Alunni disabili, regolamento 5 Stelle per gli Aec: “Verso uniformità dei servizi” „


Roma today

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La proposta è sul tavolo delle commissioni Scuole e Politiche sociali. Si punta a spostare il servizio sotto il dipartimento Scuola facendolo ricadere nella sola sfera del diritto allo studio. Tutte le novità

Garantire il diritto al sostegno scolastico per gli alunni disabili sull’intero territorio di Roma Capitale. Uguale per tutti. E fornire finalmente una cornice normativa a una figura centrale nell’integrazione degli studenti portatori di handicapp. I Cinque Stelle sono a lavoro per la stesura di un Regolamento che disciplini il lavoro degli Aec – gli operatori che assistono bimbi e adolescenti nelle classi di materne, elementari, medie e superiori, favorendone l’autonomia e l’inserimento nel gruppo sociale – dando così seguito e concretezza alla delibera 47 del 2015 che dettava le prime linee guida.

LE NOVITA’ – A Ostia le ore settimanali a disposizione degli Aec si contano sulle dita di una mano. In zona Laurentina su appena due. A Monte Mario siamo intorno alle 25 ore. Una “discriminazione” territoriale che finirà (questa è la promessa), insieme all’uso improprio di una figura professionale troppo spesso chiamata a sostituire gli insegnanti di sostegno, non appena il nuovo regolamento verrà votato in Assemblea capitolina. Al momento abbiamo una bozza, una proposta di delibera a firma del consigliere Nello Angelucci, pronta alla discussione in Commissione.

“Il primo obiettivo è l’omogeneizzazione del servizio su tutti i municipi. Non è più possibile procedere alla distribuzione delle risorse esclusivamente sulla base della domanda degli anni passati” spiega il Cinque Stelle. A oggi si erogano i fondi basandosi essenzialmente sullo storico del servizio. “Ma i dati sono cambiati, il bacino di utenza dei ragazzi disabili cambia continuamente”. Altro aspetto che sarà disciplinato dal regolamento in fieri: “Definire nel dettaglio le caratteristiche del servizio. Cosa deve fare l’operatore? Verranno richiesti dei precisi requisiti curriculari”. E soprattutto, cosa non deve fare. “Deve essere chiaro che qullo degli Aec è un servizio completare e non sostitutivo del personale Ata e degli insegnanti di sostegno”. Troppo spesso capita che la figura, in assenza di risorse, diventi interscambiabile.

LA STORIA – MENO ORE AEC, INTERVIENE IL TRIBUNALE

Sempre per quanto concerne il monte ore, si punta a non assegnarlo alla scuola, come attualmente in uso, ma al singolo alunno sulla base delle esigenze certificate dalla Asl. Il rischio, evidenziato in commissione congiunta Politiche sociali-Scuola, può essere quello di perdere la flessibilità. Si sottolinea dagli uffici tecnici: “Se il bimbo non è a scuola, oggi l’operatore può essere utilizzato per altre attività di gruppo, laboratoriali, dove sono presenti disabilità e carenza nell’apprendimento”. Un modo per ottimizzare le scarse risorse, aspetto quelli dei fondi esigui con il quale non si può non fare i conti.

“I soldi non bastano mai, ma sono questi che si devono piegare al diritto, non il contrario” commenta Umberto Gialloreti, presidente della Consulta dell’Handicapp, che pur si dice soddisfatto di questo primo passo. “Finalmente si cambia, ora tocca capire come. L’importante è capire che parliamo di diritto allo studio, che rientra nel diritto alla persona. Quindi ad esempio il monte ore pensiamo non possa essere assegnato alla scuola ma debba andare direttamente all’alunno”. Detto ciò, “erano secoli che aspettavamo un giro di vite serio”.

Una buona base da cui partire, “se opportunamente corretta in alcuni punti”, per Stefano Sabato, aec da 15 anni e sindacalista Fp Cgil. “Ad oggi il servizio manca di una cornice legislativa di riferimento, cosa fai, con chi lo fai, perché lo fai e diritti contrattuali certi. Le assegnazione fino a qualche anno fa venivano date tramite il Saish (servizio socio-assistenziale, erogato dal municipio, rivolto alle persone disabili). Da qualche anno e soprattutto dopo Mafia Capitale si è iniziato a fare bandi specifici, ma si sono aggiunte una serie di criticità ulteriori vedi la precarietà nei cambi di appalto, le clausole sociali e mancato rispetto dei contratti collettivi”. Da eliminare assolutamente “l’assenza di condanne penali nei requisiti per svolgere l’assistenza” spiega Sabato. Troppo generica come dicitura. “Per non esercitare più può bastare una condanna per protesta in Campidoglio contro i tagli al sociale, un vero paradosso. E’ importante specificare le tipologie di reati”.

Tutte modifiche ancora possibili. Il testo è da discutere e potrà essere oggetto di eventuali emendamenti, dopo aver ascoltato ulteriormente soggetti e organi interessati.

A commentare con un tweet l’iter avviato dai Cinque Stelle anche Gianluca Peciola, ex capogruppo Sel e primo firmatario della delibera 47 del 2015.“Importante iter approvazione Regolamento #Aec che dà seguito a nostra delibera. Subito più garanzie e diritti per operatori sociali!”.

ECCO PERCHE’ NESSUNO SI RIBELLA AL SISTEMA!


maggio 26, 2015 by lastella

Ti sei mai chiesto perché nessuno reagisce di fronte all’infame ondata di oppressione e abuso di ogni tipo che stiamo subendo? Non rimani perplesso del fatto che non succede assolutamente nulla, viste le tante rivelazioni di casi di corruzione, ingiustizia, ruberie e prese in giro della legge e della popolazione in genere, alla quale si è rubato letteralmente il presente e il futuro? Ti sei mai chiesto perché non scoppia una rivoluzione di massa e perché tutti sembrano essere addormentati e ipnotizzati?

In questi ultimi anni ogni tipo di informazioni che dovrebbe aver danneggiato la struttura del Sistema fino alle sue fondamenta, è stata resa pubblica, eppure questa stessa struttura continua a essere intatta senza neppure un graffio superficiale. Questo rende palese un fatto veramente preoccupante che sta sotto il nostro naso e al quale nessuno presta attenzione.

Il fatto che CONOSCERE LA VERITA’ non importa a nessuno, sembra incredibile, ma i fatti lo confermano giorno dopo giorno.

L’informazione non è rilevante.

Rivelare i più oscuri segreti e renderli di dominio pubblico non produce nessun effetto, nessuna risposta da parte della popolazione per quanto i segreti siano terribili e scioccanti.

Per decenni abbiamo creduto che chi lottava per la verità, gli informatori capaci di svelare fatti nascosti o mettere in piazza i panni sporchi potevano cambiare le cose, potevano alterare il divenire della storia.

Siamo cresciuti in realtà, con la convinzione che conoscere la verità era cruciale per creare un mondo migliore e più giusto e di chi lottava per rivelare il nemico più grande dei potenti tiranni.

E forse per un periodo è stato così.

Oggi, però, “l’evoluzione” della società e soprattutto della psicologia di massa ci ha portato a un nuovo stato di cose: uno stato mentale della popolazione che non avrebbe osato immaginare il più alienato dei dittatori. Il sogno di ogni tiranno della faccia della terra: non dover nascondere né occultare niente al suo popolo.

Poter mostrare pubblicamente tutta la sua corruzione, malvagità e prepotenza senza doversi preoccuparsi di alcuna risposta da parte di quelli che opprime. Questa è la realtà del mondo in cui viviamo. E se credete che questa sia un’esagerazione, osservate voi stessi ciò che vi circonda.
Il caso della Spagna è lampante. Un paese immerso in uno stato di putrefazione generalizzato, divorato fino all’osso dai vermi della corruzione in tutti gli ambiti:

  • giuridico
  • industriale
  • sindacale
  • politico (soprattutto)

Uno stato di decomposizione che ha ecceduto tutti i limiti immaginabili, fino a infettare con la sua pestilenza tutti i partiti politici in maniera irreparabile.

Eppure, nonostante siano resi pubblici continuamente tutti questi scandali di corruzione politica, gli Spagnoli continuano a votare per la maggior parte gli stessi partiti politici, dando tuttalpiù alcuni dei loro voti a partiti più piccoli che non rappresentano in nessun modo una possibilità reale.

Ecco l’allucinante caso della Comunità Valenciana, la regione più rappresentativa del saccheggio vergognoso perpetrato dal Partito Popolare e dove, nonostante tutto, questo partito di autentici fuorilegge e banditi continua a vincere le elezioni con maggioranza assoluta.
Una vergogna inimmaginabile in nessuna nazione minimamente democratica.

E sfortunatamente il caso di Valencia è solo un esempio in più dello stato generale del paese: lì abbiamo il caso indegno dell’Andalusia dominata da decadi dall’altra grande mafia dello stato, lo PSOE, che con i suoi soci del Sindacato e l’appoggio puntuale della Sinistra Unita hanno rubato a piene mani per anni e anni.

il caso della Catalogna con “Convergència i Unió”, un partito di baroni ladri d’élite, tanto per dare un altro esempio. E potremmo continuare così per tutte le comunità autonome o il governo proprio centrale dove le due grandi famiglie politico-criminali del paese, PP e PSOE, si sono dedicate a saccheggiare senza alcuna moderazione.
nonostante siano stati resi pubblici tutti questi casi di corruzione generalizzata, siano state rivelate le implicazioni delle alte sfere finanziarie e industriali con il tacito consenso del potere giuridico, la dimostrazione che in forma attiva o passiva riguarda il Sistema in tutti gli ambiti e si rende impossibile la creazione di un futuro sano per il paese, nonostante tutto ciò, la risposta della popolazione è stata… non fare niente.

La cittadinanza ha risposto al massimo con “l’esercitare il legittimo diritto di manifestazione”, un’attività molto simile a quella che fa la massa quando la sua squadra di calcio vince una competizione ed esce per strada a celebrarla.  Nessuno ha fatto niente di effettivo per cambiare le cose, salvo un piccolo spuntino.

Nel caso della corruzione venuta alla luce in Spagna e l’inesistente reazione della popolazione, è un solo esempio tra i tanti nel mondo. Adesso riportiamo il caso dello sport di massa, sotto pressione per il sospetto di corruzione, di manipolazione di dopaggio e per la molto probabile adulterazione di tutte le competizioni sotto il controllo commerciale delle grandi marche…nonostante questo, continuano ad apparire in televisione con un seguito sempre più numeroso.
Tutto ciò si impoverisce davanti alla gravità delle rivelazioni di Edward Snowden  e confermate dai governi in causa che ci hanno detto in faccia alla luce di riflettori che tutte le nostre telefonate , le attività sui social networks, il nostro navigare in Internet è controllato e che ci stiamo dirigendo inesorabilmente verso l’incubo del Grande Fratello vaticinato da George Orwell nel “1984“.

E la cosa più allucinante è che “una volta filtrate” queste informazioni, nessuno si è preoccupato di ribatterle. Tutti i mezzi di comunicazione, i poteri politici e le grandi imprese di Internet implicate nello scandalo, hanno confermato pubblicamente come un qualcosa di reale e indiscutibile questo stato di sorveglianza. L’unica cosa che hanno promesso, in maniera poco convincente e a mezza bocca che non continueranno a farlo…e si sono permessi anche di darci alcuni dettagli tecnici!

E quale è stata la risposta della popolazione mondiale quando è stata rivelata questa verità? Quale è stata la reazione generale di fronte a queste rivelazioni?

Tutti continuano ad essere assorbiti dal loro smartphone, continuano a rotolarsi nel dolce fango dei social network e continuano a navigare nelle acque infestate di Internet senza muovere nemmeno una falange di un dito… A cosa serve, allora, dire la verità?

Nel caso ipotetico che Edward Snowden o Julian Assange siano personaggi reali e non creazioni mediatiche con una missione segreta, a cosa sarebbe servito il loro sacrificio?

  • Che utilità ha accedere all’informazione e rivelare la verità se non provoca nessun cambiamento, alterazione, trasformazione?
  • A che serve conoscere in forma esplicita e documentata il fatto chel’energia nucleare può solo portare disgrazie come dimostrato dai terribili incidenti di Chernobyl e Fukushima, se queste rivelazioni non provocano nessun effetto?
  • A cosa serve sapere che le banche sono enti criminali dediti al saccheggio di massa, se continuiamo a utilizzarle?
  • A cosa serve sapere che il mangiare è adulterato e contaminato da ogni tipo di prodotti tossici, cancerogeni o transgenici, se continuiamo a mangiarli?
  • A cosa serve sapere la verità su qualsiasi fatto importante se non reagiamo per quanto gravi siano le sue implicazioni.

Non inganniamoci da soli per quanto sia duro accettare tutto questo. Affrontiamo la realtà così com’è… Nella società attuale, conoscere la verità non significa nulla

Informare sui fatti che veramente succedono, non ha nessuna reale utilità; anzi la maggior parte della popolazione è arrivata a un livello tale di degradazione psicologica che come dimostreremo, la rivelazione della verità e accedere all’informazione, rafforzano ancora di più la loro incapacità di risposta e l’inerzia mentale.

La grande domanda è: perchè? Che cosa ha portato tutti noi a quest’apatia generale?

E la risposta, come succede sempre quando ci rivolgiamo domande di questo tipo, è tra le più inquietanti. Ed è in relazione con il condizionamento psicologico cui è sottoposto l’individuo della società attuale. I meccanismi che disattivano la nostra risposta quando accediamo alla verità per quanto scandalosa possa essere, sono semplici ed effettivi. E sono nella nostra vita quotidiana.

Tutto si basa su un eccesso d’informazione.

E’ un bombardamento degli stimoli così esagerato che provoca una catena di avvenimenti logici che finiscono con lo sfociare in un’effettiva mancanza di risposta: in pura apatia.

E per lottare contro questo fenomeno è bene conoscere come si sviluppa il processo…

COME SI SVILUPPA IL PROCESSO?

Per prima cosa dobbiamo capire che questo stimolo sensoriale che riceviamo è carico d’informazioni.

Il nostro corpo è predisposto alla percezione e alla lavorazione di stimoli sensoriali, ma la chiave del tema sta nella percezione di carattere linguistico dell’informazione, per linguistico sta a indicare ogni sistema organizzato con il fine di codificare e trasmettere informazione di ogni tipo.

Per esempio, ascoltare una frase o leggerla comporta la sua entrata nel nostro cervello a livello linguistico. Ma lo stesso avviene quando guardiamo il logo di un’impresa, l’ascolto delle note musicali di una canzone, guardare un segnale del traffico o udire la sirena dell’ambulanza, tanto per darvi alcuni esempi.

Oggi, una persona è sottoposta a migliaia di stimoli linguistici di questo tipo solo durante un giorno; molti li percepiscono in forma cosciente, ma la grande maggioranza in forma non cosciente che deve essere elaborata dal nostro cervello.

Potremmo dividere il processo di captare ed elaborare questa informazione in tre fasi:

  1.       percezione
  2.      valorizzazione
  3.      risposta

Percezione.

Indubbiamente, in tutta la storia dell’umanità, apparteniamo alla generazione che ha la capacità più grande di elaborare informazioni a livello celebrale, con potere di differenziare soprattutto a livello visivo e auditivo.

Man mano che nascono e crescono nuove generazioni acquisiscono una maggiore velocità di percezione dell’informazione. Una dimostrazione di quanto affermato la ritroviamo nel cinema.

Guardate un vecchio film western di John Wayne, una scena qualsiasi di azione per esempio una sparatoria. E poi guardate una scena di sparatoria o di inseguimento di macchine di un film odierno. Una qualsiasi scena d’azione di un film attuale è piena di successioni rapidissime di primi piani di breve durata.

Solo in 3 o 4 secondi si vedranno diverse figure:il volto del protagonista che guida, quella del compagno che grida, la mano sul cambio della macchina, il piede che spinge il pedale, la macchina che schiva un pedone, l’inseguitore che slitta, il cattivo che afferra la pistola, che spara dal finestrino, ecc… e ogni primo piano sarà durato al massimo una decina di secondi.

Le immagini si succedono a tutta velocità come gli spari di una mitragliatrice. Eppure siete in grado di vederle tutte e di elaborare il messaggio che contengono.Adesso rivedete il film di John Wayne. Non troverete successioni di scene a ritmo di mitragliatrice, ma successioni di scene dalla durata più lunga e con un campo visivo più ampio. Probabilmente uno spettatore dell’epoca di John Wayne si sarebbe sentito male vedendo un film attuale poiché non era abituato a elaborare tanta informazione visiva a tale velocità.  Questo è un semplice esempio del bombardamento di informazioni cui è sottoposto il cervello di ognuno di noi oggi rispetto a quello di una persona di cinquant’anni fa.
Aggiungeteci tutte le fonti di informazioni che ci circondano, come la televisione, la radio, la musica, l’onnipresente pubblicità, i segnali del traffico, i diversi tipi di abbigliamento che indossano le persone che incrociamo per la strada e che rappresentano ognuna di loro, un codice linguistico per il tuo cervello, l’informazione che vedete sul cellulare, sul tablet, in internet e inoltre i vostri impegni sociali, le fatture, le preoccupazioni e i desideri che hanno programmato tu avessi, ecc. ecc.  …

Si tratta di un’autentica inondazione di informazione che il vostro cervello deve elaborare continuamente. Tutto questo con un cervello della stessa misura e capacità di quello spettatore dei western di John Wayne di cinquant’anni fa.

Per quanto ne sappiamo, sembra che il nostro cervello abbia la capacità sufficiente per percepire tali volumi di informazione e comprendere il messaggio associato a questi stimoli.

Il problema quindi non sta lì. Infatti, sembra che il nostro cervello ne goda poiché ci siamo trasformati in tossicodipendenti degli stimoli.

Il problema sembra risiedere nella fase che segue.

Noi ci scontriamo con i nostri limiti quando dobbiamo valutare l’informazione ricevuta, cioè quando arriva l’ora di giudicare e analizzare le implicazioni che comporta.

Questo succede perché non abbiamo il tempo materiale per fare una valutazione profonda di quell’informazione.

Prima che la nostra mente, da sola e con i criteri chele sono propri, possa giudicare in maniera più o meno profonda l’informazione che riceviamo, siamo bombardati da un’ondata di stimoli che ci distraggono e inondano la nostra mente.

E per questa ragione che non arriviamo a valutare nella giusta misura l’informazione che riceviamo per quanto importanti siano le implicazioni che comporta.

Per capire meglio tutto questo, utilizzeremo un’analogia sotto forma di una piccola storia.

Immaginiamo una persona molto introversa che passa la maggior parte del suo tempo rinchiusa in casa. Praticamente non ha amici e non intavola relazioni sociali di nessun tipo.

Supponiamo adesso che questa persona vada al supermercato a comprare una bottiglia di latte e quando va a pagare gli cade per terra e la rompe causando grande scompiglio e macchiandosi i vestiti sotto gli occhi di tutti e della cassiera.

Quando questa persona torna a casa, isolata com’è e senza uno stimolo sociale, darà probabilmente un gran valore a quanto avvenuto al supermercato.

Si domanderà perché gli è caduto il latte e quale movimento falso abbia fatto perché questo avvenisse; si domanderà se la colpa fosse sua, o della bottiglia che era troppo spigolosa; nella sua testa analizzerà lo sguardo della cassiera e i gesti e i commenti di ogni cliente; osserverà anche le macchie sui vestiti e tenterà di indovinare ciò che hanno pensato gli altri di lui.

Si sentirà ridicola e giudicherà quel fatto meramente aneddotico molto più importante di quanto lo sia stato in realtà. Solo perché quella situazione ridicola al supermercato sarà il grande avvenimento del giorno o della settimana. E forse non lo dimenticherà mai per tutta la vita.

Adesso sostituiamo la persona introversa e senza relazioni con un modello opposto.

Una persona estroversa che passa tutto il giorno circondata da una gran quantità di persone e di fatti, interagendo freneticamente con clienti e compagni di lavoro, che parla al telefono, organizza incontri, compra, vende, fa riunioni, ride, si arrabbia e termina la giornata bevendo un bicchiere con gli amici.

Supponiamo che questa persona va a comprare il latte e anche a lei cade la bottiglia causando un gran scompiglio e macchiandosi i vestiti.

La sua valutazione dell’accaduto sarà solo aneddotica poiché rappresenta un evento in più tra tutti quelli a carattere sociale che sperimenta durante la giornata. E in poche ore se ne sarà dimenticata.

Una persona della società attuale, assomiglia molto al secondo modello, sottoposta a una grande quantità di stimoli sensoriali, sociali e linguistici.

Per noi, ogni informazione ricevuta è rapidamente digerita e dimenticata, portata via dalla corrente incessante dell’informazione che entra nel nostro cervello come un torrente.

Perché viviamo immersi nella cultura del “twit”, un mondo dove ogni riflessione su un evento dura 140 caratteri. E questa è la profondità massima cui arriva la nostra capacità di analisi.

E’ per questa ragione, per la nostra impotenza di valutare e giudicare da soli il volume di informazione al quale siamo sottoposti, che l’informazione che ci è trasmessa, porta incorporata l’opinione che dobbiamo averne, cioè quello che dovremmo pensare dopo aver realizzato una valutazione approfondita dei fatti, cioè chi emette l’informazione risparmia al ricevente lo sforzo di dover pensare.

Questo è il procedimento che utilizzano i grandi mezzi di comunicazione e in un mondo di individui autenticamente pensanti sarebbe tacciato di manipolazione e lavaggio del cervello.

La televisione è un esempio lampanteL’esempio degli onnipresenti incontri politicidove gli ospiti sono presentati come “opinionisti”. La loro funzione è generare l’opinione che noi dovremmo costruire da soli.

Così il bombardamento di informazione continuo e incessante nel nostro cervello ci impedisce di giudicare adeguatamente il valore dei fatti, con un criterio nostro. Ci toglie il tempo che dovremmo avere per soppesare le conseguenze di un avvenimento e lo frammenta in pezzettini da 140 caratteri e lo trasforma in un giudizio breve e superficiale.

Risposta.
Una volta che la valorizzazione personale dei fatti è ridotta alla minima espressione, entriamo nella fase decisiva del processo, quella che è priva della nostra risposta.

Qui entrano in gioco le emozioni e i sentimenti, il motore di ogni risposta e azione.Frammentando e riducendo il nostro tempo, riduciamo la carica emotiva che associamo all’informazione.

Osserviamo le nostre reazioni: possiamo indignarci molto nel vedere una notizia in un notiziario, per esempio lo sgombero forzato di una famiglia senza mezzi, ma dopo pochi secondi siamo bombardati da un’informazione diversa che porta verso un’altra emozione superficiale e diversa che ci fa dimenticare la precedente.

Per esprimere questo in forma grafica e chiara: la nostra capacità di giudizio e di analisi è pari a un “tweet”, la nostra risposta emotiva è pari a un emoticon.

E qui sta la chiave.

Qui rimane disattivata la nostra possibile risposta. Per capire meglio, torniamo all’analogia della persona introversa ed estroversa che rompeva la bottiglia di latte al supermercato.

La persona introversa chiuse nel suo mondo che ha dato un valore più profondo ai fatti avvenuti al supermercato continuerà a rimuginarci sopra più volte.

Non dimenticherà facilmente le emozioni legate al ridicolo che ha provato in quel momento e con molta probabilità esporre continuamente le proprie emozioni finirà con provare un certo imbarazzo solo a ripensarci.

E’ possibile che non torni per un certo periodo a fare spesa in quel supermercato, anche se implica il fatto di dover andare più lontano a comprare il latte; arriverà anche a provare repulsione per il luogo e le persone che l’hanno reso ridicolo.

L’energia emotiva che ha messo su questo fatto concreto diventerà una reazione effettiva per il fatto. Invece, la persona estroversa tornerà al supermercato senza nessun problema poiché mentalmente quanto accaduto, non ha rilevanza emotiva; tuttalpiù arrossirà al vedere la cassiera o qualche cliente. La persona estroversa non intraprenderà azioni effettive e tangibili che derivano dal fatto della bottiglia di latte.

Oltre le valutazioni fatte su questi personaggi inventati, questi esempi ci servono per dimostrare che il bombardamento incessante dell’informazione cui siamo sottoposti finisce con lo sfociare in una frammentazione della nostra energia emotiva e perciò finiamo col dare una risposta superficiale o nulla.

E’ una risposta che per il momento in cui viviamo intuiamo che dovrebbe essere molto più contundente eppure non arriviamo a darla perché ci manca l’energia sufficiente per farlo. E tutti guardiamo disperati gli altri e ci domandiamo:  “Perché non reagiscono? Perché non reagisco?”

E questa impotenza alla fine diventa una sensazione di frustrazione e di apatia generale. Questa sembra essere la ragione per cui non avviene una Rivoluzione quando per la logica dei fatti dovrebbe essere già scoppiata. Si tratta quindi di un fenomeno psicologico. Questo è il meccanismo di base che interrompe ogni risposta della popolazione davanti ai continui abusi che riceve.

E’ la base sulla quale si poggiano tutte le manipolazioni mentali cui ci sottopongono oggi E’ il meccanismo psicologico che rende la popolazione docile e sottomessa.

Potremo riassumere il tutto così:

L’eccessivo bombardamento di informazioni ci impedisce di avere il tempo necessario per dare il giusto valore a ogni informazione ricevuta e, di conseguenza, associarla a una carica emotiva sufficiente per generare una reazione effettiva e reale.

COSPIRAZIONE O FENOMENO SOCIALE?

Non ha importanza se tutto questo fa parte di una grande cospirazione atta a controllarci o se siamo arrivati a questo punto per via dell’evoluzione della società, perché le conseguenze sono esattamente le stesse:

i più potenti faranno il possibile per mantenere attivi questi meccanismi e fomenteranno anche il suo sviluppo secondo le loro potenzialità solo perché ne ricevono benefici.

Rivelare la verità, in effetti, favorisce questi meccanismi.

Ai più potenti non importa mostrarsi come sono o svelare i propri segreti per quanto sporchi e oscuri siano. Rivelare queste verità occulte contribuisce in gran parte all’aumento del volume di informazione con il quale siamo bombardati.

Ogni segreto portato alla luce produce nuove ondate di informazioni che possono essere manipolate e rese tossiche con l’aggiunta di dati falsi, contribuendo così alla confusione e al caos dell’informazione e da qui arrivano nuove ondate secondarie di informazioni che ci stordiscono ancora di più e ci fanno sprofondare di più nell’apatia.

Se combattiamo quest’apatia, frutto della poca energia emotiva con cui cerchiamo di rispondere, con le tremende difficoltà che il sistema ci mette davanti quando è il momento di punire i responsabili, si generano nuove ondate di frustrazione sempre più forti che ci portano passo dopo passo alla resa definitiva e alla totale sottomissione.

Non ponetevi nessun dubbio: alle persone che ostentano il potere interessa bombardarvi con enormi volumi di informazioni il più superficiali possibili; perché una volta instaurata questa forma di interagire con l’informazione ricevuta, tutti noi ci trasformeremo in persone dipendenti da questo incessante scambio di dati.
l bombardamento di stimoli è una droga per il nostro cervello che ha bisogno di sempre più velocità per lo scambio di informazioni ed esige meno tempo per poterle vagliare.

Succede a tutti noi: ci costa sempre più fatica leggere un lungo articolo pieno di informazioni strutturate e ragionate. Abbiamo l’esigenza che sia stringato, più veloce, che si legga in una sola riga e che si possa ingerire come una pasticca e non come un lauto pranzo.

Il nostro cervello si è trasformato in un tossicodipendente da informazione rapida, in un drogato avido di continui dati da ingerire pensati e analizzati da un altro cervello in modo che noi non dobbiamo fare lo sforzo di fabbricare una nostra opinione complessa e contraddittoria.

Il fatto è che noi odiamo il dubbio perché ci obbliga a pensare. Non vogliamo farci domande. Vogliamo solo risposte rapide e facili. Siamo e vogliamo essere antenne riceventi e replicanti di informazioni come meri specchi che riflettono immagini esterne. Gli specchi però sono piani e non hanno vita propria, tutto quello che riflettono viene da fuori.

L’essere umano a gran velocità si sta dirigendo verso quello stato di fatto. Lo permetteremo?

CONCLUSIONE

Tutto quanto è stato scritto, forse non lo avreste voluto ascoltare. E’ poco stimolante ed è qualcosa di complicato e farraginoso, ma le complesse realtà non possono essere ridotte in un titolo ingegnoso di tweet.

Per intraprendere una profonda trasformazione del mondo, per iniziare un’autentica Rivoluzione che cambi tutto e ci porti verso una migliore realtà, dovremmo discendere nelle profondità della nostra psiche, fino alla sala macchine, dove si muovono tutti i meccanismi che determinano le nostre azioni e i nostri movimenti.

E’ lì che si risolve l’autentica guerra per il futuro dell’umanità.

Nessuno ci salverà facendo da un pulpito dei proclami brillanti e delle promesse per una società più giusta ed equa. Nessuno ci salverà raccontandoci una verità presunta o rivelandoci i segreti più oscuri dei poteri occulti.

Come abbiamo visto, l’informazione e la verità non sono importanti perché i nostri meccanismi di risposta sono invariati. Dobbiamo scendere fino a loro e ripararli; e per fare ciò dobbiamo sapere come funzionano. E non sarà necessario fare un complesso corso di psicologia: osserviamo con attenzione e ragioniamo da soli e potremo raggiungere il risultato.

Non si tratta di qualcosa di esoterico o basato su strane credenze dal carattere Mistico, Religioso o New Age. E’ pura logica: non c’è rivoluzione possibile senza una profonda trasformazione della nostra psiche a livello individuale perché la nostra Mente è programmata dal Sistema.

Per cambiare quindi il Sistema che ci imprigiona, prima lo dobbiamo disinstallare dalla nostra mente.

Lo faremo?

Le problematiche più comuni dell’ AEC


A cura del ComitatosocialeAEC

Problemi principali dell’ Assistente Educativo Culturale (A.E.C.)

Spesso la nostra figura si imbatte sistematicamente in problematiche, durante lo svolgimento del proprio servizio, non dipendenti dalla capacità dell’ operatore ma bensì riconducibili ad una poco chiara collocazione dell’ operatore nel contesto scolastico.

Il fine di questa relazione è quello di aprire una discussione in rete affinchè ognuno di voi possa dire la propria. I punti da noi riscontrati sono i seguenti:

  1. Non poter accedere alla mensa; Il non conferimento del pasto per gli Assistenti Educativi ,porta nei bambini diversamente abili, la perdita di un punto di riferimento riscontrata nell’ adulto che molte volte diventa per il bambino una formula imitativa,questo comporta una formula di educazione speculare ai nostri movimenti nell’ alimentarsi. Vorremmo che venisse portata avanti la proposta di Sel che nell’ottobre del 2013,durante l’Assemblea Capitolina, è stata presentata e approvata come mozione volta al superamento della famigerata circolare che ci proibiva il pasto in mensa. La mozione suggeriva di estendere alle mense scolastiche il diritto all’assistenza garantito al disabile in tante altre circostanze (fruizione dei trasporti, visita dei Musei ecc.), fornendo, per ogni pasto, un secondo ticket, da destinare all’operatore che lo accompagna. E’ triste dover vedere che a fine mensa il cibo in avanzo viene buttato quando invece potrebbe essere utilizzato per alimentare tutto il personale in servizio scolastico .
  2. Sospensione del servizio in caso di assenza dell’ alunno; In caso di assenza non giustificata, le diverse disposizioni municipali sul comportamento da tenere da parte dell’ AEC in caso di assenza non comunicata del bambino variano da scuola a scuola. In alcuni casi si prevedono comportamenti alla quale in assenza del minore, l’operatore si firmi la prima ora di presenza, un’ altra è che se il primo giorno d’assenza non giustificata l’operatore fa presenza rimanendo all’ interno della struttura, firmando la presenza ,il secondo giorno se si ripresenta il problema si eseguono gli stessi criteri ,ma dal terzo giorno viene sospeso il servizio. Vi sono anche situazioni dove all’operatore senza bambino , la scuola richieda di coprire altri casi riconosciuti o non dalla 104 ma che necessitano di aiuto .
  3. Spesse volte non vi è un adeguata collaborazione tra corpo docente , insegnante di sostegno e assistente educativo ; Capita sovente che l’insegnante di sostegno assegnato all’ alunno manchi del tutto a causa delle lungaggini burocratiche della scuola,e nel migliore dei casi può arrivarne uno totalmente o parzialmente incompetente in materia di handicap,in tal modo l’ AEC si ritrova tutto il carico di lavoro sulle proprie spalle con conseguente aumento dello stress psicologico. Per non considerare le richieste inappropriate degli insegnanti ( come tenere le classi , seguire altri bambini, svolgere compiti non inerenti al caso o non presenti nel PEI)
  4. Stress psicologico in caso di alunno violento; L’assegnazione di un alunno violento a causa dei suoi comportamenti violenti e problematici, può essere una motivo di stress psicologico e fisico per l’operatore. A tal proposito sarebbe opportuno che le assegnazioni degli operatori siano fatte con un criterio di rotazione in modo da non gravare tutta la pressione su un unico AEC.
  5. Tariffazione oraria troppo bassa; La retribuzione oraria per il lavoratore deve rispettare i canoni richiesti dal CCNL. La tariffazione che eseguono le cooperative per i loro dipendenti può oscillare da i 5 euro netti ai 7 indipendentemente dalle qualifiche e competenze che si possiedono.
  6. Difficoltà di farsi firmare e timbrare i fogli a causa di orari non combacianti con quelli della segreteria; Talvolta la richiesta di timbro e firma del dirigente scolastico sul foglio firme si rende problematica a causa degli orari non combacianti dell’ AEC con quelli della segreteria scolastica. Il ritardo della consegna del foglio firma, comporta alla cooperativa un ritardo nel pagamento delle fatture e di conseguenza nella paga degli stipendi. I ritardi di fatturazione ,sono anche dovuti ai cavilli e ai ritardi che le varie direzioni scolastiche pongono alla visione e alla riconsegna dei fogli firma per la cooperativa. I tempi per le consegne dei fogli firma sono stati stabiliti di solito entro il terzo giorno di ogni mese. Per ovviare a tale problema si potrebbe concedere la possibilità di inviare i fogli firma per e-mail o fax senza pretendere gli originali in forma cartacei.
  7. Perdita di giorni lavorativi durante i periodi in cui le scuole sono chiuse; Le cause possono essere imputate ad eventi atmosferici (neve ,allagamenti, ecc), chiusure straordinarie ( seggi elettorali ,disinfestazioni, contaminazioni,ecc) sia per le festività che per i mesi estivi; In questi periodi l’operatore si trova a non aver garantita la copertura delle ore prestabilite a causa di questi eventi. Occorrerebbe che le istituzioni o le stesse cooperative garantissero le ore prestabilite fornendo lavori straordinari o lavori socialmente utili a compenso delle ore perse o ancor meglio offrire una specie di indennità di disoccupazione quando il tempo si prolunga .
  8. Cambio continuo di assegnazione di alunni; Le conseguenze possono portare il disorientamento di una figura di riferimento fissa per il minore,e spostamento continuo dell’ AEC in posti sempre diversi; occorre garantire la continuità sui casi da seguire, affinchè i bambini possano trovare nella nostra figura un un punto di riferimento evitando di metterci in cattiva luce o ancor peggio screditando la nostra mansione.
  9. Richieste da parte di personale docente per mansioni cui non siamo tenuti e non siamo responsabili; uno dei compiti che spesso ci viene richiesto è quelli già definito in precedenza di pulire il bambino in caso di bisogni. Chiediamo che venga applicata la sentenza del Tar e la conseguente circolare del MIUR che delega il personale ATA alla pulizia corporea del bambino in caso di bisogni e invece definisce le nostre competenze a tal riguardo ,solo a scopo educativo. Inoltre esula dalle nostre competenze la somministrazione di farmaci salva vita, datosi che deve essere individuata nella scuola l’incaricato di queste mansioni e non l’operatore. Si richiede l’ osservazione della legge 81 sulla sicurezza che prevede in caso di movimentazione difficile del bambino ,l’ausilio di mezzi di supporto (sollevatori, apparecchiature personalizzate , computer personalizzati,ecc.)
  10. I lavoratori devono essere più tutelati ; per ovviare a ciò la scuola deve motivare l’allontanamento e possibilmente sarebbe corretto che vi sia un incontro tra le parti per dar modo all’ operatore di poter controbattere alle richieste fattegli.
  11. Distribuzione equa delle ore assegnate a ciascun operatore;Ci sono spesso operatori cui viene assegnato un monte ore tale da portare una paga relativamente dignitosa a casa, e cosi da poter lavorare ampiamente tutti i giorni della settimana, altri che invece a mala pena riescono ad arrivare a fine mese poiché il monte ore assegnato sfiora le 10/15 ore a settimana e di conseguenza, essendo già la retribuzione assai misera e scarsa di per se, questo problema grava economicamente sullo standard di vita del lavoratore, che spesso è impegnato a cercarsi altre attività al di fuori di questo lavoro con conseguenze psicologiche davvero frustranti ed umilianti. Poiché il nostro operato è importante sotto tutti i punti di vista, è fondamentale renderlo dignitoso anche in questo senso, e cioè nel dare la possibilità a tutti gli operatori di lavorare equamente e dignitosamente senza creare fratture incolmabili.

Osservazioni varie:

Ai non addetti ai lavori può sembrare il nostro un lavoro semplice privo di problematiche, e che non ci vuole poi molto a spingere una carrozzina o a somministrare un pasto a un bambino diversamente abile. Invece no, questo lavoro è fatto da tanti fattori che incidono sulla buona riuscita del caso e su una buona inclusione nel gruppo classe. Questo non è un lavoro che si può svolgere in maniera meccanica,sarebbe troppo semplice,anzi richiede un notevole coinvolgimento psicologico e la capacità di entrare in empatia con il bambino ed inoltre occorre anche sapersi relazionare con il personale docente e la famiglia, affinchè vi si possa ottenere un sano lavoro di collaborazione .

Per chi svolge questo lavoro ,il tempo diventa tiranno ,riversando sulle spalle del lavoratore tutte quelle problematiche assorbite durante l’anno e che poi inevitabilmente si ripercuotono sul nostro benessere psico-fisico accumulato nel tempo. Occorrerebbe che le ASL , la politica o le stesse cooperative prendessero in considerazione più seriamente le nostre problematiche . Di certo molto sta a noi a stabilire il giusto distacco emotivo e una professionalità più marcata ,ma queste sono competenze che si acquisiscono con il tempo o le si apprendono fornendo agli operatori corsi specifici, ed è per questo che si reputa necessario dei corsi riconosciuti dalla regione dove si acquisiscano tali nozioni e che la nostra figura sia regolarizzata. Per ovviare a tali problematiche si ritiene necessario normalizzare la nostra figura ed instaurare un mansionario unico cittadino.

grazie

Rivendicazione AEC


A cura del ComitatosocialeAEC

 

Operatore educativo per l’autonomia e la comunicazione (AEC)

AZIONE CONCRETA!!!

Vogliamo sottolineare a tutti gli effetti il ruolo complesso, importante ma anche delicato e altamente responsabile del nostro lavoro di operatori nel sociale che svolgono mansioni educative e culturali di affiancamento dell’alunno disabile presso le scuole con l’obbiettivo finale, li ove possibile, dell’autonomia dell’alunno disabile. Si pone dunque il problema di una regolarizzazione del personale operatore educativo all’autonomia all’interno del corpo scolastico in quanto deve assicurare collaborazione al personale della scuola. All’interno di questo riconoscimento della figura dell’ ex operatore AEC( attualmente denominato dal nuovo provvedimento regionale 2016 Operatore Educativo all’Autonomia e alla Comunicazione) specificato nella sentenza del Tribunale Amministrativo del Lazio 11 aprile 2007 e della circolare del MIUR n°3390 del 30 novembre 2001, riteniamo sia necessaria una maggiore valorizzazione del nostro ruolo mediante corsi di formazione specifici erogati direttamente dall’ente pubblico ( stato, regione o comune ) perché, al di là della mediazione delle cooperative che ad esso fanno riferimento, questi è da considerare il nostro reale datore di lavoro! Tutto questo al fine di garantire un servizio di assistenza sempre più adeguato alle esigenze delle persone che ne hanno bisogno, affinché la nostra figura di operatore nel sociale venga definita in modo meno aleatorio e in maggior sintonia con l’onere dei compiti che svolge quotidianamente. A tal proposito citerò alcuni punti fondamentali del nostro mansionario e pertanto, ritenuto fondamentale il nostro ruolo di collaborazione all’interno del corpo scolastico ma come dipendenti da un’azienda esterna, chiediamo a tutti gli effetti l ‘importanza del rispetto del Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro. L’operatore educativo per l’autonomia, ex AEC, come specificato nell’articolo 13 comma 3 della legge 104 del 1992 assicura assistenza ai portatori di handicap frequentanti le scuole dell’infanzia e dell’obbligo; garantisce attività di sostegno, di abilitazione e riabilitazione dell’autonomia ed alla integrazione sociale dei minori disabili riassumibili nelle seguenti mansioni :

  • -supporto nell’attività didattico/educativa interna (attività di laboratorio, ludico/motoria, ecc.. )ed esterna (gite scolastiche, visite guidate, ecc..)ove sia necessaria una figura coadiuvante i docenti per la particolarità delle attività medesime in base a un piano stabilito dagli organismi preposti alla gestione della scuola e delle strutture sociali e sanitarie operanti sul territorio;
  • -supporto ai docenti nelle attività sopra elencate;

– L’ex AEC affianca l’alunno in situazione di handicap nelle attività educative finalizzate all’ igiene della propria persona che consentano ,ove possibile,il recupero e/o la conquista dell’ autonomia, e assicura collaborazione al personale ATA solo nel caso che il bambino H sia molto grave.

-attività nei settori educativo/scolastici territoriali, di collaborazione con altri educatori per la organizzazione e lo svolgimento di attività ludico/motorie e sportive sia all’interno che all’esterno delle strutture;

– partecipazioni alle riunioni dei GLH sugli alunni assegnati presso la scuola o strutture di riferimento;

-capacità di favorire l’ integrazione dell’alunno disabile all’interno del gruppo classe e predisporlo al raggiungimento ove possibile di una progressiva autonomia;

-ausilio nella consumazione del pasto nei casi di assistenza di autonomia funzionale dell’alunno portatore di handicap;

– compilazione del foglio firma mensile con orari di prestazione del servizio, consegna alla segreteria scolastica a fine mese per timbro efirma del Dirigente Scolastico e/o del Referente Handicap per le scuole elementari e medie (per le materne è sufficiente quella del Dirigente Didattico);

Poiché una di queste importanti mansioni del nostro operato come educatori è appunto quello di essere d’ausilio durante il momento del pasto agli alunni portatori di handicap, rivendichiamo il nostro diritto ai “buoni-pasto” dopo sei ore consecutive di lavoro, come afferma la legge, non sempre rispettata nelle scuole dove ci troviamo a lavorare, né possiamo esimerci dal porre sul tavolo tale problema dell’assistenza al pasto dei bambini, in quanto per miserevoli politiche di risparmio, viene negata la vera educazione al cibo che ha per fondamento il mangiare insieme (il convivio … per convivere).

Poiché il nostro contratto di lavoro è un contratto ad ore, non possiamo prescindere da una richiesta di almeno 20 ore di lavoro a settimana per avere una paga che ci assicuri un minimo di sopravvivenza (secondo il CCNL per un lavoro part – time il monte ore minimo garantito sono le 18 ore e ci sono operatori che prestano servizio anche solo per 10 ore), in quanto il netto della nostra ora di lavoro è di circa sette euro; inoltre, data la natura di questo contratto, quando la scuola è chiusa noi non percepiamo alcun reddito poiché zero sono le ore lavorate. Siamo al paradosso! Un ”contratto a tempo indeterminato” a tutti gli effetti a “tempo determinato”, che nega la continuità del reddito e impedisce di percepire l’assegno di disoccupazione. Si può uscire da questa condizione immediatamente con una cassa integrazione guadagni come avviene già per altre categorie di lavoratori ma, soprattutto, avviando concorsi pubblici che contemplino la nostra figura per rimettere nel suo alveo naturale di servizio pubblico e sociale il nostro prezioso lavoro.

Documento di Rivendicazione del ComitatosocialeAEC

Se esce uno, usciamo tutti


Repubblica.it

di VIOLA GIANNOLI

Roma, alunni disabili senza assistenza. La protesta solidale dei compagni: “Via da scuola anche noi”

A causa della riduzione delle ore di assistenza gli alunni portatori di handicap devono lasciare le aule prima degli altri. Ma i genitori di sei scuole di Montesacro non ci stanno. E martedì faranno lasciare le classi in anticipo a tutti gli alunni. “Se esce uno, usciamo tutti”

La scuola a Roma non è uguale per tutti. Non è uguale, ad esempio, per gli alunni disabili che, un mese dopo l’inizio delle scuole, vivono ancora il dramma della drastica riduzione delle ore di assistenza in classe (Aec), nonostante la variazione di bilancio della giunta Raggi abbia consentito, il 3 ottobre scorso, di stanziare 3 milioni per i bimbi portatori di handicap.

Di questi, 433.470 mila euro sono andati al III municipio, uno dei territori più difficili: sono 350 gli alunni non autosufficienti e il nuovo bando, pubblicato in ritardo a luglio, è stato oggetto di contestazioni. Per tutto ottobre, dunque, si andrà avanti così: a orario ridotto. Da novembre l’assistenza verrà potenziata ma non si riusciranno comunque a coprire giornate scolastiche intere come lo scorso anno.

Alla Montessori di viale Adriatico, ad esempio, gli studenti disabili devono lasciare la classe due ore prima perché senza Aec non possono essere garantite le condizioni minime per la loro presenza in aula. A Cristiano, un minore che ha bisogno del sostegno, è stato comunicato che non potrà restare a scuola oltre le 14.20. “Un fatto grave che lede il diritto di un bambino a vivere a pieno, come tutti i suoi compagni, la giornata scolastica. Così si costruisce una scuola dell’esclusione” si sfogano i genitori.

Dopo l’indignazione, l’avviso ha scatenato una grande iniziativa spontanea di solidarietà. “Se esce uno, usciamo tutti” recita lo slogan coniato da mamme e papà: martedì prossimo tutti gli alunni della Montessori lasceranno le classi in anticipo, assieme a Cristiano e alla sua famiglia.

La protesta è diventata contagiosa e altre sei scuole del quartiere, tra elementari e medie, si sono accodate: Walt Disney, Bruno Munari, Angelo Mauri, Cecco Angiolieri, Piajet-Maiorana, Piva. In quest’ultima, racconta una mamma, “mio figlio ha cambiato già 5 Aec in un mese e può usufruire solo di 5 ore di assistenza
Tra 20 giorni diventeranno 10, ma l’anno scorso erano 13”.

Tagli drastici e ritardi importanti che hanno mandato su tutte le furie anche le famiglie degli altri bambini: “Gli Aec – spiegano – sono fondamentali non solo per gli studenti con esigenze speciali ma per tutto il gruppo classe perché garantiscono un delicato percorso di crescita collettiva limitando l’isolamento, stimolando la cooperazione tra alunni e coordinando le figure che sono al lavoro nella scuola”.

In discussione, precisano le famiglie riunite in Consiglio di istituto, “non ci sono le scelte sull’integrazione della dirigenza, che anzi accoglie molti alunni disabili, o degli insegnanti, che siamo certi stiano facendo il possibile. Ci sono invece responsabilità politiche e amministrative”.

Spiega la presidente della Consulta municipale sulla disabilità, Maria Romano: “I problemi principali sono a monte e riguardano l’assegnazione del servizio, il calcolo delle ore di assistenza reali necessarie per ogni bambino e le risorse. Alla precedente amministrazione e ai Cinque Stelle abbiamo detto chiaramente che nel 2017 sul sociale si deve cambiare rotta e investire molti più fondi”. Le toppe, per una scuola giusta ed eguale, non bastano più.

(ha collaborato valentina lupia)

scuola
roma municipio III

RESOCONTO 7° Incontro Nazionale RENOS (Roma 30 aprile 2016):


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→Durante l’incontro del 30 aprile si è discusso della proposta di legge Iori, n.2656, da intendersi come testo unificato alla proposta di legge Binetti, n. 3247. Tale proposta legislativa sollecita alcune riflessioni:

Le Norme Transitorie contenute nella proposta di legge, riconoscendo il lavoro svolto come credito formativo, prevedono l’attivazione di un corso della durata di almeno un anno. Potranno usufruirne gli educatori senza titolo che abbiano almeno tre anni di attività lavorativa, anche non continuativa. Invece, coloro i quali, assunti con contratto a tempo indeterminato, abbiano più di 50 anni di età o 25 anni o più di anzianità di servizio, acquisiranno direttamente la qualifica di educatore professionale socio-pedagogico. Qual è il criterio sotteso a questi parametri? Perchè 25 anni?

Inoltre, su chi far ricadere i costi del corso? Se fosse il lavoratore ad assumersi questo onere, sarebbe quasi come auto comprarsi la possibilità di continuare a svolgere il proprio lavoro. In alternativa si potrebbe considerare la possibilità della formazione continua, che per legge deve essere effettuata annualmente. Si potrebbero inoltre utilizzare fondi europei o regionali al fine di coprire i costi del corso.

Inoltre in linea con quanto già avviene in Europa, a breve le Regioni saranno obbligate a creare un sistema di riconoscimento, validazione e certificazione delle competenze acquisite in contesti non formali e informali e che consentano comunque una qualificazione professionale.

Ci si chiede se tale sistema di certificazione non possa essere uno strumento adattabile al riconoscimento del titolo di “Educatore” per coloro che con altro titolo o senza già da anni lavorano ricoprendo tale posizione.

La proposta di legge Iori pare sancire la separazione tra Educatore professionale socio-pedagogico ed Educatore professionale socio-sanitario (nonostante la stessa onorevole e prima firmataria abbia auspicato per il futuro una loro unificazione). Questa distinzione di formazione e di ruoli, che risulta essere in netta antitesi col percorso unico in vigore in ambito europeo, sancisce inoltre una sorta di superiorità del percorso sanitario rispetto a quello sociale: chi ottiene il titolo sanitario può lavorare anche in ambito sociale, ma non viceversa.

Da rilevare anche il fatto che, a livello nazionale, esistono diverse figure di Educatori che non rientrerebbero nella legge Iori. La situazione degli AEC laziali è esemplificativa. La loro designazione come Assistenti e non come Educatori li escluderebbe, ma la mansione ed il ruolo li riporta appieno all’interno della categoria di Educatori. Una volta di più si sente la necessità di rendere omogeneo, a livello nazionale, un titolo eccessivamente regionale.

→Partendo dalle Linee guida per la progettazione dei bandi di gara per i servizi educativi, stilate dalle Educatrici/ori bolognesi e dagli Educatori uniti contro i tagli, emerge la possibilità di superare la logica dell’ “offerta più vantaggiosa”, pensata sempre in un’ottica di risparmio economico.

Esiste una forma detta “inversamente proporzionale” considerata più equa e rispettosa dei parametri qualitativi che i servizi sociali devono rispettare. Sono state 4 le sentenze in Italia che si sono pronunciate in difesa della formula “inversamente proporzionale”. Nonostante ciò molte realtà regionali applicano la formula “al massimo ribasso”, che è ancora in uso per gli appalti fino ad un milione di euro. Il nuovo testo unico degli appalti pubblici, emanato con decreto il 19 aprile del 2016, oltre a non prevedere la formula “inversamente proporzionale”, non ha realmente dato un taglio alla logica del “massimo ribasso”.

Una proposta è stata quella di inviare le Linee Guida ai vari Uffici Gare e Appalti presenti sui territori.

 

→Quale utilizzo della Piattaforma:

Andrebbe anzitutto aggiornata in alcuni punti, pur rimanendo ancora molto attuale. Potrebbe anche essere utilizzata per chiedere il sempre atteso rinnovo del CCNL.

Link audio per approfondimenti: https://soundcloud.com/radiokairos/signore-e-signori-il-welfare-e-sparito-martedi-3-maggio-2016mp3

AEC: qualcosa si muove ( Le iniziative degli Assistenti Educativi Culturali per superare una condizione di precarietà)


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In questa fase, a Roma, sono molte le figure sociali precarie che si stanno muovendo per migliorare la propria condizione. Si pensi a quegli AEC (Assistenti Educativi Culturali), di cui altre volte ci siamo occupati: impegnati a garantire la possibilità di studiare per gli alunni disabili, cui offrono un’assistenza che presenta anche aspetti educativi e che, talvolta, sconfina nella didattica, essi vivono una situazione tutt’altro che invidiabile. Mal pagati dalle cooperative per cui lavorano, monopoliste d’un servizio totalmente esternalizzato, la loro attività è segnata da una permanente incertezza, tale da riflettersi sulle stesse mansioni da svolgere, variabili di scuola in scuola. Certo, il ruolo degli AEC è riconosciuto e definito, in termini generali, dalla l. 104 del 19921, ma, sia sul piano nazionale che a livello locale, sono mancati ulteriori interventi normativi, volti a entrare nel dettaglio di questa figura professionale e dei suoi compiti. Di conseguenza, nella capitale come altrove, gli AEC si stanno adoperando per raggiungere alcuni, precisi obiettivi: una legislazione adeguata a livello regionale, un mansionario unico per tutto il Comune di Roma e, in prospettiva, l’internalizzazione del servizio.Nel corso del 2015, in questa direzione, non sono mancati pronunciamenti da parte di organismi rappresentativi locali, come il XIV Municipio che, nel mese di giugno, ha approvato una mozione, preparando la strada al Consiglio Comunale di Roma Capitale che, a settembre, ha fatto altrettanto. L’auspicio, appunto, è che i contenuti di questi documenti vengano recepiti anche da una legge regionale, ma la componente più attiva degli AEC non si sta limitando ad attendere segnali in questo senso. Negli ultimi mesi, si è ridato vita al Comitato Sociale AEC (sigla già utilizzata negli anni passati), non senza attivare nuovi contatti sul piano nazionale. Particolarmente significativa è ad esempio, la collaborazione con la Rete Nazionale Operatori Sociali (RENOS). Una realtà che, nel passato prossimo, ha avuto modo di interloquire con la deputata Vanna Iori (PD), autrice di una legge rispetto al settore, che il 31 marzo è stata approvata alla Commissione Cultura della Camera. Però, facendo proprie solo alcune delle istanze della Rete, l’onorevole ha preso in considerazione soltanto le figure più strettamente legate all’attività pedagogica ed educativa, stabilendo per loro l’obbligo di laurea ed una partizione in due categorie, connesse agli studi universitari effettuati: educatore professionale socio-pedagogico ed educatore professionale socio-sanitario. La legge, in sostanza, non va a toccare gli aspetti eminentemente assistenziali del sostegno ai disabili nelle scuole, disinteressandosi di tutti quegli operatori sociali che, anche quando non sono laureati, offrono comunque un prezioso contributo, in particolare nell’istruzione dell’obbligo. Forse non ci si poteva aspettare di più, visto il partito di riferimento di Vanna Iori, non proprio specializzato nel risollevare le sorti delle varie figure sociali precarie, ma la Rete non molla. Ed è in procinto di chiedere all’onorevole un nuovo incontro, così da apportare al testo delle modifiche tali da includere tutte le persone – laureate o meno – che lavorano da tempo nel settore, muovendosi anche sul terreno prioritario dell’assistenza. L’idea è che chiunque sia attivo da anni, possa vedersi riconosciuto un punteggio, che permetta di accedere a specifici corsi parauniversitari, così da acquisire la necessaria qualificazione professionale. In sostanza, non è impossibile “sanare” una situazione che non è certo stata creata dai lavoratori, riconoscendo per giunta che un certo bagaglio di competenze, maturato sul “terreno”, non va disprezzato, ma al limite integrato con conoscenze più scientifiche. Vedremo l’esito del nuovo incontro con Iori, ma intanto il Comitato Sociale AEC, assieme ad un gruppo di Assistenti di Reggio Calabria, qualche settimana fa ha incontrato una parlamentare di altra provenienza politica: Eleonora Bechis (Movimento 5 Stelle). Quest’ultima, si è detta disponibile, in sede di votazione alla Camera della Legge Iori, a presentare gli emendamenti richiesti dagli AEC. In tale contesto di attivismi intrecciati, da un altro gruppo di colleghi è partita una petizione, reperibile su change.org, che chiede un inquadramento di questi lavoratori come dipendenti del MIUR, in qualità di personale ATA. Un’altra iniziativa che cerca di affrontare i problemi alla radice, reclamando a viva voce un obiettivo di fondo unanimemente condiviso: l’internalizzazione del servizio. Invero, in considerazione della propria esperienza quotidiana, alcuni membri del Comitato Sociale AEC avanzano dubbi sul fatto che questa sia la strada maestra per spingere il MIUR ad assumersi le proprie responsabilità. A causa della brutta riforma del sistema formativo varata dal governo Renzi (l. 107/2015), notoriamente definita “la buona scuola”, ai presidi sono stati attribuiti dei poteri quasi smisurati, che li portano a disporre a proprio piacimento delle figure lavorative più deboli. Così, il personale ATA, già diviso in diversi profili professionali cui corrispondono differenti e precise mansioni, si sta trasformando di fatto in una categoria di “tuttofare”, cui vengono assegnati i più svariati compiti. Uno dei tanti effetti perversi delle prerogative che “la buona scuola” attribuisce ai presidi, ma anche uno sprone ad analizzare attentamente le vie per cui giungere all’internalizzazione del servizio. Di certo, per frenare talune spinte dei presidi, andrebbe definito, finalmente, un mansionario unico, tanto a livello locale quanto sul piano nazionale. E sarebbe d’aiuto una legge del Parlamento (magari la stessa presentata da Iori, se emendata nel senso voluto dagli operatori), poi recepita dalle Regioni con proprie normative volte a delineare un effettivo inquadramento degli AEC. Proprio per discutere degli ulteriori passi da fare in questa direzione, il 30 aprile, a Roma, si terrà il VII Incontro Nazionale della RENOS.

La riunione sarà ospitata nei locali dell’Associazione Ex Lavanderia, nel comprensorio di Santa Maria della Pietà, in quel XIV Municipio che è stato uno dei luoghi della formazione del Comitato Sociale AEC, la struttura che si è fatta carico degli aspetti organizzativi dell’evento. Particolarmente ricco è l’ordine del giorno, che prevede, oltre al necessario scambio di esperienze locali, anche una discussione su come affrontare un problema come il burn out, ossia la situazione di disagio psico-fisico in cui spesso cadono gli operatori sociali, indotti a sostenere da soli – nel vuoto d’intervento istituzionale – quelle persone disabili che la nostra società pone quotidianamente di fronte ad un’enormità di ostacoli. Inoltre, si discuterà della legge Iori e delle forme di pressione (e di mobilitazione) necessarie affinché il Parlamento e gli Enti locali non continuino ad eludere le più urgenti istanze degli AEC.

1. Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate.

Stefano Macera