“Dal lavoro sociale alla sindrome del Burnout:…”.


Cari lettori vi voglio sottoporre questo bellissimo articolo giratomi dal gruppo facebook”Educatori Educatoricontroitagli”vi invito a leggerlo è molto interessante.

“Dal lavoro sociale alla sindrome del Burnout: l’infelicità lunga una vita.”
Premessa
Da quando mi sono laureata in Scienze della Formazione ,intorno al 1994, con una tesi sul fenomeno del burnout nel privato sociale, mi sono resa conto che era importante per me lavorare sul mio benessere sia psichico che fisico. Da allora ogni mia formazione ha avuto a che fare con questo grande e profondo obiettivo: scongiurare il burnout. Devo dire che non so se ci sono riuscita ma sono 30 anni che faccio questo mestiere e sono ancora qui.
Credo che noi, professionisti/e della relazione d’aiuto, ci troviamo oggi a condurre se non a subire una sottile lotta fra il bene e il male giorno dopo giorno per una vita senza accorgercene se non quando è troppo tardi. Una forma di violenza sottile, impercettibile ed altamente ambigua che si insinua nei meandri dell’anima e la corrompe. Una lotta fra noi stessi/e ed il mondo del lavoro che cambia fatalmente e che comprende utenti, committenti e noi tutti.
Una lotta che nasce dagli anni Settanta.
“ E’ in quegli anni” dice la Monoukian nel suo libro Stato dei Servizi (1988) “che si fanno avanti quei principi di diffusione del Welfare come la programmazione decentrata, la partecipazione alla gestione, l’integrazione dei servizi e la prevenzione poi più o meno ripresi dalla legislazione” dove tutti partecipavano di “ un più ampio progetto di rinnovamento della società italiana”. Una dimensione civile e politica per noi oggi inimmaginabile. Dopo un decennio circa veniva invece rilevato da studiosi come Gianni del Rio in Stress e lavoro nei Servizi (1993) del “senso di inefficacia e impotenza direttamente proporzionale alla complessità e gravità percepite dei problemi del meccanismo di cui si è parte……” e che gli operatori e le operatrici dei Servizi cominciavano a vivere.
Assistiamo alla “logica del prisma” ( G.Del Rio) che rinforza la tendenza all’isolamento rendendo povera e fragile l’identificazione individuale e collettiva e la carenza di senso nella lettura che ciascuno di noi fa della complessità che rispetto a quegli anni oggi è aumentata all’ennesima potenza.
Due eminenti psicologi americani e studiosi dell’argomento, Maslach e Leiter, confermano il ragionamento precedente dicendo che la priorità delle organizzazioni post-moderne si è spostata dalla qualità dei processi produttivi ( empowerment organizzativo) verso i meri bisogni di budget che possiamo identificare come meccanismi propri delle Aziende pubbliche, per la nostra realtà cittadina di Bologna e provincia possiamo parlare di Ascinsieme, Asp, Aziende Consortili, Comune e Associazionismo vario oltrechè Cooperative del privato sociale.
Si osserva, sostengono gli studiosi, l’arretramento del senso di appartenenza all’organizzazione per cui si lavora il cui obiettivo non è più il lavoro di equipe che in moltissimi territori è ormai solo un ricordo, bensì l’utilizzo ( o sottoutilizzo diciamo noi) del lavoratore e della lavoratrice per soli obiettivi di budget sventrando così la valorizzazione umana e professionale. Svalutazione della figura professionale che corrisponde esattamente alla svalorizzazione del lavoro divenuto flessibile e spezzato o trasformato in gettone di presenza, vaucher ( fino a quando c’erano), volontariato.
E’ in questo quadro che nasce, cresce e cova la cosiddetta “sindrome del Burnout”, è qui che la psicologia del lavoro comincia ad interessarsi non solo allo stress-lavoro-correlato ma anche al carico emotivo importante che scaturisce dal lavoro con gente disagiata e/o ammalata e che pesa sul professionista fragile e senza più strumenti seri di lavoro, giorno dopo giorno.
Informazione legislativa
Oggi la Sindrome del Burnout è una sindrome riconosciuta, insieme allo stress, al mobbing e similari, dal Ddl 81/2008 in materia di salute e sicurezza sul lavoro, in particolare nell’art.28 viene richiamata la necessità di valutare tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori compresi quelli legati allo stress-lavoro-correlato secondo i contenuti dell’accordo Europeo dell’8 ottobre 2004. Secondo l’Accordo Europeo
“affrontare la questione dello stress-lavoro-correlato può condurre ad una maggiore efficienza ed a un miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori,con conseguenti benefici economici e sociali per le imprese,lavoratori e la società nel suo complesso.”
Questo è sinteticamente quanto dice la legge e quanto riportano siti di settore e articoli sull’argomento ma cosa davvero facciano in Italia le aziende pubbliche e private per i loro lavoratori e lavoratrici non è dato saperlo con chiarezza se non dai lavoratori stessi. Non di poco conto è notare come sia silente lo Stato Italiano su queste tematiche.Certo è che alcune organizzazioni lavorative non fanno nulla in merito senza particolari conseguenze legali, altre rispondono con una minima circolazione di informazione nei corsi obbligatori per legge rivolti ai dipendenti. Qualche cooperativa piu’ volenterosa e che tiene all’immagine, mette anche a disposizione una figura psicologica interna che però non può entrare nel dettaglio delle carenze e contraddizioni organizzative demandando ad un altrove indefinito e legittimando invece una lettura che corre il rischio di essere strumentale e manipolatoria della situazione psicologica del lavoratore. Il rischio è che si “ospedalizzi” il lavoratore che è in burnout a dispetto degli accordi europei, che lo si colpevolizzi, se ne faccia un caso personale poiché altrimenti si dovrebbe mettere in discussione un apparato dirigenziale e amministrativo che oggi vede come unico obiettivo il budget e non la qualità di vita e del lavoro del singolo. A questo punto perché mai un professionista della relazione d’aiuto deve ammettere di essere in burnout?
la sindrome di burnout
Colpisce le persone impegnate nelle professioni d’aiuto laddove vi è un carico emotivo intenso che vede il coinvolgimento del professionista che in una prima fase investe molte energie dal punto di vista “idealistico” motivato dal fatto che può aiutare gli altri, trovare soluzioni cercando di ottenere successo generalizzato e veloce ma poi disilludendosi e mortificandosi quando scopre che la realtà è ben diversa. In questa fase un lavoratore od una lavoratrice giovane può essere funzionale ad una azienda che mira al risparmio poiché usa in surplus le proprie risorse, mezzi e conoscenze passando sopra agli interessi di budget offuscata da motivazioni ideali. Si tratta di lavoratrici laureate e super qualificate, motivate ma pagate molto poco.
Successivamente vi è una seconda fase definita di “stagnazione” dove si reagisce in modo negativo rispetto agli insuccessi. Si arriva cosi al momento della “frustrazione” dove il pensiero dell’operatrice/operatore rasenta la sensazione di inutilità. In questa fase può essere determinante in senso negativo il “mobbing” che alcune aziende fanno subire ai propri dipendenti producendo un tale disagio psicofisico da spingere verso il licenziamento i lavoratori più fragili. In questa fase ci troviamo in piena sindrome di burnout che può essere scambiata per altro. Allora abbiamo fenomeni di fuga nella malattia o nell’assenteismo, atteggiamenti di aggressività verso se stessi e/o verso gli altri come utenti o interlocutori o colleghi. Infine la fase del “disimpegno” dove gradualmente ci si disaffeziona dal proprio lavoro rendendo inutile ogni azione lavorativa. Senza consapevolezza di ciò che sta succedendo, chi ha interesse può strumentalizzare tali situazioni lavorative per denunciare ipocritamente l’inutilità di un Servizio piuttosto che di un operatore/ operatrice specifica giocando sull’ignoranza degli operatori stessi,sul loro timore di perdere il lavoro, sull’ignoranza degli utenti e della pubblica opinione in generale giustificando così dei tagli di budget o licenziamenti.
Le strategie per affrontare il burnout: fra diritti e lotte un approccio multidimesionale
Oggi i medici di base, per legge, dovrebbero conoscere la sindrome del Burnout che provoca o aggrava alcuni disturbi di tipo psicosomatico oltre che ovviamente creare condizioni psicologiche penose, dunque dovrebbero saperla diagnosticare. Usiamo il condizionale perché certio medici di base hanno un atteggiamento critico scambiando alcuni atteggiamenti del lavoratore come “assenteismo” mirato.
quindi è bene chiedere il parere del proprio medico di fiducia se è un medico di cui ci si fida poiché importante è conoscere, prevenire e se non si può più prevenire, curare e prevenire le ricadute. Quanti sanno che si ha il diritto di chiedere la malattia al lavoro per ciò che causa il Burnout ?
In generale comunque esistono diverse strategie per contrastare il Burnout ma noi riteniamo che essendo i fattori di rischio sia personali che organizzativi, l’approccio debba essere multidimensionale. Vediamo alcuni approcci/strumenti per affrontare il burnout.
Autovalutazione con l’M.B.I.
Come sostiene Christina Maslach, docente di psicologia: “Un grammo di prevenzione vale quanto mezzo chilo di cura”.
Allora una prima cosa che è possibile fare è compilare l’M.B.I., strumento che di èer sé può essere autogestito se si è Educatori Professionali laureati, psicologi, medici altrimenti è meglio compilarlo insieme ad un professionista che possa aiutare a comprenderlo. Si può reperire sul web. In sintesi è comunque bene condividere i risultati del test qualora fossero disastrosi, con una psicologa o psicologo.
Il questionario affronta tre diversi campi della professionalità e sono : l’esaurimento emotivo; la depersonalizzazione; la realizzazione personale. Farlo serve unicamente ha “quantificare” emozioni e sensazioni che altrimenti non sempre si riesce a fermare e definire ed a capire dove si è.
Piano personale
Si può scegliere di lavorare sulla propria persona attraverso percorsi di crescita personale. Si tratta di un sovraccarico emotivo, dunque è sul piano emozionale che occorre lavorare. Dalla terapia psicoanalitica alle svariate tecniche di meditazione. Un lavoro di contenimento dello stress per chi se la sente, può essere affrontato da tutte quelle meravigliose tecniche bioenergetiche per il benessere come lo yoga, il reiki, le visualizzazioni meditative, o trattamenti olitici e bioenergetici che influenzano ed agiscono sul piano emozionale e delle energie sottili di cui siamo fatti.
E’ la stessa Maslach che invita – nei suoi testi – a distaccarsi dalle situazioni vissute nell’ambito lavorativo, prima di rientrare in famiglia, attraverso tecniche di rilassamento o forme di decompressione psicologica.
Evidentemente tali attività di decompressione non sono LA soluzione MA aiutano a NON portare a casa propria le tensioni vissute nella giornata lavorativa, a far si che ci sia una sana separazione fra il tempo del lavoro, tempo libero e vita personale. Quanta importanza dà la nostra società al tempo libero?
A proposito del tempo libero
Il filosofo tedesco Theodor Wiesengrund Adorno disse che : “…Il vero tempo libero— se fosse realmente ispirato all’ozio latino e se fosse sul serio messo a disposizione delle classi subalterne — sarebbe rivoluzionario. Sarebbe il tempo della riflessione, dello studio, della comprensione. E sarebbe finalmente a disposizione di tutti. Ma non lo sarà, perché il tempo libero, quello a disposizione della coscienza, è pericoloso. è sedizioso.
È nell’ozio che si coltiva la coscienza, si progettano le rivoluzioni e le trasformazioni dello status quo.”
E’ interessante per noi professionisti/e della relazione d’aiuto riflettere sul concetto di tempo libero ; è importante la distinzione fra tempo lavorativo, flessibile, spezzettato e invece il tempo libero o liberato dentro al quale solo noi col nostro libero arbitrio possiamo decidere cosa abbiamo voglia di fare. Un tempo liberato da stress ed impegni durante il quale rigenerarsi e poter esprimere se stessi nelle attività più piacevoli o confacenti. Quanti di noi sono ancora in grado di vivere così il proprio tempo libero rispetto invece all’organizzazione del proprio orario di lavoro imposto? Ad Esempio chi fa diversi servizi con orari spezzati può solo dividere il tempo lavorativo da un tempo di attesa non pagato e non utilizzato per sé. Il concetto di tempo libero oggi è assai relativo e subalterno al tempo lavorativo flessibile, sempre più imposto e non partecipato quando non diviene tempo vuoto, il tempo della disoccupazione. Ancora possiamo aggiungere che se abbiamo un po’ di tempo libero a volte siamo costretti a passarlo studiando il modo di difenderci dagli “attacchi” del sistema lavorativo o se preferite dal “sistema di potere” mentre i dirigenti lo fanno nel tempo di lavoro retribuito, cosa? Trovare il sistema per sfruttare o/e licenziare i lavoratori/soci che non servono più alla causa.
Ma questo è un altro capitolo.
Piano sindacale e organizzativo-aziendale
Spesso e volentieri fra i motivi che inducono il Burnout ci sono pessime condizioni salariali e di lavoro. Ritmi intensi e orario spezzato, periodi di inattività forzata, insicurezza degli appalti , lavoro in solitudine, mancanza di tempo per la programmazione, scarsa considerazione del ruolo, obiettivi non chiari, ruoli mal definiti, mancanza di comunicazione fra amministrazione del personale e dipendenti,mancanza di supporto all’interno dell’ambito lavorativo, mancanza di condivisione fra colleghi, sovraccarico di responsabilità e lunga esposizione ai problemi degli utenti, situazioni emotive molto complesse che riguardano gli utenti e di fronte alle quali non c’è una risposta organizzata soprattutto in periodo di tagli al welfare. Su questi temi pensiamo che sia ora di ri-utilizzare i Sindacati a fare quello per cui sono nati cioè difendere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
Un intervento efficace è modificare l’organizzazione del lavoro, come la pianificazione degli orari, ottimizzare la divisione delle attività, condividere le responsabilità, migliorare le condizioni contrattuali e dar maggior flessibilità di permessi e congedi come accade già da tempo i altri paesi .Un Sindacato può tenere conto di queste tematiche nelle contrattazioni, nelle vertenze individuali, nella formazione e nelle consulenze legali.
Anche la remunerazione, hainoi, è importante poiché se gli operatori e le operatrici vivono in condizioni economiche precarie potranno fare ben poco per utenti che sono molto simili a loro per condizione.
La relazione d’aiuto
Naturalmente è molto utile la formazione in generale ma pensiamo sia davvero cruciale la formazione che preveda l’apprendimento di tecniche di ascolto nella relazione d’aiuto, di gestione delle emozioni, di problem solving, di mediazione dei conflitti, di conoscenze specifiche sul fenomeno sociale che riguarda gli utenti con i quali si lavora (dall’immigrazione,all’handicap, alla psichiatria,alla tossicodipendenza,al sostegno genitoriale ). Spesso accade che colleghi e colleghe la formazione se la pagano per conto proprio.
In Conclusione
Siamo convinti che il fenomeno del Burnout possa essere affrontato e risolto soltanto se se ne prende coscienza e su più fronti, sappiamo invece che miete vittime inconsapevoli poiché dura anni silente e confuso prima di essere scoperto nella sua virulenza. Molti nostri colleghi e colleghe si “bruciano” in una società che non riesce a mantenere l’aspetto umano che invece noi vogliamo disvelare sempre più. Il suggerimento e la nostra scommessa a dire il vero è di cominciare da noi, dalla nostra realtà lavorativa per arrivare a confrontarci con colleghi e colleghe e trovare insieme soluzioni senza rimanere passivi e immobili; partire sinceramente e in modo pulito, onesto, dal cuore di ciascuno di noi per ricominciare di nuovo, disvelare il meccanismo del “potere” che logora e sostituirlo col potere personale e collettivo compiendo una operazione culturale e politica di ampio raggio, col libero arbitrio sul proprio tempo dove non si viva per lavorare ma si lavori per vivere.
Mariarosa Di Marco
note biografiche
lavora da 30 anni nel privato sociale come Ed.Prof.le, Laureata in Scienze della Formazione a Bologna, Pedagogista; Volontaria dell’Associazione Interculturale “Annassim” ; Counsellor rogersiana, Operatrice olistica, scrittrice di narrativa, sin dagli esordi è nel gruppo “Educatori Uniti Contro i Tagli” e nella redazione radiofonica, inoltre svolge attività sindacale da svariati anni attualmente per il Sindacato Generale di Base.
Si è laureata nel 1995 con una tesi in psicologia sociale: “Lavoro educativo,operatori sociali e Burn-out” Facoltà di Sc.della formazione (Unibo) con la Relatrice Prof.ssa Bruna Zani e da allora cerca e sperimenta qualsiasi cosa prevenga il Burnout.
articoli
Contessa G.,1981“L’operatore sociale cortocircuitato: la “burning-out syndrome” in Italia.
In “Animazione Sociale”, N.42-43- Novembre 1981 – Febbraio 1982
sitografia
http://www.changesrl.it/files/lepore.pdf Accordo Europeo 8 ottobre 2004
https://www.puntosicuro.it/…/prevenzione-dello-stress-obbl…/
https://appsricercascientifica.inail.it/focusstre…/index.asp
– guida elettronica per la gestione dello stress e dei rischi psicosociali https://osha.europa.eu/…/e-guide-managing-stress-and-psycho…
– agenzia europea per la salute e sicurezza sul lavoro: https://osha.europa.eu/it
– rischi psicosociali in Europa : file:///C:/Users/Mariarosa/Downloads/Summary%20Psychosocial%20risks%20in%20Europe-it.pdf
Bibliografia
– Baiocco R., Crea G,. Laghi F., Provenzano L. Il rischio psicosociale nelle professioni di aiuto: la sindrome del burnout negli operatori, medici, infermieri, psicologi e religiosi. Edizioni Erickson, Trento, 2004.
– Cherniss, C.La sindrome del burn-out. Lo stress lavorativo degli operatori dei servizi socio-sanitari. Il Centro Scientifico Torinese, Torino, 1983.
– Maslach, C.La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri.Cittadella Editrice, 1997.
– Maslach, C. e Leiter, M.P.Burnout e organizzazione. Ed Erickson, Trento, 2000.
– Pellegrino F.Oltre lo stress, burn out o logorio professionale. Torino: Centro Scientifico Editore 2006.
– Vittorio Lodolo D’Oria: Pazzi per la scuola. Il burnout degli insegnanti a 360º. Prevenzione e gestione in 125 casi, Alpes Italia, 2010.

Il lavoro uccide di più, anche senza ferire. La competizione individuale aumenta il burnout. I risultati di uno studio internazionale – ControLaCrisi.org


Il lavoro uccide di più, anche senza ferire. La competizione individuale aumenta il burnout. I risultati di uno studio internazionale – ControLaCrisi.org.

Lo stress male del secolo


 

a cura di Manes Fabrizio

1460008_756927767705905_7156936597641253232_n

Lo stress può colpire qualsiasi luogo di lavoro e qualsiasi lavoratore senza fare distinzioni di età, sesso e cultura ed indipendentemente dalle dimensioni dell’ azienda, del settore di attività, dal livello gerarchico e dalla tipologia del rapporto di lavoro.
In particolare, lo stress può essere legato all’ attività lavorativa, come un malessere che può manifestarsi con sintomi fisici, psichici o sociali legati all’ incapacità delle persone di colmare uno scarto tra i loro bisogni e le loro aspettative lavorative. Tale problematica si configura come un problema di salute largamente diffuso (occupa il secondo posto tra quelli più indicati dai lavoratori), con importanti ricadute economiche per le aziende.
Per rispondere attivamente a tale condizione è necessario adottare un concetto di rischio sul lavoro che non si limiti a considerare soltanto il pericolo derivante dall’ eventuale danno per la salute fisica dei lavoratori causato dai rischi “tradizionali, ma che si allarghi a comprendere anche quei rischi che incidono sul benessere psicofisico e sull’ integrità complessiva della persona, i cosiddetti “nuovi rischi”o “rischi emergenti”(art.28 del D,lgs 81 del 9/04/08 “testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro”e accordo europeo sullo stress sul lavoro del 8 ottobre 2004 e s.m.i).
La valutazione dello stress da lavoro correlato , ha come obiettivo la prevenzione e la riduzione dello stress presente sul luogo di lavoro, attraverso l’individuazione degli aspetti migliorativi sull’ organizzazione del lavoro.
Negli ultimi, infatti è notevolmente accresciuta la consapevolezza che la salute degli individui racchiude in sé non solo l’aspetto dell’ integrità fisica ma anche quello del benessere psicologico, che è intimamente connesso al primo ed esercita una profonda influenza su di esso. Ecco perchè le istituzioni competenti, come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (1986), in materia evidenziano con forza sempre maggiore l’esigenza di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori anche dal rischio psico-sociale, definito in termini di “interazione tra contenuto del lavoro, competenze ed esigenze dei lavoratori dipendenti dall’ altro”.
Le recenti trasformazioni della società e del mercato del lavoro, hanno caratterizzato una crescente precarietà e l’insicurezza economica, facendo emergere nuovi disagi determinati anche dalle modalità organizzative del lavoro. L’osservatorio dei rischi collega la crescita dei rischi psico – sociali all’ utilizzo di contratti precari in un mercato del lavoro instabile, alla maggiore vulnerabilità dei lavoratori nel contesto della globalizzazione, al ricorso alle nuove forme contrattuali e all’ outsourcing, agli orari di insicurezza del posto di lavoro, all’ invecchiamento della forza lavoro intensi, all’ elevato coinvolgimento emotivo sul lavoro ed allo scarso equilibrio tra vita e lavoro.
I rischi psico-sociali, non sono una scoperta così recente e la rinnovata attenzione per questi rischi “trova la sua ratio nel fatto che, negli ultimi anni , si è andato affermando un clima iper-prestazionale e competitivo, all’ interno di una cornice lavorativa sempre più caratterizzata da mobilità, flessibilità dei contratti di lavoro e cambiamenti repentini”. Il decreto legislativo 81/2008 che indica espressamente che la valutazione dei rischi deve riguardare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress da lavoro correlato.
Per approfondire vengono individuati diverse aree variabili che rendono emergenti i rischi psicosociali:
• utilizzo di nuove forme di contratti di lavoro (contratti precari)e l’incertezza e l’insicurezza del lavoro stesso (scarsità di lavoro)
• forza lavoro sempre più vecchia (poco flessibile e poco adattabile ai cambiamenti) per mancanza di adeguato turn- over
• alti carichi di lavoro, con conseguenti pressioni sui lavoratori da parte dei management
• tensione emotiva elevata, per violenze e molestie sul lavoro
• interferenza e squilibrio fra lavoro e vita privata
• di comunicazione (scarsa chiarezza del ruolo del proprio compito lavorativo, incertezza circa le aspettative riguardo al lavoro,ecc.)
• soggettivi (pressioni emotive e sociali, sensazione di non poter far fronte alla situazione, percezione di una mancanza di aiuto,ecc.)
• quantità di lavoro da eseguire eccessiva oppure insufficiente.
• Tempo insufficiente per portare a termine il lavoro in maniera soddisfacente per se e per gli altri.
• Mancanza di una chiara descrizione del lavoro da svolgere o di una linea gerarchica.
• Ricompensa insufficiente, non proporzionale alla prestazione
• impossibilità di esprimere lamentele
• responsabilità gravose non accompagnate da autorità o potere decisionale
• mancanza di collaborazione e sostegno da parte di superiori, colleghi o subordinati
• impossibilità di esprimere effettivamente talenti o capacità personali
Per cui le richieste avanzate e le risorse a disposizione per farne fronte diventano un problema insormontabile al lavoratore, che lo inducono ad un rischio sempre crescente alla sua sicurezza e alla sua salute se prolungato nel tempo.
Un modo per prevenire lo stress potrebbe essere costituito dal rafforzamento delle capacità delle persone di affrontare compiti difficili e incerti aumentandone la loro autostima e rafforzandone lo sviluppo delle competenze emotive e lavorative.
Ritengo che sia il caso di fare una disamina di questo tipo di patologia,per consentire chi ancora non conosce questo male un opportunità per riconoscerlo e prevenirlo. E’ opportuno che ognuno di noi faccia un attenta autoanalisi del suo stato d’animo , per individuarlo anticipatamente prima che da semplice malessere si trasformi in depressione o quant’altro.
Il Piano Sanitario Nazionale del 2006-2008 riconoscere infatti come accanto alle patologie da rischi noti (prevalentemente in attenuazione )stiano acquisendo sempre maggiore rilievo le patologie da rischi emergenti come le Patologie da fattori psico-sociali associate a stress (burn-out, mobbing, ecc.), meglio identificate come le Malattie psichiche e psicosomatiche da disfunzioni dell’ organizzazione del lavoro;tali patologie, così dette da costrittività organizzativa, sono riconosciute come malattie professionali e prevedono la obbligatorietà della denuncia all’ INAIL (Gazzetta Ufficiale n° 70 del 22/03/2008,Supp.68).Al professioni stadi oggi la società richiede flessibilità, competenza maggiore e professionalità. A causa dello stress lavorativo si possono avere conseguenze negative che possono essere causa di “errore professionale” difficoltà nel rapporto con il paziente con minore empatia e sensibilità, “tensione , ansia e depressione dell’ operatore, che nel tempo possono portare al “burn- out”.
Queste conseguenze si riflettono negativamente ed inevitabilmente sull’efficacia del servizio sanitario nazionale e comportano una complessiva riduzione della qualità delle prestazioni.
Da qui la necessità di realizzare adeguati programmi di prevenzione dello stress lavorativo attraverso strategie ben precise mirate alla formazione degli operatori ed all’ organizzazione del lavoro e ad una sempre migliore e più qualificata gestione delle risorse umane.

ASL RM E: BARBERA (PRC), DEPOSITATO ESPOSTO ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA


ASL RM E: BARBERA (PRC), DEPOSITATO ESPOSTO ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA.