzo.

Il nostro cervello si è trasformato in un tossicodipendente da informazione rapida, in un drogato avido di continui dati da ingerire pensati e analizzati da un altro cervello in modo che noi non dobbiamo fare lo sforzo di fabbricare una nostra opinione complessa e contraddittoria.

Il fatto è che noi odiamo il dubbio perché ci obbliga a pensare. Non vogliamo farci domande. Vogliamo solo risposte rapide e facili. Siamo e vogliamo essere antenne riceventi e replicanti di informazioni come meri specchi che riflettono immagini esterne. Gli specchi però sono piani e non hanno vita propria, tutto quello che riflettono viene da fuori.

L’essere umano a gran velocità si sta dirigendo verso quello stato di fatto. Lo permetteremo?

CONCLUSIONE

Tutto quanto è stato scritto, forse non lo avreste voluto ascoltare. E’ poco stimolante ed è qualcosa di complicato e farraginoso, ma le complesse realtà non possono essere ridotte in un titolo ingegnoso di tweet.

Per intraprendere una profonda trasformazione del mondo, per iniziare un’autentica Rivoluzione che cambi tutto e ci porti verso una migliore realtà, dovremmo discendere nelle profondità della nostra psiche, fino alla sala macchine, dove si muovono tutti i meccanismi che determinano le nostre azioni e i nostri movimenti.

E’ lì che si risolve l’autentica guerra per il futuro dell’umanità.

Nessuno ci salverà facendo da un pulpito dei proclami brillanti e delle promesse per una società più giusta ed equa. Nessuno ci salverà raccontandoci una verità presunta o rivelandoci i segreti più oscuri dei poteri occulti.

Come abbiamo visto, l’informazione e la verità non sono importanti perché i nostri meccanismi di risposta sono invariati. Dobbiamo scendere fino a loro e ripararli; e per fare ciò dobbiamo sapere come funzionano. E non sarà necessario fare un complesso corso di psicologia: osserviamo con attenzione e ragioniamo da soli e potremo raggiungere il risultato.

Non si tratta di qualcosa di esoterico o basato su strane credenze dal carattere Mistico, Religioso o New Age. E’ pura logica: non c’è rivoluzione possibile senza una profonda trasformazione della nostra psiche a livello individuale perché la nostra Mente è programmata dal Sistema.

Per cambiare quindi il Sistema che ci imprigiona, prima lo dobbiamo disinstallare dalla nostra mente.

Lo faremo?

Terzo settore, così si privatizza la solidarietà


Il 27 maggio scorso la riforma del Terzo Settore è diventata legge. C’è il rischio di una riduzione del welfare pubblico e del terzo settore alle logiche del mercato

“Signor Presidente, signori del governo, colleghi e colleghe,

Il testo della legge delega sul terzo settore torna in terza lettura alla Camera con molti cambiamenti: alcuni sono dei miglioramenti, ma anche un pesante peggioramento che dà un ulteriore segno negativo alla legge.

I miglioramenti che vogliamo evidenziare riguardano la valorizzazione del ruolo del volontariato e dei volontari, che la prima lettura qui alla Camera aveva clamorosamente dimenticato. C’è stata una vigorosa protesta delle organizzazioni di volontariato e anche una chiara denuncia del nostro gruppo parlamentare e tutto questo ha convinto i senatori a cambiare la versione iniziale del testo, o meglio ad integrarlo, visto che c’era una forte sottovalutazione del ruolo volontariato nella legge.

Un altro miglioramento riguarda la parte sul servizio civile. Torna il riferimento per il servizio civile alla difesa non armata, che la prima lettura aveva espunto all’improvviso e senza spiegazione. Gli stranieri con il permesso di soggiorno potranno svolgere il servizio civile. Anche qui le associazioni pacifiste e molte del servizio civile avevano decisamente protestato. E c’è un riferimento più chiaro, esplicito, al ruolo della Consulta nazionale degli enti di servizio civile, anche se le funzioni dell’organismo appaiono limitate e parziali. La parte sul servizio civile universale è forse la cosa migliore della legge e per questo la sosteniamo con convinzione.

Altri limitati miglioramenti riguardano i riferimenti ai diritti e al trattamento dei lavoratori e alcuni punti dell’articolo sulle imprese sociali, in particolare la specificazione per la ripartizione degli utili per le imprese sociali alle stesse modalità vigenti per le cooperative a mutualità prevalente.

E poi ci sono alcuni peggioramenti.

Ce n’è uno grosso come una casa.

Ed è quello dell’introduzione di un articolo di legge, il 10, che prevede la costituzione della Fondazione Italia Sociale.

Una totale forzatura rispetto alla prima lettura (questa disposizione non c’era) che – a parte l’evidente sudditanza ai desideri di un finanziere amico del premier che risponde al nome di Vincenzo Manes – illumina bene la filosofia del provvedimento.

Allo schiacciamento del terzo settore su una tradizionalissima logica d’impresa (presente nell’articolo 6 del testo) fa il paio l’introduzione (con l’articolo 10) di una sorta di privatizzazione della solidarietà controllata dallo Stato. Una specie di mostro giuridico. Si istituisce per legge una fondazione di diritto privato, che però ha ovviamente solide radici pubblicistiche e che deve raccogliere soldi dei privati.

Invece di lasciare in pace ed aiutare le organizzazioni di terzo settore a raccogliere i soldi per le loro cause umanitarie, con la Fondazione Italia Sociale si introduce la concorrenza sleale a danno del terzo settore, ma a favore del fund raising di Stato.

Sotto una scolorita vernice di sussidiarietà questa fondazione ha un impianto statalista il cui unico scopo è la privatizzazione della solidarietà.

Ha giustamente sottolineato il portavoce del Forum del terzo settore, Pietro Barbieri, che questa fondazione fa trasparire “una tendenza al dirigismo, un’impostazione fortemente accentratrice”.

E la senatrice del PD Cecilia Guerra ha paventato il rischio che “questa fondazione possa diventare un nuovo centro di potere e di interessi”. Siamo d’accordo.

Manes ha paragonato la fondazione all’IRI, un’IRI del sociale. Per favore lasciamo in pace la storia e le cose serie e non scambiamole con gli autobus legislativi per conquistarsi un posto al sole, magari da presidente della fondazione.

In un’intervista al settimanale VITA di sei mesi fa, Manes ha detto che lavorare nel Social Business è molto d’Appeal e che la sua idea forte è l’One for Italy, per raccogliere Grant ma anche il Crowfunding con il Giving Day per il quale ha in mente il Pay Off, naturalmente per favorire il mercato dell’Impact Investing.

Ok Mister Manes, lei si dedichi pure alla City, ma lasci in pace il terzo settore italiano.

Questo articolo di legge è stato salutato con entusiasmo da alcune fondazioni, come la Fondazione Humana, che hanno in mente una sola cosa: togliere il più possibile funzioni, risorse e capacità di indirizzo ai poteri pubblici, privatizzare il welfare, ridurre i diritti a bisogni, i cittadini in clienti, i servizi sociali in mercati sociali.

Qui non c’entra nulla la sussidiarietà.

Noi siamo a favore della sussidiarietà. I cittadini e le loro organizzazioni devono essere sostenute e valorizzate nella realizzazione del bene comune e dell’interesse generale. L’interesse pubblico non va confuso con la gestione statale. Siamo d’accordo.

Ma la sussidiarietà è uno strumento per raggiungere il bene comune e l’interesse generale, non il cavallo di Troia per far fare profitti alle imprese.

L’articolo 118 della Costituzione dice “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Questa è la nostra bussola. Ma che c’entra il social business dei finanzieri renziani?

La Rerum Novarum fonda il principio di sussidiarietà, rivendica il ruolo primario delle persone e dei corpi sociali nella realizzazione del bene comune.

Ma quella enciclica bisogna leggerla tutta.

Leone XIII ricorda che è “dovere dello stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai” (27) e aggiunge “provvedere al bene comune è ufficio e competenza dello stato” (26).

Si parte cioè dal bene comune e dentro quella che può essere una sussidiarietà circolare, società civile e stato concorrono -senza antagonismi ma con cooperazione- per la sua realizzazione.

Ora, questa legge di sussidiarietà ha poco, a partire dal titolo: riforma del terzo settore, come se si potessero riformare e disciplinare i corpi intermedi. Non si tratta di riformare il terzo settore, ma i rapporti tra terzo settore e pubblica amministrazione.

La parte sull’impresa sociale di questa legge non ha niente a che fare con la sussidiarietà, ma solo con la riduzione del welfare pubblico e del terzo settore ad una logica di mercato.

Quasi 20 anni fa il rapporto della John Hopkins University di Baltimora -una ricerca comparata sul settore non profit, per molti anni una bibbia per il mondo del terzo settore- concludeva il suo studio mettendo in guardia il settore non profit da due rischi che già allora si intravedevano: quello del parastato e quello del paramercato (business).

Sono i rischi che questa legge invece di arginare, rischia di favorire.

A noi un terzo settore parastatale o business, anche se social, non piace.
E per fortuna gran parte del terzo settore non è così.

Ma l’impostazione di questo provvedimento che soggiace agli articoli 6 e 10 (impresa sociale e Fondazione) risponde ad una filosofia sbagliata: toglie autonomia al terzo settore, rischia di snaturarlo, di renderlo subalterno, di trasformarlo in uno strumento della privatizzazione del welfare.

Noi stiamo dalla parte del terzo settore che vuole rimanere autonomo, continuare ad esercitare una funzione critica, ad esprimere un ruolo di denuncia.

Noi stiamo dalla parte di chi nel terzo settore rifiuta la cooptazione subalterna e vuole continuare ad giocare un ruolo critico, attivo, consapevole.

Noi stiamo dalla parte del terzo settore che vuole cambiare le cose.

Più di 25 anni fa il fondatore del MOVI (Movimento di Volontariato Italiano) e della Fondazione italiana per il volontariato, Luciano Tavazza, diceva:

il volontariato, rifiuta di fare ciò che la Costituzione affida allo Stato… la sostituzione del servizio pubblico che fa magari ricca l’associazione e lascia frustrati i volontari. Suo compito non è la supplenza a ciò che non funziona, offrire alibi ad amministratori incapaci… è veramente solidale se assume dimensione politica, cioè forza di pressione realizzata con mezzi nonviolenti, ma non per questo meno efficaci, per il cambiamento. Un soggetto… non meramente caritativo, autonomo e non collaterale, liberatorio e non solo riparatorio

Tanta acqua è passata sotto i ponti, ma a noi quelle parole continuano a piacere. Ci continuano a piacere le parole di Don Luigi Ciotti quando ricorda che il terzo settore deve avere un ruolo di denuncia e di ricerca di giustizia, ci continuano a piacere le parole di Papa Francesco quando di fronte agli aderenti di Comunione e liberazione nel marzo del 2015 arriva a dire: “non diventate meri impresari di una ONG”.

Il terzo settore senza impronta etica, senza la denuncia sociale, senza ruolo liberatorio, senza autonomia non è più terzo settore: diventa bricolage imprenditoriale del sociale, gamba residuale di uno stato sociale in crisi, gadget mediatico e strumento di marketing per il profit.

Continueremo a stare dalla parte del terzo settore che – nella concreta pratica del servizio e della condivisione- vuole cambiare le cose; che continua a dire “così non va”, “no, non ci sto”; che continua a dire che la povertà non può essere tollerata, che la solidarietà viene prima del mercato, che la denuncia delle ingiustizie viene prima del contributo pubblico, che la partecipazione sociale viene prima del business.

Ed è per questo che -pur apprezzando le parti della legge sul volontariato ed il servizio civile- voteremo contro questo provvedimento.

Il testo pubblicato costituisce l’intervento di Giulio Marcon alla Camera, il 27 maggio scorso, prima della votazione sulla legge

Terzo settore, la riforma è legge: ecco cosa prevede


 © Copyright Redattore Sociale

Un registro unico nazionale, un Codice del terzo settore, il riordino della disciplina anche fiscale, un nuovo impulso all’impresa sociale, l’istituzione del servizio civile universale, la nascita del Consiglio nazionale del terzo settore, la Fondazione Italia Sociale. In attesa dei decreti attuativi del governo, ecco i punti principali della legge delega

25 maggio 2016

ROMA – Una norma attesa da decenni, che potrebbe rappresentare un punto di svolta nella vita del mondo del terzo settore, che si prepara ad acquisire un riconoscimento giuridico che fino a oggi gli è mancato. La legge delega votata in via definitiva dalla Camera dei deputati dà mandato al governo di mettere ordine e semplificare l’intero settore, definendone il quadro di azione, armonizzandone le norme con un Codice del terzo settore, prevedendo un unico Registro nazionale, rivedendo la normativa sull’impresa sociale, istituendo il servizio civile universale (aperto anche agli stranieri regolarmente soggiornanti). Sarà il governo, che avrà un anno di tempo dalla data di entrata in vigore, a dare attuazione effettiva a questi principi attraverso i decreti legislativi delegati. Ci sarà spazio, quindi, fino al giugno 2017.

UNA SOLA FAMIGLIA. I soggetti del terzo settore diventano parte di una stessa famiglia. E’ previsto che con Terzo settore si intende il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale, mediante forme di azione volontaria e gratuita, di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi.

SEMPLIFICAZIONE. L’obiettivo dei decreti del governo sarà una drastica semplificazione, cominciando da una definizione civilista uniforme fino a un disboscamento delle tante norme in materia fiscale che si sono moltiplicate nel corso degli anni. Con la scelta di prevedere vantaggi fiscali solamente per alcune realtà giudicate meritevoli.

RIFORMA CODICE CIVILE. Viene dato mandato al governo di rivedere e semplificare il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica, definire le informazioni obbligatorie da inserire negli statuti e negli atti costitutivi, prevedere obblighi di trasparenza e di informazione, anche verso i terzi, attraverso forme di pubblicità dei bilanci e degli altri atti fondamentali dell’ente.

CODICE DEL TERZO SETTORE. Il governo è chiamato al riordino e alla revisione organica della disciplina vigente sugli enti del Terzo settore con la redazione di un codice per la raccolta e il coordinamento delle disposizioni e con indicazione espressa delle norme abrogate. Andranno individuate poi quelle attività di interesse generale che caratterizzano gli enti del Terzo settore, e il cui svolgimento costituisce requisito per l’accesso alle agevolazioni previste dalla normativa. Previsto anche che nella contabilità siano separate e distinte sulla base della loro finalizzazione alla realizzazione degli scopi istituzionali.

REGISTRO UNICO NAZIONALE DEL TERZO SETTORE. Il governo dovrà riorganizzare il sistema di registrazione degli enti e di tutti gli atti di gestione rilevanti, secondo criteri di semplificazione e tenuto conto delle finalità e delle caratteristiche di specifici elenchi nazionali di settore, attraverso la previsione di un registro unico nazionale del Terzo settore, suddiviso in specifiche sezioni, da istituire presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, favorendone, anche con modalità telematiche, la piena conoscibilità in tutto il territorio nazionale.

VOLONTARIATO. E’ previsto il riordino e la revisione organica della disciplina in materia di attività di volontariato, di promozione sociale e di mutuo soccorso. Parallelamente si prevede uno specifico riconoscimento e una valorizzazione per le organizzazioni di volontariato: in particolare nei decreti delegati andranno valorizzati i princìpi di gratuità, democraticità e partecipazione, e andrà favorita all’interno del Terzo settore “la specificità delle organizzazioni di soli volontari, comprese quelle operanti nella protezione civile, e le tutele dello status di volontario”.

IMPRESA SOCIALE. E’ prevista una revisione delle norme per facilitare e sostenere – secondo la visione del governo – una nuova imprenditoria sociale che si accompagni a quella esistente, prevalentemente di natura cooperativa, in grado di affrontare, con una finalità sociale, risposte ai tanti bisogni che oggi non trovano una risposta appropriata. L’impresa sociale viene fatta rientrare a pieno titolo nel complesso degli enti del terzo settore ed è definita come organizzazione privata che svolge attività d’impresa per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale che destina i propri utili prioritariamente allo svolgimento delle attività statutarie adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti, e favorendo il più ampio coinvolgimento dei dipendenti, degli utenti e di tutti i soggetti interessati alle sue attività. Sono previsti limiti più stringenti rispetto al testo che fu votato alla Camera riguardo alla remunerazione del capitale, la cui soglia coincide con quella prevista per le cooperative a mutualità prevalente. Viene escluso che la remunerazione possa essere applicata ai soggetti del libro I del codice civile.

CENTRI SERVIZI VOLONTARIATO. Si prevede la revisione del sistema dei Csv con una ridefinizione dei compiti a loro attribuiti, anche in riferimento alla loro governance e al principio, che viene affermato, della cosiddetta “porta aperta“, che garantisce maggiore democraticità. I Csv (che forniscono supporto tecnico, formativo e informativo per promuovere il ruolo dei volontari nei diversi enti del Terzo settore) vengono finanziati stabilmente con le risorse della legge 266/1991 (prevista contabilità separata per altre risorse). Previsto il libero ingresso nella base sociale e criteri democratici per il funzionamento dell’organo assembleare, con l’attribuzione della maggioranza assoluta dei voti nell’assemblea alle organizzazioni di volontariato. Sarà il governo a definire le forme di incompatibilità per i soggetti titolari di ruoli di direzione o di rappresentanza esterna. I Csv non potranno procedere a erogazioni dirette in denaro o a cessioni a titolo gratuito di beni mobili o immobili a beneficio degli enti del Terzo settore.

TRASPARENZA E CONTROLLI. Il sistema di verifica non prevede alcuna istituzione di una nuova Authority ma affida i compiti più importanti in tal senso al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Esso, nelle sue varie deliberazioni, dovrà avvalersi dell’aiuto di un nuovo organismo, il “Consiglio nazionale del Terzo settore” descritto come “organismo unitario di consultazione degli enti di Terzo settore a livello nazionale”. Tutti i termini e le modalità per il concreto esercizio della vigilanza, del monitoraggio e del controllo dovranno essere definiti in un decreto del Ministero del Lavoro da adottarsi entro 60 giorni dall’entrata in vigore dei decreti delegati. Il ddl introduce anche per le associazioni e le fondazioni che svolgono attività di impresa con fatturati che andranno definiti, obblighi di trasparenza e di tenuta di bilancio e di informazione a terzi in base ai requisiti del libro V del codice civile. Per evitare lavoro nero e dumping si stabilisce che per partecipare agli appalti pubblici dovranno essere garantite ai lavoratori condizioni non inferiori a quelle dei contratti collettivi nazionali di lavoro.

SERVIZIO CIVILE. Nascerà il “servizio civile universale”, primo passo per arrivare all’obiettivo fissato dal governo di 100 mila volontari l’anno. Dopo lungo argomentare nel testo c’è il riferimento alla “difesa armata della patria e alla promozione dei valori fondativi della Repubblica” mentre fra i giovani che potranno partecipare ai progetti sono previsti anche gli stranieri regolarmente soggiornanti. Il servizio civile riguarderà giovani dai 18 ai 28 anni, italiani e stranieri regolarmente soggiornanti, che saranno ammessi al servizio tramite bando pubblico. Quanto alle competenze, viene esplicitamente attribuita allo Stato la “funzione di programmazione, organizzazione, accreditamento e controllo del servizio civile universale”, prevedendo la “realizzazione, con il coinvolgimento delle Regioni, dei programmi da parte di enti locali, altri enti pubblici territoriali ed enti di Terzo settore”. Viene però data la “possibilità per le Regioni, gli enti locali, gli altri enti pubblici territoriali e gli enti di Terzo settore di attivare autonomamente progetti di servizio civile con risorse proprie, da realizzare presso soggetti accreditati”. Prevista attenzione alla trasparenza delle procedure di gestione e alla valutazione dell’attività svolta dagli enti accreditati, che dovrà riguardare anche i contributi erogati dal Fondo per il servizio civile. Viene stabilito anche che il governo dovrà procedere al “riordino e revisione della Consulta nazionale per il Servizio civile universale”, presentata come “organismo di consultazione, riferimento e confronto per l’Amministrazione, sulla base del principio di rappresentatività tra tutti gli enti accreditati, anche con riferimento alla territorialità e alla rilevanza per ciascun settore di intervento”.

NASCE IL CONSIGLIO NAZIONALE DEL TERZO SETTORE. Si avrà il superamento del sistema degli Osservatori nazionali per il volontariato e per l’associazionismo di promozione sociale, con l’istituzione del Consiglio nazionale del Terzo settore, presentato come “organismo unitario di consultazione degli enti del Terzo settore a livello nazionale”. La sua composizione dovrà valorizzare il ruolo delle reti associative di secondo livello.

FISCO.  Il ddl prevede la revisione complessiva della definizione di ente non commerciale ai fini fiscali, legando tale definizione alle finalità di interesse generale perseguite dall’ente. Si prospetta dunque l’introduzione di un regime tributario di vantaggio che tenga conto delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale dell’ente, del divieto di ripartizione, anche in forma indiretta, degli utili o degli avanzi di gestione e dell’impatto sociale delle attività svolte dall’ente. Il senso è dunque quello di superare la “giungla” di norme fiscali attualmente in vigore e di mettere in piedi un sistema che premi – con vantaggi fiscali – solamente quelle realtà che effettivamente svolgono attività di utilità sociale. Prevista anche la riforma strutturale del cinque per mille.

FONDI ROTATIVI. Previsto un Fondo per sostenere lo svolgimento di attività di interesse generale con il finanziamento di iniziative e progetti promossi da organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e fondazioni comprese tra gli enti del Terzo settore. Per l’anno 2016 la dotazione della sezione a carattere rotativo è di 10 milioni di euro mentre per la sezione a carattere non rotativo ci prevedono 7,3 milioni di euro. Da ricordare che nel luglio scorso con decreto del Ministero dello sviluppo economico è stato già istituito un altro fondo di garanzia rotativo per sostenere gli investimenti delle cooperative e delle imprese sociali.

FONDAZIONE ITALIA SOCIALE. Il ddl istituisce inoltre la Fondazione Italia sociale, con lo scopo di sostenere la realizzazione e lo sviluppo di interventi innovativi, mediante l’apporto di adeguate risorse finanziarie (che nelle intenzioni del governo arriveranno soprattutto dai privati). In attesa dei privati, però, si parte con un contributo pubblico di un milione di euro.

RISORSE. Nel ddl approvato ci sono i 17 milioni per il Fondo rotativo per organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale. Già attivo invece il Fondo per finanziamenti agevolati ad imprese e cooperative sociali grazie alla delibera CIPE che ha stanziato 200 milioni di euro. Nella legge di stabilità erano già stati approvati 140 milioni di euro per la piena applicazione della riforma nel 2016 e 190 milioni negli anni 2017 e 2018. Da ricordare anche che la riforma strutturale del cinque per mille può contare su 500 milioni annui. (ska)

ROMA: SULLA DELIBERA AEC APPROVATA IN CONSIGLIO COMUNALE


campidoglio

Sono note a tutti le difficoltà vissute attualmente dalla Giunta Comunale di Roma. Anche senza assolvere completamente il sindaco e il suo staff, non si può negare che molto rinvia alle colpe dei predecessori, che hanno speculato e sfruttato vergognosamente le mille risorse di questa città portandola sull’ orlo del commissariamento.  Ma nell’esecutivo di questa città, così come nell’Assemblea Capitolina, non mancano persone sensibili ai più gravi problemi che attanagliano la nostra metropoli, con particolare riguardo allo stato in cui versano i servizi sociali ed alle svantaggiate condizioni di chi lavora nel campo dell’assistenza al prossimo.
Giovedì scorso, ad esempio,  la politica ha dato un chiaro segno di unità in direzione degli interessi  e delle condizioni delle fasce più deboli della società e del mondo del lavoro:  il Consiglio Comunale ha approvato una delibera che promuove un serio miglioramento delle condizioni di lavoro di noi Assistenti Educativi Culturali (AEC)impegnati, nelle scuole, a garantire un sostegno agli alunni disabili. Molto si deve al gruppo di Sinistra Ecologia Libertà (SEL), che da mesi si muove per far riconoscere i diritti che solitamente ci vengono negati, affiancandosi ad una lotta dal basso cui altri gruppi politici hanno spesso dedicato scarsa attenzione. La delibera, il cui primo impianto si deve proprio a SEL,  ha poi recepito gli emendamenti, in senso migliorativo, proposti da altri partiti politici, sin qui meno interessati alla questione ma finalmente approdati alla consapevolezza della importanza – in certi casi dell’insostituibilità – della figura dell’AEC nelle scuole. Tra i punti qualificanti della delibera: il riconoscimento della nostra figura professionale, l’osservanza  del C.C.N.L. di categoria, un  inquadramento consono alle nostre mansioni, la richiesta di bandi di gara omogenei in tutto il  Comune , l’applicazione di clausole di salvaguardia per la garanzia della continuità lavorativa di tutto il personale AEC, il coinvolgimento delle parti sociali nella  gestione dei servizi ed una più intensa attività di  controllo da parte dall’osservatorio del lavoro.
Ho conosciuto personalmente il capogruppo di SEL Gianluca  Peciola  durante le scorse elezioni municipali e da subito mi ha colpito la sua attenzione alle tematiche sociali, che si è inevitabilmente tradotta nella spinta a sostenere il percorso rivendicartivo degli AEC nel nostro Comune. Del resto, egli in altre fasi è stato interno al campo del sociale, avendo ricoperto in passato ruoli lavorativi come quello dell’assistente domiciliare, altra figura tanto indispensabile quanto sottovalutata e sottoposta a condizioni lavorative non ottimali. Grazie al suo impulso, la Delibera in questione, nei suoi contenuti, risulta permeata da una conoscenza profonda del nostro settore ed è per questo che è sentita dagli operatori stessi come una propria creatura. A ben vedere, però, questo testo deve qualcosa anche ad un nostro collega AEC, rappresentante sindacale della  Cgil: Stefano Sabato, che a fornito un competente contributo alla sua  stesura.
Chi ha avuto modo di seguirci su facebook, nel gruppo assistente educativo culturale, avrà forse notato che, a causa degli ostacoli posti da diversi gruppi politici alla sua approvazione (si pensi al Movimento 5 stelle e in alcune fasi anche al PD),  la  votazione della delibera ha subito diversi rallentamenti , al punto da esser rimandata alla fine delle vacanze. Finalmente, il   10/09/2015 alle 10,30, si è giunti alla votazione. Il risultato è stato soddisfacente e lo stesso Gianluca Peciola,  avuta la parola dal presidente della seduta,  si spendeva in ringraziamenti “rivolti ad operatori e operatrici del settore, al sindacato, alle forze politiche che hanno collaborato al miglioramento del testo”.Egli ha poi continuato il suo discorso sottolineando una volta di più l’importanza del lavoro svolto dagli AEC e chiedendo, in modo pacato ma fermo, un’attuazione celere della Delibera appena approvata.
A questo punto credo sia giusto riportare la dichiarazione che il capogruppo di SEL ha rilasciato al termine della seduta: “Una bella pagina: è una delibera ‘sul sociale che per la prima volta viene elaborata insieme agli operatori AEC senza passare per le ‘centrali coopetative più rispetto per questa figura professionale che sembrava  essere scomparsa dalla mappa dei diritti, una figura professionale così importante per  i bambini e le loro famiglie, per la qualità dei servizi che la scuola offre. E’ importante il fatto che ci sia  un riconoscimento della centralità della figura dell’ AEC, che venga abbandonata la giungla della scomposizione municipio per municipio,(…) che vi sia un’attenzione maggiore da parte dell’osservatorio sul lavoro del comune di Roma. (…) E’ un primo passo, certo,ma se la legge nazionale ci aiutasse noi potremmo anche iniziare a ragionare sul tema dell internalizzazione in quanto il servizio che questa figura offre è un servizio di cui la scuola, la famiglia e i bambini hanno sempre bisogno: quindi andrebbe sottratto al mercato”.
E’ anche per queste condivisibili parole, oltre che per il sostegno che sin qui ci ha dato, che ritengo doveroso ringraziare apertamente, tramite questo blog Gianluca Peciola, a nome mio e di tutti i sostenitori del gruppo facebook “assistente educativo culturale”e del comitato “comitatosocialeAEC”
assistenteeducativoculturale.wordpress.com

Roma, Municipio XIV: un passo avanti per gli AEC (Assistenti Educativi Culturali)


(24 Giugno 2015)battistini_web_d0

I lettori di questo sito hanno già avuto modo di confrontarsi con la condizione degli AEC (Assistenti Educativi Culturali), gli operatori sociali impegnati nel garantire il diritto allo studio ai disabili nelle scuole elementari e medie inferiori. Spesso animati da una forte passione per il proprio lavoro, essi vivono in una situazione di grande incertezza, dovuta sia alle forme contrattuali adottate dalle cooperative per cui lavorano, sia al carattere indefinito delle proprie mansioni, che possono variare sensibilmente da un plesso scolastico all’altro. Complessivamente, si tende a svalutare una figura preziosa, cui si lega tra l’altro quell’opera di mediazione fra l’alunno disabile e il resto della classe che non può esser portata avanti dal solo insegnante di sostegno. A Roma in particolare, nei confronti degli AEC si è adottata una condotta punitiva: con una circolare del 2011, voluta dall’allora Assessore alle Politiche Scolastiche ed Educative Gianluigi De Palo, si è addirittura sancito che, nelle mense scolastiche, non gli possano essere erogati pasti gratuiti. Un provvedimento sconcertante, fondato sull’idea che il vitto sia a carico dei datori di lavoro degli AEC, quelle cooperative che, ovviamente, si guardano bene dall’assumersi quest’onere.
In considerazione di ciò, una collettività di AEC, con un proprio sito internet ed un gruppo fb di riferimento, si sta impegnando affinché i propri più elementari diritti siano riconosciuti. Dal suo impulso, è ad esempio scaturita una significativa mozione approvata, ieri, nel Consiglio del XIV Municipio di Roma, dove è stata presentata dai Consiglieri Fabrizio Modoni, Silvia Ascani ed Elisabetta Papini (tutti di Sinistra Ecologia e Libertà). Il testo affronta questioni importanti che vanno dal diritto al pasto alla necessità di definire un mansionario unico a livello cittadino, sino all’internalizzazione del servizio.
Ad esporre i contenuti della mozione è stato il Consigliere Modoni, che ha ricordato come in questo Municipio – che amministra un’ampia area nel nord ovest della Capitale e che è oggi retto da una Giunta di centrosinistra – già nel 2009 erano state approvate delle linee guida sul servizio in oggetto, disattese, nella pratica, nel grosso degli istituti scolastici, ma portatrici di principi validi e di portata generale. In merito all’assurda circolare del 2011, il Consigliere di SEL ha sottolineato il suo nesso con una mentalità strettamente “contrattualistica”, non in grado di valutare quanto la presenza dell’operatore a mensa rimandi a quell’educazione alimentare che costituisce una aspetto centrale del sostegno ai disabili nelle scuole. Invero, nell’ottobre del 2013, all’Assemblea Capitolina, è stata presentata e approvata una mozione volta al superamento del dettato della famigerata circolare, ma ciò non ha avuto conseguenze pratiche, forse perché non sono state individuate concrete vie d’azione. In questo senso, Modoni ha suggerito di estendere alle mense scolastiche il diritto all’assistenza garantito al disabile in tante altre circostanze (fruizione dei trasporti, visita dei Musei ecc.), fornendogli, per ogni pasto, un secondo ticket, da destinare all’operatore che lo accompagna.
Terminando il suo discorso, da un lato Modoni ha auspicato che le linee guida del XIV siano discusse anche negli altri municipi, dall’altro ha sostenuto che l’Amministrazione della Capitale dovrebbe cominciare a pensare in termini di internalizzazione del servizio, impegnando, in quest’ottica, la Giunta e l’Assemblea Capitolina in un serio sforzo progettuale.
A tali parole sono seguite quelle di Fabrizio Manes, a nome del raggruppamento AEC presente in aula: ascoltato con attenzione da tutto il Consiglio, egli ha descritto un vissuto di vessazioni, tra le quali la quotidiana riduzione a “tappabuchi” cui sono assegnati, senza discernimento, molti dei compiti che non possono essere assolti dal personale scolastico. Una situazione che non si darebbe, se le mansioni fossero esattamente definite e se finalmente si riconoscesse lo sforzo fatto da moltissimi operatori per riqualificarsi, seguendo corsi di formazione spesso pagati di tasca propria, visto il disimpegno delle cooperative al riguardo. In più, tornando sul problema del diritto al pasto, egli ha evidenziato quanto l’alunno disabile trovi nell’AEC un punto di riferimento da cui apprendere le pratiche più corrette per alimentarsi.
Quest’ultimo tema, nella seduta, è risultato particolarmente popolare. Lo ha ripreso con vigore Marco Terranova, consigliere del Movimento 5 Stelle, che è parso invece estremamente cauto sull’internalizzazione, non esclusa a priori ma legata a modalità da definire muovendo da un attento studio.
Laddove un politico locale di lungo corso come Alfredo Milioni – consigliere di opposizione nel Gruppo Misto ed ex Presidente Pdl del Municipio – pur dichiarando di sostenere la mozione ha espresso una filosofia diversa, ancorata al principio per cui il “privato è bello”. Egli ha escluso categoricamente qualsiasi internalizzazione del servizio, rivendicando quella “sussidiarietà orizzontale” che, facendo riferimento ad un altro settore del mondo dell’istruzione, lo ha anche portato a sostenere che meglio sarebbe se tutti gli Asili Nido fossero in convenzione. Tuttavia, sulla questione dei buoni pasto agli AEC si è dichiarato d’accordo, ritenendo questo punto così centrale da spingerlo a votare per un testo di cui non condivide alcune formulazioni.
Dal canto suo, il Consigliere Giuseppe Acquafredda (PD), riallacciandosi ad alcuni passaggi dell’intervento di Manes, ha puntato sulla necessità di dare finalmente il dovuto riconoscimento ad una figura di “alta professionalità”. Ma non si è pronunciato sul tema dell’internalizzazione, del resto estraneo alla filosofia cittadina e nazionale del suo partito.
A conclusione del dibattito, il Presidente del Municipio Valerio Barletta s’è detto soddisfatto della sintonia verificatasi tra maggioranza e opposizione, ponendo però l’accento sulle condizioni di lavoro e sulla necessità di superare quelle forme estreme di precarietà che troppo spesso si presentano alla figura professionale in questione. In tal senso, andrebbe recuperata la sostanza di quei principi costituzionali che riconosco e tutelano la dignità del lavoro.
Su queste basi, la successiva votazione si è risolta in un trionfo della mozione: 21 voti a favore, cioè il consenso unanime dei consiglieri. Un segnale decisamente positivo, che gli AEC potranno far valere, da ora in poi, in qualsiasi discussione pubblica su un servizio davvero decisivo per il benessere di alcune fasce deboli della società. Ma anche un risultato che, per ora, rimane sulla carta e che, per tradursi nella realtà, necessita di un forte impegno collettivo. Forse, sull’esito della votazione ha pesato la volontà di molti esponenti politici di evitare l’impopolarità, verosimile conseguenza di una contrapposizione frontale alle istanze di chi già lavora in condizioni particolarmente difficili. Tuttavia i distinguo, le omissioni e le contrarietà verso quell’internalizzazione che è una delle chiavi del superamento della situazione odierna, ci dicono che la battaglia è appena iniziata e che la pressione dal basso, affinché si applichi ciò che è stato deliberato, non deve mai cessare.

Stefano Macera

Tfr in busta paga? Per i Cobas è una trappola. Ecco perché… – ControLaCrisi.org


Tfr in busta paga? Per i Cobas è una trappola. Ecco perché… – ControLaCrisi.org.

Una lotta di classe contro i lavoratori – ControLaCrisi.org


Una lotta di classe contro i lavoratori – ControLaCrisi.org.